Tag Archives: genitorialità consapevole

Intimamente vicini

6 Feb

Immagine

Fin dal primo momento, dal primo pensiero di lei, dalla prima fantasia su di lei, ancora prima del suo vero respiro, dei suoi occhi di fronte ai miei, ho provato ad immaginare come sarebbe stato il NOSTRO stare INSIEME, condividere, crescere, trascorrere, vivere.

I primi istanti di vita hanno trovato una loro scansione automatica, in “Pantarei” tutto scorreva naturalmente secondo dei ritmi legati a quanto di più primitivo esista in noi esseri umani, l’alternarsi di attività-passività, sonno-veglia, giorno-notte. Nel passare delle settimane, le giornate sembravano strutturarsi in qualcosa che sapeva di danza, di ricerca di relazione ed interazione, di scoperta e di stupore continui. Poi, verso i 9 mesi, la definizione degli spazi, quelli miei, quelli suoi, quelli NOSTRI, dettati da nuovi stimoli e vecchie passioni, e verso i 12 mesi della cucciola, l’esigenza di un’organizzazione più strutturata delle giornate, divise tra impegni lavorativi e asileschi, scelte di vita e passioni. Così, siamo passate da una danza fluida e molto naturale, ad un’interazione precisa e caratterizzata da NOI, incastrata in giornate troppo brevi per essere di 24h, notti che portano 5-6 ore di sonno discontinuo, voglia di fare e mancanza di concentrazione.

Ogni diade genitore-figlio, struttura il proprio tempo in modi del tutto personali che rispecchiano il proprio essere e fare. Io come ho strutturato le mie giornate con lei? Quanto spazio dedico, come madre, all’intimità con mia figlia, quella vera, quella fatta di autenticità, apertura e spontaneità? Ho pensato al concetto di Strutturazione del tempo dell’Analisi Transazionale e mi piace proporvelo come spunto di riflessione. Avvertenze: cancellate dalla vostra mente il significato di alcuni termini che verranno di seguito utilizzati, per entrare in un nuovo mondo.

Secondo Eric Berne, noi comuni mortali, abbiamo bisogno di strutturare il nostro tempo per fuggire alla noia (quante volte ci siamo chiesti, guardando il nostro bambino, che cosa possiamo fargli fare per non farlo annoiare?). Tale bisogno si lega alla fame di struttura, ossia alla necessità di crearci delle situazioni in cui possiamo scambiare delle Carezze. Noi possiamo strutturare il nostro tempo in modi diversi, secondo un continuum di “vicinanza-distanza relazionale” e coinvolgimento emotivo, aumentando il livello di esposizione al rischio di essere amati/rifiutati per quello che si è:

