Tag Archives: Giusy Mura

Una vita piena…di rosa

26 Gen

potere rosa

Ho un sonno che mi porta via, ma un accenno di ispirazione ce l’ho! Ormai sono giorni, direi un paio d’anni (lo dico sempre, lo so!) che il tempo scorre senza tregua e solo la sera mi accorgo che la giornata è già finita. Posso solo ringraziare di avere una vita PIENA,  piena di impegni mondani delle merendate della cucciola, piena di manicaretti da preparare e di piatti da lavare, piena di amiche (mie e sue), piena di cose fatte e molte altre da fare, di liste della spesa perse dentro la borsa da Mary Poppins, di desideri, di obiettivi e tante speranze per il futuro.

Intanto questo presente sembra offrirci veramente un sacco di cose nuove.

La cucciola ormai si è data all’arte! I nostri copridivano bianchi (non li abbiamo scelti ovviamente, ma ci sono capitati), sono diventati un capolavoro di arte contemporanea, un’esplosione di colori tra penna rossa e pennarelli multicolor. Abbiamo sperimentato la digito pittura, ma alla fine mi sono ritrovata a rullare i rotoli della carta igienica da sola, mentre lei piangeva perché si era sporcata le mani e voleva assolutamente lavarsele. Ieri mattina all’asilo ci è stato detto, dalle maestre, che si accorgono se i bambini vengono sollecitati all’esplorazione dei materiali o se vengono tenuti incelofanati. Maestre, giuro che la cucciola viene costantemente esortata a “sporcarsi”, ma lei, con la sua personalità in formazione e dai tratti-base evidenti, non ne vuole sapere! Fu così che pensai agli acquerelli…quelli si, che hanno avuto un successone!!! Il miscuglio di acqua e colore da spalmare sul foglio è esaltante per la cucciola e la cosa che secondo me la entusiasma ancora di più è che non si deve sporcare le mani! Ha così dato il via ad una collezione degna di qualsiasi galleria d’arte. Ha preparato anche un disegno-dedica “lungo lungo” per la nuova amichetta arrivata appena due giorni fa e quando un’artista prepara qualcosa da regalare, significa che si sente sicuro del proprio estro e delle proprie consolidate competenze.

La cucciola inizia a ricordare i sogni. Questa notte ha pianto, durante il sonno, inconsolatamente fino a che non è finita a dormire in orizzontale nel lettone, con la sua testa sulla mia (non chiedetemi perché ho il mal di collo) e i piedi in faccia al papà. Una notte formidabile per noi. Dice di aver sognato la sua amichetta “Sala” che urlava, presumibilmente per i giochi e lei, come al solito, è terrorizzata dai toni alti. È stato comunque triste per me vederla piangere anche solo per un sogno.

La cucciola ha capito che cosa sono le botte e ne rimane stupita: guarda sconvolta chi le dà, ma alle volte non si risparmia dall’usare le maniere forti se lo ritiene opportuno. Le ho spiegato che le botte non si danno a nessuno e lei sembra essere d’accordo. Giorni fa, mi racconta che la sua amica “Isa” ha dato una botta all’altra amica “Ici” che si è messa a piangere, così è intervenuta mamma “Lallula”. Io incoraggio la sua empatia dicendole che Isa non doveva dare la botta ad Ici, ma che doveva parlarne. Lei mi dice tutta interessata “Si, si mamma” e poi aggiunge, molto seriamente: “Io dato botte Vola”. Ma come??? Figlia mia, poco prima dicevi che non si danno le botte ed ora stai confessando che meni una tua amichetta dell’asilo?! Ricostruendo i fatti dai pochi indizi, sembra che “Vola” dia le botte agli altri bimbi e lei interviene in difesa, menando a sua volta. Ecco, ti prego…tirati fuori dagli impicci figlia mia, non ti daranno la medaglia da giustiziera della notte!!!

La cucciola ha scoperto i colori (tornando all’estro artistico), li riconosce, li nomina e ha le sue chiare preferenze: il rosa in tutte le sue forme e sfumature. È così che la mia vita si è riempita di rosa, non solo perché stanno nascendo un sacco di femminucce intorno a noi, ma perché la piccola ha deciso di dedicarsi al monocolore, tranne per le sue opere d’arte. Tutto rosa ormai: i piatti, le posate, il bicchiere, i vestiti, le mutande, le scarpe, il gelato, le caramelle, le palline, le formine, il vestito di Carnevale (ormai per tutti i pomeriggi)…della serie “potere rosa vieni a me!!!”. Non è servito a niente scongiurare questo pericolo vestendola di bianco e giallo alla nascita, scegliendo i suoi mobili di bianco e beige, i suoi gusti alquanto netti si manifestano con tutta la forza possibile, soprattutto al momento della scelta dei vestiti prima di andare a scuola.

