Tag Archives: Giuseppina Mura

Intimamente vicini

6 Feb

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Fin dal primo momento, dal primo pensiero di lei, dalla prima fantasia su di lei, ancora prima del suo vero respiro, dei suoi occhi di fronte ai miei, ho provato ad immaginare come sarebbe stato il NOSTRO stare INSIEME, condividere, crescere, trascorrere, vivere.

I primi istanti di vita hanno trovato una loro scansione automatica, in “Pantarei” tutto scorreva naturalmente secondo dei ritmi legati a quanto di più primitivo esista in noi esseri umani, l’alternarsi di attività-passività, sonno-veglia, giorno-notte. Nel passare delle settimane, le giornate sembravano strutturarsi in qualcosa che sapeva di danza, di ricerca di relazione ed interazione, di scoperta e di stupore continui. Poi, verso i 9 mesi, la definizione degli spazi, quelli miei, quelli suoi, quelli NOSTRI, dettati da nuovi stimoli e vecchie passioni, e verso i 12 mesi della cucciola, l’esigenza di un’organizzazione più strutturata delle giornate, divise tra impegni lavorativi e asileschi, scelte di vita e passioni. Così, siamo passate da una danza fluida e molto naturale, ad un’interazione precisa e caratterizzata da NOI, incastrata in giornate troppo brevi per essere di 24h, notti che portano 5-6 ore di sonno discontinuo, voglia di fare e mancanza di concentrazione.

Ogni diade genitore-figlio, struttura il proprio tempo in modi del tutto personali che rispecchiano il proprio essere e fare. Io come ho strutturato le mie giornate con lei? Quanto spazio dedico, come madre, all’intimità con mia figlia, quella vera, quella fatta di autenticità, apertura e spontaneità? Ho pensato al concetto di Strutturazione del tempo dell’Analisi Transazionale e mi piace proporvelo come spunto di riflessione. Avvertenze: cancellate dalla vostra mente il significato di alcuni termini che verranno di seguito utilizzati, per entrare in un nuovo mondo.

Secondo Eric Berne, noi comuni mortali, abbiamo bisogno di strutturare il nostro tempo per fuggire alla noia (quante volte ci siamo chiesti, guardando il nostro bambino, che cosa possiamo fargli fare per non farlo annoiare?). Tale bisogno si lega alla fame di struttura, ossia alla necessità di crearci delle situazioni in cui possiamo scambiare delle Carezze. Noi possiamo strutturare il nostro tempo in modi diversi, secondo un continuum di “vicinanza-distanza relazionale” e coinvolgimento emotivo, aumentando il livello di esposizione al rischio di essere amati/rifiutati per quello che si è:

  • Isolamento. Nell’isolamento, ci ritiriamo mentalmente dall’altro e il rischio di coinvolgimento emotivo è minimo. Come genitori, abbiamo bisogno di ritirarci in un sano isolamento, in alcuni momenti della giornata e per quanto ci è concesso, per recuperare energie, per riflettere su nostri vissuti, per dedicarci alle nostre passioni. Alcune volte, l’isolamento viene evitato per paura, invece, dei propri processi, delle proprie emozioni; con il timore di contattare sé stessi, il proprio figlio viene “utilizzato” per non toccare le proprie emozioni. Ovviamente, un isolamento eccessivo porta, invece, ad un allontanamento dall’altro,  poco funzionale in ambito di accudimento.
  • Rituali. Il rituale è considerato uno scambio di carezze sicuro e prevedibile, in quanto le persone si comportano reciprocamente sempre nello stesso modo. Un rituale quotidiano è lo scambio di saluti, per esempio con il vicino di casa: “Ciao, come stai?”, “Tutto bene, grazie. Tu?”, “Bene, bene. Arrivederci e buona giornata!”, “Buona giornata anche a te. Ciao!”. Salutare i conoscenti è un modo utile a rifornirsi di carezze, in maniera prevedibile e ripetibile. I rituali servono anche ed iniziare una strutturazione del tempo un po’ più complessa (con gli amici, ci si saluta comunque in maniera prevedibile, si inizia a parlare del meteo, del sole e della pioggia, delle corse e del lavoro, poi si può decidere di introdurre discorsi con una maggiore apertura). Con i figli, soprattutto quando diventano più grandi, è importante non lasciarsi impantanare nei rituali, saltando domande personali e personalizzate circa il loro stato emotivo (Il “Come stai?”, non deve sostituire il “Come ti senti oggi?” o “Come ti senti in relazione a questa situazione o problema?”, oppure il “Come è andata a scuola?” detto in maniera generica non deve sostituire domande che lasciano trasparire un maggiore interesse verso il bambino e i suoi stati emotivi).
  • Passatempi. I passatempi sono una conversazione non ritualizzata, che non ha uno scopo, ma si tratta di “parlare di qualcosa”, tenendo una certa linea di condotta. Non avendo lo scopo di risolvere il problema, si tratta di un parlare sulle cose senza conclusioni, ma con uno scambio di carezze molto utile, con un rischio emotivo basso. Le “chiacchiere”, soprattutto quelle tra mamme, sono spesso il nostro passatempo preferito e come genitore, il confronto ed il conforto che posso trarne è di per sé vantaggioso. Importante non perdersi nelle chiacchiere quando si tratta di affrontare un problema con i propri bambini, poiché il “parlare sulle cose” può non stimolarli a trovare soluzioni ed alternative creative.
  • Attività. Si parla di attività quando si tratta di investire l’energia su fonti esterne come oggetti, idee, pensieri. Noi passiamo gran parte del nostro tempo in attività e traiamo carezze da queste in vari modi (es. complimenti per un lavoro ben fatto, critiche per un errore, vittorie). L’attività, però, se diventa unica fonte di carezze (valgo solo se produco a lavoro) può inaridire, in quanto la sola fiducia nelle proprie capacità non contempla necessariamente il sentirsi persone di valore in sé e per sé. Per questo l’ozio dei bambini è oro prezioso, di contro ad un continuo riempire i loro tempi in cose da fare.
  • Giochi. I giochi sono una serie di transazioni che conducono ad un risultato prevedibile (es. mi lamento fortemente con una persona, sapendo che alla fine otterrò il suo “Poverina!” e l’altro può avere piacere ad ascoltare le mie lamentele, con l’idea che “La salverò io!”). Il concetto di giochi fa riferimento a qualcosa di psicologico e relazionale, non ai giochi dei bambini. Detto questo, costantemente entriamo in dinamiche ripetitive anche con i nostri figli. Essendo un concetto molto complesso, lo lascio come punto da approfondire.
  • Intimità. L’intimità è il modo più rischioso e più vantaggioso di passare il tempo. Include il condividere apertamente emozioni e pensieri in una relazione caratterizzata da fiducia e onestà. Lo scambio di carezze avviene nell’immediato, senza secondi fini, ed è diretto e spontaneo (per esempio dire a mio figlio “Ti voglio bene”, fargli un sorriso, guardarlo con dolcezza, accarezzarlo, stringendolo tra le braccia). Intimità è anche saper chiedere scusa di fronte ad un atteggiamento sbagliato (es. mi sento stanco e urlo con il bambino), mostrare le proprie emozioni anche quelle che possiamo ritenere negative, es. tristezza, rabbia (tenendo sempre conto  di chi abbiamo di fronte). Se penso di essere Ok, sarò maggiormente predisposto a passare il mio tempo in intimità con l’altro, in quanto mi considero degno d’amore e quindi avrò meno paura ad espormi. Ecco che cosa è importante insegnare ai nostri figli, ad essere aperti e spontanei, a cercare carezze in modi diretti e dalle persone che amano, consapevoli di essere sempre e comunque OK perché esseri umani amati ed amabili.