  • Isolamento. Nell’isolamento, ci ritiriamo mentalmente dall’altro e il rischio di coinvolgimento emotivo è minimo. Come genitori, abbiamo bisogno di ritirarci in un sano isolamento, in alcuni momenti della giornata e per quanto ci è concesso, per recuperare energie, per riflettere su nostri vissuti, per dedicarci alle nostre passioni. Alcune volte, l’isolamento viene evitato per paura, invece, dei propri processi, delle proprie emozioni; con il timore di contattare sé stessi, il proprio figlio viene “utilizzato” per non toccare le proprie emozioni. Ovviamente, un isolamento eccessivo porta, invece, ad un allontanamento dall’altro,  poco funzionale in ambito di accudimento.
  • Rituali. Il rituale è considerato uno scambio di carezze sicuro e prevedibile, in quanto le persone si comportano reciprocamente sempre nello stesso modo. Un rituale quotidiano è lo scambio di saluti, per esempio con il vicino di casa: “Ciao, come stai?”, “Tutto bene, grazie. Tu?”, “Bene, bene. Arrivederci e buona giornata!”, “Buona giornata anche a te. Ciao!”. Salutare i conoscenti è un modo utile a rifornirsi di carezze, in maniera prevedibile e ripetibile. I rituali servono anche ed iniziare una strutturazione del tempo un po’ più complessa (con gli amici, ci si saluta comunque in maniera prevedibile, si inizia a parlare del meteo, del sole e della pioggia, delle corse e del lavoro, poi si può decidere di introdurre discorsi con una maggiore apertura). Con i figli, soprattutto quando diventano più grandi, è importante non lasciarsi impantanare nei rituali, saltando domande personali e personalizzate circa il loro stato emotivo (Il “Come stai?”, non deve sostituire il “Come ti senti oggi?” o “Come ti senti in relazione a questa situazione o problema?”, oppure il “Come è andata a scuola?” detto in maniera generica non deve sostituire domande che lasciano trasparire un maggiore interesse verso il bambino e i suoi stati emotivi).
  • Passatempi. I passatempi sono una conversazione non ritualizzata, che non ha uno scopo, ma si tratta di “parlare di qualcosa”, tenendo una certa linea di condotta. Non avendo lo scopo di risolvere il problema, si tratta di un parlare sulle cose senza conclusioni, ma con uno scambio di carezze molto utile, con un rischio emotivo basso. Le “chiacchiere”, soprattutto quelle tra mamme, sono spesso il nostro passatempo preferito e come genitore, il confronto ed il conforto che posso trarne è di per sé vantaggioso. Importante non perdersi nelle chiacchiere quando si tratta di affrontare un problema con i propri bambini, poiché il “parlare sulle cose” può non stimolarli a trovare soluzioni ed alternative creative.
  • Attività. Si parla di attività quando si tratta di investire l’energia su fonti esterne come oggetti, idee, pensieri. Noi passiamo gran parte del nostro tempo in attività e traiamo carezze da queste in vari modi (es. complimenti per un lavoro ben fatto, critiche per un errore, vittorie). L’attività, però, se diventa unica fonte di carezze (valgo solo se produco a lavoro) può inaridire, in quanto la sola fiducia nelle proprie capacità non contempla necessariamente il sentirsi persone di valore in sé e per sé. Per questo l’ozio dei bambini è oro prezioso, di contro ad un continuo riempire i loro tempi in cose da fare.
  • Giochi. I giochi sono una serie di transazioni che conducono ad un risultato prevedibile (es. mi lamento fortemente con una persona, sapendo che alla fine otterrò il suo “Poverina!” e l’altro può avere piacere ad ascoltare le mie lamentele, con l’idea che “La salverò io!”). Il concetto di giochi fa riferimento a qualcosa di psicologico e relazionale, non ai giochi dei bambini. Detto questo, costantemente entriamo in dinamiche ripetitive anche con i nostri figli. Essendo un concetto molto complesso, lo lascio come punto da approfondire.
  • Intimità. L’intimità è il modo più rischioso e più vantaggioso di passare il tempo. Include il condividere apertamente emozioni e pensieri in una relazione caratterizzata da fiducia e onestà. Lo scambio di carezze avviene nell’immediato, senza secondi fini, ed è diretto e spontaneo (per esempio dire a mio figlio “Ti voglio bene”, fargli un sorriso, guardarlo con dolcezza, accarezzarlo, stringendolo tra le braccia). Intimità è anche saper chiedere scusa di fronte ad un atteggiamento sbagliato (es. mi sento stanco e urlo con il bambino), mostrare le proprie emozioni anche quelle che possiamo ritenere negative, es. tristezza, rabbia (tenendo sempre conto  di chi abbiamo di fronte). Se penso di essere Ok, sarò maggiormente predisposto a passare il mio tempo in intimità con l’altro, in quanto mi considero degno d’amore e quindi avrò meno paura ad espormi. Ecco che cosa è importante insegnare ai nostri figli, ad essere aperti e spontanei, a cercare carezze in modi diretti e dalle persone che amano, consapevoli di essere sempre e comunque OK perché esseri umani amati ed amabili.

Ognuno di noi avrà una strutturazione del suo tempo diversa. È carino poter fare uno specchietto su questo punto e segnare quante ore passiamo in ognuno di questi modi di strutturazione del tempo (lo possiamo fare in riferimento a più relazioni, es. con il partner). Se il divario tra intimità ed il resto è troppo ampio, non ci rimane che impegnarci a colmare la voragine, ritagliandoci degli spazi per scambiare Carezze incondizionate positive, quelle che fanno tanto bene al cuore e all’autostima dei nostri bambini.