E la mia vita è piena di lei, dei suoi due anni, dei suoi capricci, delle sue scelte, delle nostre guerre, dei nostri tira e molla, del mio lavoro e della sua vita al nido, del papà e i suoi viaggi, dei saluti la mattina e dei ritorni il pomeriggio, di tanta stanchezza irreversibile e di tanto AMORE da alimentare.

Dedicato a: Adriana ed Elisa 😀

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Interculturiamoci

22 Lug

La famiglia di Sennori

Ultimamente si parla spesso di integrazione culturale, di intercultura, di accettazione, di globalizzazione e chi più ne ha più ne metta, a riempirci la bocca di belle parole e tanti buoni propositi, presupposto per una convivenza civile ed arricchente nelle reciproche differenze. Così pensiamo all’integrazione riferendola ai rapporti di convivenza tra popolazioni diverse, nazioni diverse, frutto di uno spostamento migratorio.

È senza dubbio il nostro futuro, la base fondante per un’evoluzione dell’essere umano, dove una città diventa nazione e una nazione diventa mondo, i confini geografici diventano alla stregua di strisce punteggiate su una cartina geografica. Nonostante ciò, quanto è difficile accettare qualcosa che è “altro da noi”?! Siamo costantemente sottoposti a richieste di integrazione, con il nostro partner, con i nostri figli, con gli amici, i colleghi di lavoro, eppure la chiamiamo “accettazione”, non integrazione, quasi ad indicare una sopportazione piuttosto che uno scambio.

Perché questa differenza?

Il termine “intercultura” indica un rapporto tra due o più culture che comporta l’arricchimento reciproco, così come il rapporto di coppia indica una relazione tra due persone che porterebbe ad un arricchimento di entrambi. In ogni caso, un arricchimento reciproco di valori, usi, costumi, tradizioni implica la necessità di una altrettanto reciproca modificazione. È proprio qui il problema, il cambiamento, l’abbandonare parte di ciò che è prettamente individuale per accostarci all’altro. Spesso ci barrichiamo in quello che siamo, nelle nostre idee e quadri di riferimento rispetto a noi, gli altri ed il mondo, ci difendiamo forti delle nostre ragioni perché la nostra famiglia è migliore di quella dell’altro, diventiamo i salvatori delle sue mancanze e carenze, ma spesso non approfittiamo delle sue ricchezze per colmare le nostre stesse criticità.

Quante volte litighiamo con il partner nominando l’intero albero genealogico? Quante volte ci sorprendiamo a rimproverare: “Sei proprio come tuo padre!”, “Tua madre ti ha allevato come un pulcino, senza accorgersi che sei diventato un pollo!”, “Sei isterica come tua sorella!”, “Farai la fine di tuo nonno!”.

A ben riflettere, nei litigi in cui si nomina la famiglia d’origine dell’altro, c’è in ballo qualcosa che ha a che fare con pensieri, sentimenti, bisogni e comportamenti non accettati o proibiti nella nostra famiglia d’origine. Se, per esempio, nella mia famiglia non è stato permesso di manifestare sentimenti di rivalità con mia sorella, mi sdegnerò nell’osservare che mio marito entra in competizione con suo fratello; se per me era normale iniziare a mangiare una volta che tutti sono seduti a tavola e hanno il piatto pieno, inorridirò nel vedere mia cognata che si riempie il piatto ed inizia a mangiare. Questo non significa che io non abbia mai provato gelosia nei confronti di mia sorella e non significa che, qualche volta, in preda ai morsi della fame, non abbia desiderato iniziare senza aspettare gli altri; semplicemente, per i miei genitori era probabilmente inaccettabile la manifestazione di alcuni comportamenti ed emozioni, così ho imparato a renderli inaccettabili nella mia vita, pur di non perdere il loro consenso (questo è un normalissimo processo che si svolge in ogni famiglia), e a criticarli duramente. È certamente vero che esistono delle buone maniere dettate dal Galateo ed è altrettanto vero che in ogni famiglia vengono adattate alle proprie abitudini.