Ognuno di noi avrà una strutturazione del suo tempo diversa. È carino poter fare uno specchietto su questo punto e segnare quante ore passiamo in ognuno di questi modi di strutturazione del tempo (lo possiamo fare in riferimento a più relazioni, es. con il partner). Se il divario tra intimità ed il resto è troppo ampio, non ci rimane che impegnarci a colmare la voragine, ritagliandoci degli spazi per scambiare Carezze incondizionate positive, quelle che fanno tanto bene al cuore e all’autostima dei nostri bambini.

Come sempre, buon lavoro di riflessione a me e a voi 😀

Un piccolo ricordo

15 Set
Mare, vacanze, nostalgia dell'estate, bimbi al mare

Mare, vacanze, nostalgia dell’estate, bimbi al mare

In questo giorno di pioggia e l’imminente arrivo dell’autunno che incombe, non posso fare a meno di ricordare il sole estivo ed il mare, le vacanze ormai finite e gli inserimenti già iniziati. Voglio coccolarmi un po’ guardando le foto di questa estate, lasciandomi trapassare da quelle emozioni e sensazioni così rilassanti.

Ecco per voi un piccolo assaggio.

Io la trovo casualmente incantevole, un po’ tragi-comica, nostalgica ed ancestrale, forse anche un po’ agreste ;D

Devo ammettere che la adoro e la modella non poteva essere più spontanea di così.

Abbiamo passato proprio una bella vacanza, la cucciola si è divertita tanto e noi con lei, nel vederla esplorare un nuovo mondo, avvicinarsi sempre di più alla riva del mare, toccare la sabbia prima sfiorandola per poi usarla per impanarsi come una fettina, scoprire come si usa un rastrello e come si fanno i castelli per distruggerli appena messi su, fare amicizia con altri bimbi e condividere i giochi con qualche “è MIO!” nei vari intervalli della comunicazione.

Sembra passata un’eternità, invece è solo un mese. Da quelle onde che sbattevano sulle Rocce Rosse all’inserimento al nido, da quelle giornate h24 insieme, ai nostri primi sani allontanamenti, quelli che servono a creare e mantenere ognuna il proprio spazio nel mondo, a vivere ognuna il proprio tempo per poi sentirci più felici nel ritrovarci.

Nonostante gli echi nostalgici sono proprio contenta di vivere con lei le stagioni che passano e vederla crescere giorno per giorno con le sue quotidiane conquiste e le mie quotidiane emozioni che si perdono nei suoi sorrisi, nelle sue lacrime e nei suoi continui capricci. Eh si, perché i terribili due anni si sono già affacciati da qualche mese!!! L’autonomia dal pannolino ha portato con sè una pretesa di autonomia su tutti i fronti, per cui me la ritrovo che vaga da sola al parco senza voltarsi a guardare se io sto dietro di lei, che dà confidenza a chiunque le parli di “Peppa Pig & Co”, che sale qualsiasi rampa di scala, che protesta di fronte a qualsiasi decisione io prenda senza consultarla con largo anticipo, che insiste fino a sfinimento se vuole ottenere il gelato prima della cena (proprio come sta facendo adesso), che si sdraia per terra senza curarsi del tipo di superficie e tantomeno del livello di igiene, che apre la porta da sola e chiede di uscire fuori, che conta fino a dieci, che parla una doppia lingua ;).

Io certamente non ero pronta nè al suo controllo sfinterico, nè alle sue continue prese di posizione, ma che ci vogliamo fare, sapevo benissimo che al rientro dalle vacanze sarebbero arrivate nuove crisi e nuovi traguardi.