Come sempre, buon lavoro di riflessione a me e a voi 😀

Annunci

Perchè odiare Peppa Pig?

6 Gen

ombrello peppa

Le feste sono ormai finite e mi ritrovo con le valigie vuote, la lavatrice piena, i panni da ripiegare, la casa da riordinare e i regali della cucciola da collocare. Li prendo uno per uno, mentre lei guarda con gli occhio gioiosi, e li mettiamo insieme ognuno nel proprio spazio.

Tutte le persone a noi vicine sanno che la piccola ama spassionatamente Peppa e tutta la sua combriccola e, per questo motivo, molti dei doni ricevuti sono stati all’insegna di “Casa Pig”. Abbiamo quasi tutto il vendibile e la cosa mi fa sorridere perché in giro per casa ci sono un branco di maialini giocosi che spuntano fuori come funghi, insieme a zebre,  conigli, cani e pecorelle. Poi, se lei è contenta, lo sono anche io, a prescindere da tutto. Si lo so, abbiamo ceduto alle tendenze consumistiche, si lo so che ci hanno imbambolati con le pubblicità, so che non è bene prendere esempio da una maialina capricciosa, ma so anche che viviamo nel qui ed ora, che la cucciola è figlia del suo tempo e so che i nativi digitali amano la tecnologia e i maialini rumorosi.

Ho letto diversi pezzi contro Peppa Pig, alcuni sono molto divertenti, mentre altri sfiorano la fantascienza. Domanda retorica: ma se Peppa non piace, non conviene non farla vedere ai propri figli ed ignorarla, piuttosto che scriverci pure degli articoli e continuare a parlarne rendendola quindi comunque presente nelle proprie vite?

Sembra che ultimamente la nuova tendenza socio-antropologica sia quella di schierarsi drasticamente pro o contro qualsiasi cosa, spesso senza cognizione di causa. Non è più concesso dire semplicemente che io non sono d’accordo con qualcuno oppure che concordo, perché detto così sembra significare non definirsi o non esporsi, quindi viene confuso con il concetto di “falsità” che ormai piace un sacco a tanti. Mi chiedo, il semplice fatto di dire “Mi piace” o “Non mi piace”, non significa mettersi in una posizione ben precisa? Dire che ognuno è libero di esprimere le proprie opinioni a prescindere dal mio pensiero personale, non è prendere posizione? Affermare che io agisco in un certo modo e che ne esistono altri diecimila alternativi, non è definirsi rispetto all’altro? Non basta esprimere una preferenza, senza indire boicottaggi di massa (a parte per cause veramente di valore), senza correre il rischio di essere etichettati come passivi e inerti? Ditemi che la libertà di espressione e di pensiero sono ancora un diritto sacrosanto!!!

Da quando sono diventata mamma, mi sono ritrovata in mezzo a guerre basate su “aria fritta”, dove la presunzione che il soggettivo sia oggettivo ha dato la spinta per delle vere e proprie crociate su degli argomenti che sono diventati scottanti nell’universo mammesco: parto naturale o cesareo, parto in casa o in ospedale, allattamento al seno o artificiale, vaccini si o vaccini no, portare o non portare, omogeneizzati fatti in casa o comprati, co-sleeping o ognuno nel proprio letto, televisione si o televisione no, pro SOS Tata o contro SOS Tata, Peppa Pig “Santa subito” o Peppa Pig allo spiedo! E bastaaaa!!! Ma ognuno non sarà libero di scegliere ciò che è meglio per sé e per la propria famiglia?

Non voglio fare la fine del bue che dice cornuto all’asino, additando un certo processo psicologico per poi utilizzarlo alla stessa maniera, per cui il mio obiettivo è quello di cercare di capire che cosa si nasconde dietro a tutto questo atteggiamento di odio nei confronti di qualsivoglia cosa. Si tratta semplicemente del processo sotteso alla favola “La volpe e l’uva”.