Allo stesso modo, ci sentiamo in diritto di criticare aspramente i modi di fare di nostra suocera, nostro suocero, suo zio, sua nipote, dimenticandoci che la sua famiglia è parte di sé, come insieme di elementi si è creata un intreccio di dinamiche in cui nessuno ha colpe, ma tutti sono protagonisti responsabili dei propri comportamenti, pur non sapendolo. Invece la nostra mamma è quella “giusta”, il nostro papà ha i suoi difetti, ma è “adorabile”, i miei fratelli sono “particolari”, ma vanno accettati; la nostra famiglia va bene, a parte qualche angolo da smussare (se siamo fortunati ne vediamo qualche difetto), ma per noi rappresenta la normalità perché è stato il nostro mondo, la nostra campana di vetro, il nostro contenitore protettivo dal quale partire per esplorare la vita là fuori, il nostro metro di paragone per confrontare ciò che poi abbiamo osservato da spettatori nelle famiglie degli altri.

A parlare di famiglie e di culture, si corre il rischio di voler rendere oggettivo qualcosa di straordinariamente soggettivo perché ogni famiglia è un gruppo a sé, costituito non come somma di elementi, ma come insieme di parti uniche che si intrecciano in dinamiche altrettanto irripetibili, con variabili intervenienti ed imprevedibili e combinazioni mai uguali. Proprio per l’unicità di ogni famiglia, avremmo sempre da ridire nel paragone con la nostra realtà, se non fosse per quel legame che in ogni caso ci tiene uniti al nostro partner che è parte attiva di quello stesso gruppo che così spesso fatichiamo ad accettare. Le cose poi si complicano, se pensiamo che per capire almeno in minima parte un sistema-famiglia, bisogna inquadrarlo in una prospettiva trigenerazionale, entro la quale alcune storie tendono a ripetersi per perpetuare i miti familiari, mentre cambiano i protagonisti e le epoche storiche.

Se pensiamo allora alla nostra attuale famiglia, quella che stiamo costruendo con il nostro marito/compagno, e a che cosa ci tiene uniti, vediamo un incontro di bisogni ed emozioni che si muovono in un nuovo spazio di intersezione tra due culture familiari differenti, alla ricerca di una nuova combinazione tra il vecchio che scegliamo di accettare o rifiutare ed il nuovo che fa capo alle nostre menti, alle nostre preferenze, scelte di vita, periodi storici, emozioni, bisogni e desideri che nascono nel qui ed ora.

L’equilibrio sta sempre nel mezzo, nell’accettare le reciproche storie, accoglierle ed intrecciarle in una nuova trama, senza cancellare parti che in ogni caso cercherebbero una loro espressione attraverso l’intercapedine che si creerebbe proprio in quella “rimozione” di storia. Sarà proprio in quei segmenti cancellati o non accettati che i figli tenteranno di inserirsi a colmare la pellicola del film, sorprendendoci con comportamenti che tanto somigliano a quelli del nonno che non sopportiamo o alla zia di cui non si parla mai in casa.

Se ci pensiamo bene, abbiamo scelto il nostro partner con la sua vita, il suo passato e se spesso ci viene da dire che non abbiamo scelto la sua famiglia, mentiamo a noi stessi perché la persona porta sempre con sé una sua famiglia interiorizzata, un suo filtro attraverso il quale si muove nelle relazioni.

Tutto questo sarebbe integrazione di culture familiari, ma le dinamiche sono così complesse che fermarci a pensarle solo attraverso le parole appena scritte sarebbe veramente riduttivo.

Se penso a tutte le volte in cui credo fermamente che la mia famiglia, per tanti aspetti, sia più giusta di quella di qualsiasi altro, mi viene da mordermi la lingua per aver dimenticato che ogni nucleo familiare dà sempre il meglio che può per andare avanti e mantenersi unito, mettendo in campo tutte le risorse possibili per crescere i figli con l’amore che hanno potuto manifestare, a loro modo e con i loro mezzi a disposizione.

A voi viene da mordervi la lingua o da appuntirla ancora di più?

Riferimenti bibliografici

 

Andolfi M., Manuale di psicologia relazionale. La dimensione familiare, Roma, Accademia di Psicoterapia della Famiglia, 2003.

Crocetti G., I bambini vogliono la coppia. Per una genitorialità responsabile, Torino, Elledici, 2012.