Una mamma in un “paese di città”

8 Set
Daphne e Laura 1

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Eccoci di rientro dalle vacanze e come ben si sa, finito il riposo, finita la pacchia, lo stress sembra maggiore del periodo precedente alle vacanze stesse. A causare il disturbo da stress  post-vacanziero è la prospettiva che abbiamo davanti: mentre prima ci si sente “esauriti” per l’intero anno lavorativo e si contano i giorni per l’agognato relax, a Settembre ci si sente fiacchi, ma davanti a noi ci sono tre mesi lavorativi intensi prima delle prossime vacanze natalizie. Sembra presto, ma in realtà dopo le vacanze estive viene già Natale perché con la cucciola in giro per casa,  indaffarata a scorrazzare qua e là, più gli inserimenti e gli ambientamenti vari di altri cuccioli, il tempo vola e nessuno se ne rende conto. Eh no! Perché il tempo rimane comunque tiranno e decide lui se avvertirti o meno che sta correndo come un ossesso!!!

Poi c’è da aggiungere un altro fattore che alimenta il mio stress: un cuore sempre diviso a metà. È proprio così, ogni volta che parto e ogni volta che ritorno, mi sento sempre divisa tra gli affetti di sempre, quelli storici, quelli radicati dentro, quelli indissolubili, che hanno la forza di reggere ad anni di distanza (ormai 15) e talvolta di assenza, e gli affetti nuovi, quelli nati da un incontro casuale, quelli scelti tra le mille vicissitudini, quelli maturati giorno per giorno, quelli che ormai non posso fare a meno di definire una nuova famiglia. Un cuore diviso a metà tra l’isola e la penisola, tra il mare e la terraferma, diviso tra l’infanzia e la vita adulta, un cuore che lacrima ad ogni distacco da qui e da lì. Sono convinta che dopo 15 anni che provo sempre lo stesso dilemma (anzi, sempre peggio) non cambierà mai, le lacrime di mia madre sono sempre le stesse, così come quelle di mia sorella, quest’anno si sono aggiunte le vicine di casa e forse un giorno anche quelle della cucciola. Eppure abbiamo scelto la città, pur essendo fiera di essere nata e cresciuta in un paese. Ho provato a risolvere il dilemma, razionalizzandone le motivazioni, ma non ne cavo piedi. Che cosa comporta scegliere di essere madre in città o in un piccolo centro abitato? Volenti o nolenti, c’è una grande differenza, ma con un po’ di astuzia, si può superare il gap.

Vediamo un po’… Essere madre “trapiantata” in città significa:

  • Fare il corso pre-parto in ospedale;
  • Partecipare a forum che parlano di gravidanza e maternità;
  • Riuscire ad arginare la valanga di gente che vorrebbe venire a trovarti in ospedale, perché molti parenti abitano lontano, molti amici lavorano, perché nel reparto dove stai non accettano bambini e quindi coppie con figli senza baby-sitter rimangono a casa;
  • Riuscire ad organizzare dei turni di visite degli amici per venire a trovarti a casa, perché prima di improvvisare ti chiamano al cellulare;
  • Avere pochi pareri se non li chiedi e avere grande libertà di scelta;
  • Allarmarti se vedi che il tuo tono dell’umore va giù e muoverti per cercare aiuto nel consultorio sotto casa tua;
  • Andare al parco e fare amicizia con altre mamme come te, come altre mamme che spesso sono sole come te perché hanno i parenti lontani;
  • Cercare una struttura che ti sostenga nelle giornate con il nuovo arrivato perché devi tornare a lavoro e perché stare sola troppo tempo con i cuccioli porta a crisi di identità circa l’età che abbiamo;
  • Avere un’ampia scelta di asili nido, ludoteche, spazio be.bi., spazio gioco, materne, ecc;
  • Avere un’ampia scelta su come festeggiare i compleanni;
  • Avere un’ampia scelta sulle attività da far fare ai cuccioli (giardino zoologico, museo, cinema, laboratori creativi, letture animate, musica, sport, ecc…);
  • Sbrogliarti i pasticci per conto tuo, perché vale la legge “Hai voluto la bicicletta e mo’ pedali”, quindi “Hai voluto i figli, te li gratti tu!”;
  • Essere guardata storta quando tuo figlio si butta per terra vicino alla cassa del supermercato e tu sei in panico tra il carrello della spesa che si impiglia alla tua tracolla (o viceversa) e il marmocchio che non ne vuole sapere di rimettersi in posizione eretta;
  • Ritrovarti completamente sola nei momenti in cui ti senti particolarmente malinconica e tutti intorno a te hanno da fare proprio in quel momento;
  • Avere difficoltà ad organizzarti per un colloquio di lavoro perché non hai nessuno con chi lasciare i bambini, mentre il papà lavora;
  • Dover chiedere l’aiuto di una bacchetta magica per parcheggiare la tua auto nei parcheggi dei supermercati e tirare fuori i pargoli dalla portiera di dietro;
  • Avere la forza di Maciste per portare le buste della spesa, il passeggino con tuo figlio dentro, dal parcheggio che hai trovato a 300 m di distanza, dopo 2-3 giri a vuoto, fin sopra casa tua con una rampa di scale senza ascensore;
  • Allenarti in un simpatico gioco di incastri, da cui ormai non sai più come uscirne;
  • Correre, correre, correre;