L’odio è un’emozione che si lega a quella primaria della rabbia ed è qualcosa di estremamente naturale, come l’INVIDIA e la GELOSIA, sentimenti tutti che vengono spesso negati in blocco perché socialmente non accettabili oppure estremizzati per trovarne una giustificazione plausibile. L’odio nasce spesso da qualcosa che ci riguarda personalmente e che abbiamo imparato a non accettare, a tagliare fuori, mentre viene riposta all’esterno, su un “oggetto” (persona, cosa, ideale, valore), per poter essere liberamente disprezzata. Es. se da bambini abbiamo ricevuto un’educazione rigida e severa sulla pulizia, probabilmente impareremo a mantenerci puliti ed ordinati, in maniera ossessiva, ripetendo la stessa rigidità con nostro figlio che, in quanto bambino, avrà la naturale tendenza a sporcarsi, soprattutto mangiando e giocando. Ciò che è stato negato a noi, cioè il naturale impulso a sporcarsi nell’esplorazione, sarà vissuto con disgusto e nel riconoscerlo nell’altro verrà combattuto per esempio pulendo in continuazione la bocca e le mani del nostro bambino di 6 mesi che inizia a mangiare le pappe oppure criticando aspramente quelle mamme che lasciano i propri figli liberi di giocare sporcandosi.

La pericolosità dell’ODIO non deriva però dal provarlo, quanto dal non riconoscerlo e quindi agirlo senza averlo prima “mentalizzato”. Che cosa significa? Tutte le emozioni possono essere provate, ma devono essere necessariamente riconosciute per poter essere utilizzare come guida funzionale per muoverci nel mondo (es. la paura ci indica che siamo di fronte ad un pericolo). Io posso provare odio per qualcuno o qualcosa e chiedermi il perché, scoprendo poi che ci sono degli aspetti della mia storia passata, spesso non risolti, per cui sono più portato a provare quel sentimento verso una certa cosa. Definendo una causa, il sentimento stesso può permanere, ma con una carica emotiva minore. Se invece provo odio e cerco di reprimerlo, mettendolo fuori dalla mia consapevolezza, prima o dopo lo agirò in maniera inconsapevole, magari intraprendendo delle guerre senza senso e nel peggiore dei casi arrivando a gesti inconsulti (in extremis).

È ovvio che l’odio verso Peppa Pig non porterà a ridurla seriamente ad una porchetta, colpendo così la sensibilità di milioni di bambini nel mondo, ma quello che invito a fare come genitori, uscendo fuori dall’ironia, è di pensare sempre al perché ci scaldiamo così tanto spesso  su argomenti che alle volte non ci portano a niente (es. Se io allatto al seno e un’altra donna non lo fa, perché devo criticarla? Se io decido che i miei tre figli dormono a letto con me, perché per me è la soluzione migliore che ho trovato rispetto al mio stile di vita, che cosa ottengo dal criticare aspramente chi ripone il proprio figlio a dormire nella sua culla alla veneranda età di 6 mesi?).

Prima di intraprendere una guerra, chiediamoci sempre quale sia l’obiettivo che vogliamo raggiungere e quali corde personali vengono toccate dalla tale causa. Ognuno ha proprie idee su se stesso, gli altri ed il mondo e attraverso il suo quadro di riferimento filtra la realtà. Esiste un’unica realtà oggettiva (es. un bambino che piange) ed esistono innumerevoli realtà soggettive (es. il bambino che piange è disperato perché gli manca la mamma, il bambino sta facendo le lagne perché è capriccioso, il bambino è affamato anche se ha mangiato 5 minuti prima, il bambino è inconsolabile) che si legano a storie personali, intrecci familiari, gruppi sociali, stereotipi, tradizioni, leggende, ecc.

Ciò che è importante sapere è che l’odio è qualcosa di estremamente soggettivo e prima di riporlo su una qualsiasi cosa, che sia Peppa Pig o un genitore diverso da noi o un’idea lontana dalla nostra, chiediamoci quanto l’altro ci ricorda di noi, quanto l’altro ci stimola ad entrare in contatto con quegli aspetti che da sempre abbiamo imparato a negare, a tagliare fuori dalla consapevolezza. Solo riconoscendo, accettando ed integrando le nostre polarità possiamo diventare degli adulti consapevoli, spontanei ed intimi, quindi realmente autonomi.