Stanchezzaaaa, per favore vai viiia…

10 Lug

Rosalinda Sarmentosa

È da qualche giorno che non riesco a scrivere un post che sia degno di essere chiamato tale, ho mille argomenti per la testa eppure non riesco a buttar giù due frasi di fila che abbiano senso compiuto. Il motivo è che le mie cellule cerebrali, con le loro amiche sinapsi, sono andate in vacanza, anche se personalmente continuo a stare in città e a lavorare. Queste ultime settimane sono state davvero faticose e non per un aumento di impegni, semplicemente per una drammatizzazione delle operazioni quotidiane.

Forse perché sta arrivando la fine di un intero “anno scolastico” e, dopo mesi trascorsi ad organizzare un gruppo misto di bambini perennemente carichi di energia, il corpo e la mente urlano “VENDETTA” contro le mie intenzioni.

Forse perché essere impegnata con la mia cucciola 24h su 24 richiede una costante meditazione per non perdere la pazienza quando sale in continuazione sul tavolo dell’asilo, quando sposta le sedie provocando un gran baccano, quando ruba i giochi agli altri bambini e scappa via, quando si mette in piedi su qualsiasi seduta a sua disposizione e non ne vuole sentire di mettersi giù. Ho capito che le piace guardare dall’alto e ne sono ben contenta, come sono contenta di avere la possibilità di vederla crescere con i suoi pari, assaporare le sue conquiste, osservare le dinamiche che tende a creare con il gruppo, rendermi conto delle sue preferenze nelle “amicizie”, partecipare con lei al giro tondo e ai balletti di gruppo, ridere della sua faccia sorpresa quando vede che ballo per i bimbi e credo stia pensando “quanto è buffa mia madre!”.

Forse perché a livello emotivo mi sento felice ed appagata, poi fisicamente e mentalmente, oserei dire che mi sento devastata. Se durante l’inverno le giornate corte sono le giuste alleate, l’allungamento del pomeriggio estivo diventa nemico del mio sistema nervoso perché sembra durare l’infinito. Tutto questo sollecita la mia tendenza a riempire spazi a dismisura, cercando di incastrare mille cose da fare, per poi sentirmene sopraffatta.

Forse perché con il caldo estivo, se pur sia stata graziata dal tempo lunatico, funziono sempre ad intermittenza come una lampadina di Natale, a seconda della corrente, del livello di pressione.

Forse perché sono sette mesi che non metto piede nel mio adorato suolo natio ed il “Richiamo dell’isola” inizia a farsi prepotente nei ricordi dei suoi profumi, dei suoi sapori, dei suoi colori e paesaggi, di quell’aria di CASA di cui sento grande nostalgia perché sono le radici che mi stanno tirando giù in quella direzione.

Forse perché ho tanta voglia di fare una vera giornata di mare come si deve, che non sia fatta di 2 ore di traffico per arrivare su una spiaggia dal colorito ferroso e con un mare il contrario del cristallino, con l’ingresso quasi obbligato in uno stabilimento balneare per avere un minimo di servizi, ma dove dal mio lettino riesco a contare i nei sulla schiena del vicino di ombrellone. L’ultima volta che sono stata in una spiaggia libera sul litorale romano, circa un mese fa, oltre ad essermi ritrovata in mezzo a qualcosa che somigliava ad una discarica, il fiume che moriva nel mare portava con sé un’avvilente colorito verdastro di chissà quale vegetazione muffosa proveniente da scarichi a mio parere non leciti; come avrei potuto farci giocare la cucciola che, in ogni caso, non si è voluta avvicinare nemmeno a toccare l’acqua? A guardarla bene, aveva un punto interrogativo grosso quanto una capanna come a chiedersi “Ma che cos’è questo fluido verdastro che non somiglia all’acqua?”.

Forse perché la città comincia a svuotarsi e i parcheggi vuoti sotto casa, se pur comodissimi, mi ricordano che questo potrebbe essere il periodo giusto per riposarsi e rilassarsi.