Essere madre in un paese significa:

  • Non aver bisogno di fare il corso pre-parto perché è da quando sei bambina che senti centinaia di racconti di parti atroci o fulminei;
  • Non avere tempo per collegarti ad internet perché devi tenere casa in ordine e passa sempre qualcuno a prendere il caffè;
  • Avere una flotta di amici che ti creano una cappa claustrofobica intorno a letto dell’ospedale quando partorisci perché abitano tutti vicini e tutti ci tengono a venirti a trovare, tanto da prendersi anche il permesso a lavoro, in più, in reparto possono entrare anche i bambini;
  • Avere pareri anche se non li chiedi;
  • Dover mettere un’hostess all’ingresso di casa tua (in genere mamma o sorella) per accogliere chiunque decida di passare a trovarti, al rientro dall’ospedale, senza chiamarti, perché in paese si è più informali;
  • Allarmare i parenti se vedono che sei un po’ giù di tono;
  • Scegliere l’unico parco a disposizione per far giocare il tuo bambino;
  • Avere facilità di scelta sull’asilo nido o l’asilo in famiglia di tua madre o tua suocera;
  • Trovare parcheggio davanti al supermercato e sotto casa tua;
  • Andare dalla parrucchiera o dall’estetista mentre i bambini stanno con la nonna o con la zia o con un’amica o con la vicina di casa o a casa di un amichetto;
  • Avere dei sorrisi di comprensione e delle risate di sdrammatizzazione quando tuo figlio si butta per terra vicino alla cassa del supermercato e mentre la tua borsa si è impigliata al carrello, tuo figlio è stato aiutato dalla signora che sta in fila dietro di te, nonché cognata di tuo zio o nipote di nonno che ti conosce da quando sei nata;
  • Fare una chiacchierata con la vicina di casa nei momenti in cui la malinconia prende il sopravvento;
  • Allevare un bambino in una comunità (anni fa era stile kibbutz);
  • Far giocare i bambini per la strada con compagni di vario genere e tipo a seconda di quanto hanno procreato i vicini di casa;
  • Prendersi il proprio tempo;
  • Andare piano, piano, piano.

Apparentemente sembrano due cose opposte e chi vive solamente in una delle due realtà, alle volte, non capisce che cosa significhi vivere nell’altra. Io credo che nonostante tutto, si può essere una madre in un “paese di città”, basta cercare una rete sociale, una ragnatela di relazioni ed affetti, costruire legami perché in realtà è questo che fa la differenza vera ed è per questo che una madre può sentirsi sola in un piccolo centro abitato e in compagnia in una grande città. Penso che un genitore abbia tutto il diritto di avere una rete che lo sostenga nel difficile compito educativo ed il dovere di creare indirettamente supporto per i propri figli, perciò perché lasciarsi sfuggire l’occasione di farsi compagnia e “non rendersi soli”? Perché la verità è che la solitudine non esiste di per sé, non si è mai soli quando intorno c’è qualcuno, ma ci si può rendere soli con l’isolamento, la chiusura, il rifiuto di una mano tesa, la vergogna di chiedere aiuto, con il non accettare carezze quando le vogliamo, mandando in riserva il vitale serbatoio di energia che si riempie solo con la relazione. Ricordiamocelo sempre, alla fine della fiera, è sempre la relazione quella che cura.