Alla ricerca di radici

19 Apr

Sinindara e Zinzandara nella foresta di rame e argento
Mi sorprendo spesso a guardare mia figlia e a chiedermi a chi somiglia. Ben consapevole della sua individualità e unicità, cerco somiglianze che la colleghino alla mia famiglia, faccio domande a mio marito sulla sua infanzia, sui suoi parenti, per cercare connessioni anche lì. Ho quasi paura di lasciarla senza collegamenti, senza sinapsi che la ricongiungano nel grande “cervello” della famiglia trigenerazionale. Una ricerca di radici piantate nella mia granitica isola, in mezzo alle piccanti piante di peperoncini del nonno, nel silenzio delle montagne umbre, nella vita frenetica della capitale. Sono radici che si diramano in un albero genealogico che tocca varie parti d’Italia. È questa la storia che consegniamo a lei ed è da qui che la aiuteremo a costruire il suo volo. Nella ricerca di somiglianze, c’è il desiderio di trovare una cornice di riferimento entro la quale inquadrare nostro figlio per donargli la storia dei nostri predecessori. Quando la ricerca di somiglianze o differenze diventa l’unico modo per caratterizzare i nostri figli, il rischio è quello di forzare un’etichetta per farla corrispondere alla nostra cultura familiare. È così che doniamo miti familiari anziché identità personali, catene anziché ali.

Partire dalla nostra storia può essere un buon modo per poi riflettere su come ci comportiamo con i nostri figli, nel consegnargli la patente per volare lontano. Come sentiamo le nostre radici? Come ci siamo separati/individuati rispetto alla nostra famiglia d’origine (in particolare adesso che siamo mamme e papà)?

La storia delle generazioni precedenti ci arriva direttamente ed indirettamente attraverso i racconti dei nostri genitori, che trasmettono significati per mezzo di ricordi, abitudini familiari, modalità relazionali nella famiglia e fuori di essa. Per questo motivo esiste una continuità dei modelli relazionali di ieri e di oggi.

L’insieme dei significati condivisi e trasmessi costituiscono l’identità culturale della famiglia. Essa si esplicita in un sistema di valori che si modella di generazione in generazione. L’identità culturale familiare riguarda comportamenti ed aspettative che si riferiscono ai ruoli (ci indicano come si fa la mamma, come si fa il padre, il figlio, il nonno, ecc…) e alle modalità di fronteggiamento di alcuni eventi importanti come le separazioni, le nascite, i matrimoni, i lutti (“in tale situazione ci si comporta in questo modo”). Questo significa che il modello di famiglia a cui ci si ispira viene costruito attraverso la condivisione di un’immagine idealizzata che è il MITO FAMILIARE (es. il mito della mamma che deve dedicarsi in tutto e per tutto ai propri figli, non avere spazi per sé, occuparsi del marito e della casa oppure il padre che lavora e sta fuori casa tutto il giorno). Il mito familiare crea coesione nella famiglia (tutti fanno così) e ne garantisce l’integrità (ognuno ha il suo ruolo ben definito); inoltre, fa da collante tra le varie generazioni in quanto si trasmettono modalità di comportamento, valori, ruoli e funzioni.

La mitologia familiare è spesso difficile da rintracciare perché viene vissuta in un contesto privato, quale è la famiglia, inoltre si trasmette attraverso una ripetitività che spesso passa per canali non verbali (es. vedere la madre che si dà da fare in tutti i modi in casa, non frequentare amiche, preparare il vestiario del papà tutte le mattine). A differenza dei miti epici, i miti familiari sono molto concreti e il legame con la realtà è forte e questo li rende ancora più pregnanti per i figli che osservano.