Sono consapevole del fatto che rilassamento e relax siano parole usate scollate dal vero significato, quando si va al mare con bambini piccoli. Mi viene alla mente qualche ricordo di spaparanzamento noncurante e spensierato della mia gioventù. Il materiale necessario era veramente essenziale e veloce da mettere in borsa: asciugamano, crema, portafoglio, occhiali da sole e chiavi della macchina (se serviva). Le operazioni richieste erano al limite della catalessia: posare l’asciugamano, spalmare la crema, stendersi al sole, chiacchierare con le amiche, mentre la tintarella si impossessava di noi. Unica preoccupazione, sistemare il costume in modo che i segni fossero ridotti al minimo. Il ritorno a casa era altrettanto semplice: doccia e cambio per l’uscita serale da sfoggio abbronzatura.

Adesso è tutto cambiato, la musica è altra.

La borsa trasformata ormai in valigia deve contenere: asciugamani (x3), crema solare (x3, quindi protezione 50+, 30, 20, 10), acqua (x3), crackers (x5), portafoglio (dovrebbe essere x3, invece è l’unica cosa quasi invariata), giochi per la spiaggia (secchiello, paletta, rastrello, annaffiatoio, passino, formine, palla), piscina (la cucciola non è ancora una sirena, quindi non adora fare il bagno al mare), ciambella, ciabattine, ombrellone, accappatoio. Dopo sole 2-3 ore tocca tornare già a casa per non prendere il momento di punta del sole, non fai in tempo ad apparecchiare intorno all’ombrellone, che devi già ritirare su. L’abbronzatura è ormai zebrata e a pois per la sabbia che la cucciola fa recapitare a lancio. Arrivi a casa e subito il bagnetto, organizzare il pasto e la dormita. Qualcuno lo chiama relax, io lo chiamo affaticamento e così quando mi si chiede “ Andiamo al mare mezza giornata?”, mi vengono dei brividi di freddo come se avessi una febbre da cavallo. Ebbene devo ammettere che la prospettiva è completamente cambiata e se prima adoravo il mare, adesso non vedo l’ora che qualcuno mi chieda: “Andiamo in montagna?”.

Tu di che stile genitoriale sei?

17 Giu

Autunno, Estate, Inverno

Qualche giorno fa, all’asilo di mia figlia, si è svolto un incontro per i genitori dal titolo “Stili genitoriali a confronto”. Sono andata al seminario informativo, felice di ripassare nozioni trite e ritrite durante il periodo universitario e curiosa di trovarmi davanti a nuovi interrogativi che emergono sempre e comunque da un confronto costruttivo. Mi aspettavo la solita esposizione della distinzione tra stile autoritario, permissivo ed autorevole, invece mi sono trovata di fronte alla mia tanto amata Analisi Transazionale che da sempre parla di Genitorialità. Mi va di condividere con voi quanto è stato rinverdito nella memoria.

Mi rendo conto che le categorie tendono a divertire gli esseri umani ed anche me, essere imperfetto, quale sono. Mi trovo spesso a cercare di categorizzare le cose che faccio, a forzarmi in un gruppo simbolico di persone che hanno il mio stesso stile educativo. Devo ammettere che utilizzando la classica distinzione, colloco i miei comportamenti in tutti gli stili: in quello permissivo quando mi sento stanca e non ho più forze per portare avanti un divieto, in quello autoritario quando mi sento irritabile ed affaticata ed impongo regole, illudendomi di evitare di affaticarmi ancora di più, in quello autorevole quando mi sento bene con me stessa e con il mondo, quando ho energia per comunicare, spiegare, sostenere, tollerare, aspettare, ridere e scherzare. Se stanno così le cose, ho proprio due piedi in TRE staffe!!!

Invece, gli stili genitoriali possono essere classificati utilizzando delle dimensioni qualitative, quali l’affettività e la normatività, centrali nello svolgimento della funzione genitoriale. In questo modo, possiamo distinguere quattro stili genitoriali:

  1. Affettivo positivo: stimola il figlio ad esprimere e cercare risposta ai propri bisogni, lo aiuta quando è necessario, offre il PERMESSO di riuscire, operare bene, vincere e cambiare se necessario. Dà riconoscimenti e tiene a mente il diritto del figlio ad ottenere carezze, a sentirsi importante, ad evolversi e crescere, a rendersi autonomo, raggiungere obiettivi, il diritto ad essere amati e ad amare. Nella relazione, il genitore utilizza la propria emotività con il figlio, attraverso un linguaggio in prima persona (“Io mi sento in questo spaventato quando so che potresti metterti in pericolo e capisco che hai bisogno di provare a fare nuove cose”), sintonizzandosi a sua volta sull’emotività del figlio, si rende disponibile, gentile, mostra interesse alle cose che il figlio fa e offre appoggio nelle sue scelte. Si confronta da una posizione esistenziale Io sono OK-Tu sei OK.
  2. Affettivo negativo: invita il figlio a fallire nei propri obiettivi e a mantenersi dipendente al genitore, anche se in apparenza sembra che sproni all’autonomia e al riuscire. In realtà parte da una posizione IO non sono Ok-Tu non sei OK, per cui giudica il figlio come debole e inadeguato, incapace di crescere ed imparare, non stimola l’autocontrollo e la determinazione. Usa il “linguaggio del TU” (non dell’IO), parlando da una posizione di superiorità (es. “Tu sei incapace, lo faccio io per te”, “Tu non ci riesci, ci penso io”). Quando parla della propria emotività, lo fa attribuendone la responsabilità all’esterno (“Mi fai sentire triste se non mangi tutto quello che c’è nel piatto”), per cui il bambino si convince che da lui dipenda il sentire del genitore. I comportamenti tipici di questo stile sono soffocanti e morbosi, iperprotettivi.
  3. Critico positivo: dà dimostrazione di come si fa a fare bene le cose, ad ottenere risultati, raggiungere obiettivi e vincere. Sostiene il figlio nella sua crescita, aiutandolo a sentirsi competente, capace, creativo, a capire le conseguenze delle proprie azioni, a trovare sempre alternative, a saper chiedere aiuto al momento del bisogno. Fa presente al figlio quando un comportamento non va ed offre un’alternativa di cambiamento (“Non si strappano le foglie delle piante, piuttosto, puoi aiutarmi ad innaffiarle”).  Si tratta di uno stile che si accompagna ad assertività, alla capacità di dare dei limiti, di ottenere che si portino avanti gli impegni presi, offrendo l’aiuto necessario. La posizione esistenziale è Io sono OK-Tu sei OK.
  4. Critico negativo: deride, biasima, ridicolizza il figlio, lo giudica incapace e pieno di difetti. Usa spesso il confronto con i fratelli, con i compagni (es. “Sei proprio lento a fare i compiti! Hai visto invece tuo fratello? Ha già finito da un pezzo!”). Utilizza le generalizzazioni, quindi frasi assolutistiche del tipo “Tu sei SEMPRE il solito monello!”, “Tu non fai MAI quello che ti dico io”, “OGNI VOLTA mi fai fare le figuracce davanti a tutti!”. Dà etichette, accusa facendo domande da cui non c’è via d’uscita (es. “Chi ha rotto il vaso?”), non stimola a trovare soluzioni. Il genitore è convinto che le proprie emozioni dipendano dagli altri e le utilizza nella relazione con il figlio per ricattare (“Se non smetti di fare i capricci, non ti voglio più”). Usa il senso dell’umorismo in maniera incomprensibile al bambino, ridicolizzandolo o prendendolo in giro (i bambini non capiscono alcune battute degli adulti, vedono solo il comportamento, quindi che si sta ridendo di loro). I comportamenti tipici di questo stile genitoriale riflettono durezza, biasimo verso l’altro, derisione, umiliazione in pubblico (es. urlare contro il bambino davanti a tutti gli amichetti). La posizione esistenziale è chiaramente IO sono OK- Tu NON sei OK.

Sembra chiaro che per essere un genitore sufficientemente buono, il mix ideale comprende in sé un’affettività ed una normatività positive. Ad entrambe le dimensioni sottende un messaggio di fiducia e di amore nei confronti del proprio figlio, accompagnato da un’emotività che il genitore stesso mette a nudo, offrendo anche contenimento, e da una capacità di essere assertivi, tenendosi presenti nella relazione con il bambino, quale punto di riferimento anche nel “saper fare…”.

Queste proposte sono delle categorie in cui possiamo ritrovarci o meno. Il mio obiettivo, come sempre è quello di stimolare la consapevolezza circa il modo attraverso il quale ci muoviamo nella relazione con i nostri figli, con il fine modificare quei comportamenti che ci rendiamo conto essere poco funzionali,  in direzione di una genitorialità connotata positivamente.

Voi in che stile genitoriale vi riconoscete? Che cosa vorreste cambiare?

Riferimenti bibliografici

Crossman P. (1966), Permesso e Protezione, Transactional Analysis Bulletin, 5, 152-154.

Franta H., Atteggiamenti dell’educatore. Teoria e training per la prassi educativa, LAS, Roma, 1988.