Qual è la vostra esperienza?

Con gli occhi di una madre

7 Ago

Sa jana di Uri

È proprio vero che la gravidanza ed il parto segnano una netta linea di confine tra il prima ed il dopo, niente è più come allora perché tutte le cose che vivi, passano attraverso il filtro di un nuovo sguardo con il quale osservi, studi, leggi e vivi il mondo.

È lo “sguardo di mamma” a filtrare la realtà con nuove emozioni ed una tenerezza aggiunta. È come se si fosse aperto un rubinetto di emozioni canalizzate a dispensare attenzioni e cure a chiunque, a chi ci sta a cuore e a chi nemmeno conosciamo, se non attraverso i media (ormai mi viene da piangere anche solo a sentire il TG e per questo evito da tempo di guardarlo).

Uno stesso evento assume un significato completamente diverso. Di fronte a matrimoni, nascite, lutti, l’emozione provata era certamente forte eppure, paragonandola a ciò che sento ora di fronte alle stesse situazioni, mi sembrano quasi vuote.

La maternità, ad iniziare dal periodo della gravidanza, tira fuori qualcosa di atavico, un contatto genuino con emozioni talvolta dimenticate, con la nostra infanzia, con i genitori interiorizzati, con i bisogni insoddisfatti e i desideri disattesi, ma anche con tutta la pienezza che solo un ventre pieno di VITA sà portare. In più, il diventare madre ti espone in automatico a “sentirti materna” in tutto ciò che fai, come se non bastasse il tuo pregresso spirito da crocerossina missionaria.

Praticamente adesso, qualsiasi evento della vita sembra mi riguardi da vicino perché in ognuno di essi c’è sempre di mezzo, irrimediabilmente, un figlio e di riflesso una madre.

Qualche giorno fa è arrivato un nuovo cucciolo nella nostra famiglia e con sé ha portato emozioni vissute tempo addietro, ma con un carico tutto speciale. L’ansia dell’attesa, la paura del dolore, la gioia al suo arrivo sono state così intense da aver vissuto vicariamente un vero e proprio “parto”, se pur a partorire non sia stata io, ma una delle persone più importanti della mia vita.

Qualche giorno prima parlavamo io, mia sorella e mia madre, in una delle nostre riunioni al femminile. Nostra madre le dice, guardandola con tenerezza: “Se avessi potuto, mi sarei presa io il dolore che ti aspetta”, mentre mia sorella aggiunge, in pieno contatto emotivo “Io per mio figlio lo farei se mai fosse possibile” ed io cinicamente ho risposto: “Eh no, ad ognuno il suo!”, presa in realtà da un’immensa ondata di amore che al momento ho preferito gestire con distacco. Invece, avrei voluto alleggerirle parte del dolore, immaginandone in anticipo la sofferenza. A guardare il tutto con gli “occhi di mamma”, mi sono emozionata a vederla mentre la portavano in sala operatoria perché anche lei è un pezzo di me e il nuovo arrivato è un pezzo di Noi, della nostra Famiglia.