Nella formazione del mito vengono esaltati nel tempo alcuni aspetti di una storia o di un evento, mentre alcune informazioni vengono tagliate fuori (tutte quelle che non confermano il mito stesso). L’esaltazione di alcuni particolari serve a trasmettere un messaggio più forte (per es. raccontare della nonna che non si è MAI lamentata di tutte le sue fatiche, che aveva SEMPRE il sorriso mentre si occupava della sua famiglia composta da dieci persone, che aveva una soluzione pronta per TUTTE le situazioni che si presentavano in casa; invece non si racconta del fatto che la figlia più grande facesse gran parte delle faccende domestiche oppure del fatto che venisse aiutata dalle sorelle nella cura dei bambini). Tale processo di scelta delle informazioni è collettivo e porta alla cristallizzazione di alcune idee rispetto a personaggi o eventi (si fa la mamma solo in quel modo).

I valori trasmessi attraverso il mito possono essere sposati a pieno da tutta la famiglia (quindi per fare la mamma ci si deve abnegare in tutti i modi) oppure contrapposti (per fare la mamma bisogna occuparsi solo di sé stesse). Attraverso il mito si costruisce quindi la trama della propria storia, il proprio copione di vita, all’interno di un copione familiare che riguarda più generazioni.  Tale copione è costellato di messaggi ingiuntivi (es. il mito di un padre che ha dovuto rinunciare agli studi per accudire la sua famiglia può trasmettere indirettamente kil messaggio “Non farcela nella vita”) e di spinte dirette sul come essere (es. la mamma che non si lascia mai vedere stanca può veicolare la controingiunzione “sii forte”).

Il mito familiare, di norma, si colloca all’interno di una rete di relazioni che si evolvono con il passare del tempo, quindi si adatta con nuove connessioni o divergenze rispetto al pensiero originario. In questa sua flessibilità, la famiglia si evolve, portando con se un’identità che si tramanda di generazione in generazione, adattandosi al tempo storico in cui si colloca.

La condivisione del mito offre una rassicurante sensazione di “essere parte” di un gruppo, rispondendo al bisogno di appartenenza dell’essere umano, ma offre anche l’occasione per affermare la volontà di staccarsi da esso. Si ripropone quindi il conflitto tra appartenenza e separazione (rispetto alla famiglia), tra far parte della famiglia d’origine e sentirsi persona separata da essa con una propria personalità. In questo senso, i miti familiari possono aiutare il processo si separazione e individuazione, ma anche ostacolarlo.

Da che cosa dipende? Dipende da quanto il mito viene considerato quale unico modello da seguire o unica modalità relazionare da utilizzare. Es. se sono una madre che lavora, non posso realisticamente seguire alla perfezione figli, casa, marito come facevano mia nonna e mia madre. Ho due possibilità: scegliere di essere una donna diversa ed accettare di poter fare solo la metà delle cose che facevano loro oppure darmi addosso per non riuscire ad essere come loro, mantenendolo come unico modello di riferimento.

L’elaborazione del mito familiare diventa così essenziale per l’equilibrio. Che cosa significa? Vuol dire avere la capacità di accettare il mito ed integrare le parti che vanno in linea con la ricerca di una propria identità autonoma (posso accettare di essere affettuosa e disponibile come era mia nonna) e, allo stesso tempo, prenderne le distanze come modello predefinito di comportamento che non lascia spazio a flessibilità (possono non accettare il come veniva svolto il ruolo di madre perché ormai anacronistico rispetto a questo momento storico).

Potrebbe essere utile, per ogni genitore, rintracciare i propri miti familiari e analizzare il percorso personale rispetto ad essi. Posso rendermi conto che come madre lavoratrice mi sento tremendamente in colpa a lasciare mio figlio all’asilo nido perché in famiglia vige il mito della mamma onnipresente oppure come padre posso ritrovarmi a litigare con la mia compagna/moglie per le sue richieste di aiuto in casa che declino perché figlio di un padre che lavorava e basta.

Mi sono limitata a fare esempi di miti molto comuni e ancora molto presenti nelle nostre famiglie, in una fase di passaggio tra ieri e oggi che contempla una rivoluzione totale nell’essere padre e madre, ma in realtà i miti familiari sono molteplici e possono riguardare uno zio (es. che si godeva la vita e sperperava tutti i soldi che aveva in oggetti di lusso), un parente lontano (es. che fece la fortuna andando in America), una sorella della nonna (es. con un estro artistico particolare), un figlio (per ogni fratello nasce una primogenita identica al papà).