Hernst F.H. Jr (1971), L’OK corral: una griglia per andare d’accordo, Transactional Analysis Journal, 1, 231-240.

Mastromarino R., Prendersi cura di sé per prendersi cura dei propri figli, IFREP, Roma, 2000.

Il tempo di una madre

27 Mag

Le vite Particolare

Se penso alla parola tempo, mi vengono in mente varie associazioni: “Con il tempo tutto si aggiusta”, “Il tempo è tiranno”, “Chi ha tempo non aspetti tempo”, “Ma che tempo fa oggi?”, “Quando finisci il tempo?”, “Il tempo delle mele”, “Diventai grande in un tempo piccolo” … una moltitudine di significati e concetti per lo stesso semplice, breve e conciso vocabolo.

Che ruolo ha avuto per me come madre un insieme di cinque lettere, qual’è la parola T E M P O?

Quando abbiamo saputo che presto sarebbe arrivato un fagottino nella nostra famiglia-coppia, il tempo si è letteralmente bloccato. Una notizia così sconvolgente e così aspettata, da far cadere qualsiasi riferimento esterno che ci collocasse all’interno di una realtà oggettiva. L’ambiente circostante si è così rimpicciolito da diventare semplice contorno di un corpo che giorno dopo giorno cambiava la sua sagoma.

Alla sesta settimana sono arrivate le nausee, quella fastidiosissima sensazione di malessere continuo che trasforma i profumi che prima adoravi in una puzza insopportabile, rendendo l’aroma di caffè una maleodorante gomma bruciata. Il tempo che si era bloccato, ha iniziato a scorrere molto lentamente. Pensavo che non sarebbe mai passato, che il mio star male non sarebbe svanito fino all’eternità.

Al quinto mese, finalmente ho ripreso a vivere, a godere delle mie giornate e il tempo ha ripreso la sua corsa, incessante e ritmica fino agli ultimi giorni della gravidanza, ed è lì che si è nuovamente rallentato nell’attesa di un tesoro tanto bramato. Il travaglio, i dolori delle contrazioni, la paura di non farcela, i secondi erano ore e le ore erano giorni. Ed eccola arrivare, senza il minimo sforzo, con tutta la calma che l’ha contraddistinta fin dal primo momento, il suo esplicito volere di prendersi il suo spazio e il suo tempo. Quei primi secondi in cui è cessato il dolore fisico ed è esplosa l’emozione adrenalinica si sono dilatati a sembrare parti di secoli indimenticabili.

Subito dopo il giorno e la notte si sono uniformate, il loro succedersi era scandito dai bisogni della cucciola, l’allattamento, il sonno, i cambi pannolini, il bagnetto, non c’era più la luce del sole o della luna a dichiarare la fine o l’inizio di un dì. Intanto il tempo ha egoisticamente continuato il suo percorso, fino ad arrivare ad oggi, dopo quasi 20 mesi da quell’esplosione atomica che ha rivoluzionato la mia vita, che ha ribaltato completamente il mio concetto di tempo.

Così mentre prima il mio correre con puntualità da una parte all’altra dava un senso al mio agire, ora non ho proprio tempo di pensare ai momenti che si succedono incessantemente, immersa totalmente in un vivere pieno a 360° una dolcissima e faticosa esperienza mammesca, dedita ad adattare il mio tempo al tempo della cucciola, alla ricerca di una danza ritmica che mi sintonizzi a lei per la vita.

Ormai parlo in termini di spazi, spazio per me come donna, come lavoratrice, spazio per lei, per i suoi giochi, per i suoi capricci, spazio per le coccole, spazio per la coppia, per la famiglia, illudendomi di ingannare il corso degli eventi. In effetti l’inganno c’è, a parlare di spazio mi sembra di vedere qualcosa che rimane su uno stesso status, ma in luoghi diversi, invece parlare di tempo ti conduce all’inesorabile certezza che nell’istante stesso in cui stai cercando di fotografarlo, è già volato via.

Se prima avevo un dubbio, adesso ho quasi  la certezza che il tempo esista per tutti universalmente e non esista per nessuno singolarmente: esistono le lancette di un orologio, ma non esiste nessun istante uguale all’altro, nessuna percezione che rifletta un assoluto. Ma se il tempo non esiste realmente, come è possibile che riesca comunque ad essere nostro tiranno?

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