Che gioia vederlo appena nato, con la calma che già lo contraddistingue (si è fatto attendere parecchio), così uguale a suo fratellino. Sembrava mi scoppiasse il cuore, impegnata a nascondere parte di quell’emozione che a momenti sentivo esagerata, nella sua meravigliosità. Pensavo a qualche ora prima…si percepivano i suoi movimenti solo attraverso la pelle che lo custodiva, era un vedo-non vedo, una presenza raccontata da un corpo, un nome senza volto e delle etichette già confezionate prima ancora del prodotto finale. In fondo se l’è un po’ cercata, ci ha fatto aspettare oltre il termine previsto ed ora si becca la nomea di “pacioso”. Adesso eccolo qua, a dormire beato perché infondo stava tanto bene là dentro e fosse stato per lui sarebbe rimasto qualche altro giorno e la sua mamma ancora indolenzita, con il sorriso stampato in un arco della bocca che a momenti va all’ingiù per la stanchezza, per la preoccupazione per chi c’è già, per la paura del dopo, per la malinconia degli ormoni ancora impazziti. Anche di quello vorrei prendermi cura come una madre, pur sapendo che ognuno ha risorse per farcela, pur riconoscendo che tutte le persone possono trovare la forza per affrontare le difficoltà. Ma che ci vuoi fare? Al “cuor di mamma” non si comanda…

Perchè proprio Peppa Pig?!

4 Ago

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Il cartone animato in primis, i giocattoli, gli accessori (dai cappelli agli ombrelli), le magliette, da qualche parte uscirà anche la cameretta ed il bidet di Peppa Pig, feste e torte di compleanno rigorosamente a tema, oramai siamo invase da questa buffa maialina, il suo mondo è entrato in tutte le case abitate o frequentate da bambini.

Io inizio a vederne qualche puntata insieme alla cucciola che sembra interessata a Peppa, se pur non ne sia ancora diventata fan accanita. Sinceramente l’ho guardata con sospetto di fronte a quei “stupido papà pasticcione”, i suoi continui grugniti e i ruttini, incuriosita e allo stesso tempo perplessa perché non riesco a capire che cosa abbia di così tanto speciale la nostra Peppa.

I cartoni della mia infanzia erano tanto diversi, ma forse negli anni 90’ non esistevano serie per i più piccoli. Quanta nostalgia di “Candy, Candy”, “Lovely Sara”, “Anna dai capelli rossi”, “Milly un giorno dopo l’altro”, “Il magico mondo di Gigì”, “Magica Emy”, “Creamy”, “Juny peperina inventa tutto”, “Holly e Bengj”, “Mila e Shiro”, “Yattaman”, “Occhi di gatto”, “Pollon”, “Georgie”, “Kiss me Licia”, “Memole”…tutti senza genitori o con gravi tragedie in atto, per favorire il famoso processo di “separazione” dalle figure genitoriali. Le loro sigle indimenticabili sono impresse nel DNA della nostra generazione e tuttora vado a rivederle su youtube per risentire il profumo della mia infanzia, i ricordi dei litigi con mio fratellino per il cartone da seguire, i sogni sulle magie, i deliri di onnipotenza, le lacrime da crocerossina, l’eccitazione della risoluzione del problema ed il tanto amato lieto fine.

Adesso è un’altra cosa, la generazione è cambiata ed anche i cartoni. Devo dire che RAI Yoyo non è niente male (a piccole dosi per i bambini e per riprendere fiato i genitori), anzi lo reputo proprio ben pensato per i più piccoli; con la “Pimpa” ed il suo magico mondo di oggetti ed esseri viventi che si umanizzano, con i “Barbapapà” che si trasformano dimostrando grande capacità di problem solving, con “Shaun the sheep” e la sua simpatica sigla, con “Timmy” che mi fa venire il mal di testa con i suoi belati, ma alla cucciola piace un sacco, con “L’Ape Maia” e la sua predisposizione all’aiuto del prossimo. Poi c’è “PEPPA PIG”, la protagonista indiscussa per la fascia 3-5 anni (sembra che coinvolga un range anche più ampio dai 18 mesi ai 10 anni).

Ma che cosa ha di così tanto speciale questo maialino? Ho provato a coglierne qualche elemento saliente che possa giustificare questo innamoramento di massa:

  • il cartone è dalla parte dei bambini, il punto di vista del racconto è quello di Peppa ed infatti è lei che si presenta “Io sono Peppa Pig” e presenta tutta la sua famiglia; il papà e la mamma non hanno un nome, così come il nonno e la nonna, proprio perché è Peppa a chiamarli secondo il suo punto di vista;
  • gli episodi sono corti e quindi rispettano il tempo di concentrazione dei bambini che la seguono;
  • la voce fuori campo spiega con chiarezza e semplicità quello che succede, con frasi corte che contengono sempre soggetto ed azione;
  • la grafica è molto lineare, bidimensionale, nel rispetto della prospettiva con la quale i bambini di quell’età guardano il mondo;
  • i luoghi in cui si svolgono le azioni dei personaggi sono riconoscibili perché si ripetono (tutte le case sono sul cucuzzolo di una collina) e sono familiari ai bambini (la casa, la scuola, il parco giochi, la piscina);
  • la sigla è orecchiabile e riconoscibile a miglia di distanza;
  • i personaggi sono dei maialini antropomorfizzati, infatti sembrano degli umani;
  • i personaggi fanno cose per le quali noi genitori storciamo spesso il naso (es. ruttare a piacimento, saltare nelle pozzanghere di fango);
  • gli episodi finiscono sempre in grosse e grasse risate, tanto da scompisciarsi per terra tutti insieme;
  • il tempo è condensato, per cui in una puntata si svolge un’intera giornata (come la percezione del tempo dei bambini).

In base a queste caratteristiche, direi che si tratta di un cartone animato studiato nei particolari, dove niente è lasciato al caso, eppure credo che la vera magia di Peppa Pig, il motivo per cui entra nel cuore dei bambini, è un unico altro elemento fondamentale che la contraddistingue da qualsiasi altro cartone animato: la sua FAMIGLIA PIG (moderna e affettiva).

famiglia peppa-pig

Peppa ha due genitori che si prendono cura di lei e del suo fratellino, presenti e disponibili, attenti ai bisogni affettivi dei propri figli, non solo alle regole del quotidiano (che vengono spiegate brevemente e in maniera chiara e ferma, direi assertiva ed autorevole). Mamma e Papà Pig passano tantissimo tempo con i loro figli e per questo, agli occhi dei loro bambini, sembra quasi che non lavorino (tanto che Peppa ce li racconta poco a lavoro), li coinvolgono nelle varie attività, partecipano ai loro giochi, spiegano tutto con grande disponibilità, incredibilmente imperfetti e pasticcioni, sono dei grandi ottimisti perché riescono a trovare sempre il risvolto positivo della giornata, tanto da finire sempre in sonore risate. Attorno alla famiglia nucleare ruotano due nonni Pig, simpaticissimi, che giocano con i nipotini e fanno le cose da nonni (non da baby-sitter), la maestra Madame Gazzella gentile ed attenta, gli amichetti tutti diversi ed ognuno con le sue particolarità a dimostrazione del fatto che la diversità è un valore aggiunto (Suzy pecora, Rebecca Coniglio, Danny Cane, ecc.), e la Signora Coniglio che fa tantissimi lavori, ma è una figura familiare.

Quindi eccolo il segreto, Peppa Pig ha una FAMIGLIA affettuosa e presente, quella che tutti i bambini desiderano e alla quale hanno diritto. Il processo di “separazione” dalla famiglia viene accompagnato dalle figure genitoriali, ma su questo punto devo ancora riflettere seguendo ben bene tutti gli episodi.

Certo rimane qualche la riserva in merito alle espressioni “stupidino” o “stupidina” se pur dette in maniera scherzosa, ai ruttini volanti, al rotolarsi nel fango, ma loro sono pur sempre dei maialini e con un bel paio di galosce anche ai bambini può essere permesso di saltare le pozzanghere. Tutto sommato devo dire che Peppa è una cinquenne simpaticona e pur rimpiangendo le lacrime versate per le tragedie di Candy e Sara, la promuovo a pieni voti.

Voi che cosa ne pensate? Peppa ha già invaso casa vostra?

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