Perché è importante capire se ho elaborato o meno i miti familiari? Perché è la storia che consegniamo ai nostri figli, perché sono le radici che gli regaliamo per costruire il loro futuro. Quanto più si tratta di radici rigide e cristallizzate, tanto più la loro personalità non avrà modo di sbocciare ed esprimersi; al contrario, donargli radici flessibili equivarrà a donargli libertà.

Che cosa vi fa venire in mente questo post? Quali miti avete rintracciato nella vostra famiglia?

Riferimenti bibliografici

Andolfi M., Manuale di Psicologia relazionale. La dimensione familiare, Accademia di Psicoterapia della Famiglia, Roma, 2006.

Andolfi M.-C. Angelo, Tempo e mito nella psicoterapia familiare, Bollati Boringhieri, Torino, 1987.

Vorrei che fosse più…

3 Feb

Margot e Escargot particolareOggi è domenica e questa mattina la cucciola si è svegliata al solito orario. Per lei non esistono giorni della settimana, né giorni dedicati al riposo, solo la sua sveglia fisiologica. Apro gli occhi e penso: “Noooo, anche oggi tocca alzarsi presto. Come vorrei dormire ancora! Se solo fosse più dormigliona…”. Poi il suo papà, con un occhio mezzo aperto e l’altro chiuso, si alza sbattendo contro il comodino e dice: “Ma perché non dorme di più almeno la domenica?”. E nonostante io abbia pensato la stessa cosa, faccio la parte della mamma ragionevole e, consapevole dei miei pensieri adultocentrici, gli rispondo: “è una bambina, è ancora piccola per avere la percezione del tempo come noi”…eppure un attimo prima, avevo desiderato che lei fosse diversa da come è, in quel baleno avrei voluto che lei avesse già acquisito la capacità di discriminare i giorni della settimana, di individuare le diverse attività dei festivi e dei feriali. Insomma, una piccola pretesa non manifesta che lei fosse più “grande” rispetto alla sua età cronologica. Mi sono chiesta: quante volte, senza rendercene conto, vorremmo che facessero delle cose che ancora non sono in grado di fare? 

Spesso desideriamo che i nostri figli siano diversi da come sono, mettendoli al pari nostro e trattandoli come persone adulte. Il “sei grande” che spesso rivolgiamo al bambino per invitarlo a fare ciò che noi vorremmo, può avere vari obiettivi: semplificarci la vita, non fermandoci a riflettere su che cosa ci aspettiamo dal bambino e il motivo per cui ce lo aspettiamo; metterci alla pari, per non cambiare prospettiva ed entrare mentalmente nel mondo dell’infanzia tanto diverso dal mondo adulto; saltare in avanti, costringendo il bambino ad accelerare il percorso, oltrepassando alcune tappe fondamentali della sua evoluzione.

Questo correre in avanti che caratterizza la nostra società, diventa un’arma a doppio taglio per i bambini che vengono certamente stimolati a guardare il nuovo con maggiore interesse, ma vengono destabilizzati da continue richieste di adattamento. In genere le richieste che gli adulti rivolgono ai bambini, hanno a che fare con: l’ESSERE (difficile per i bambini che devono ancora costruire una loro identità ben definita), il FARE (produrre qualcosa con intenzionalità o fare qualcosa che porti ad un beneficio visibile), il SAPERE (il bambino viene continuamente sollecitato ad imparare cose nuove e la sua fantasia, creatività, persino il gioco potrebbero essere visti come perdita di tempo).

Concepire il bambino come “piccolo” e non come “grande” non significa averne una visione bloccata, ma avere un’immagine di piccolo che si evolve, in una data fase di vita, con tutte le modalità di pensiero, emozione, percezione, sensazione e comportamento tipiche dell’infanzia.

Nello sviluppo psico-fisico del bambino si collocano delle tappe fondamentali che vengono raggiunte in una precisa fase della vita. Spesso queste tappe sono precedute da un periodo di preparazione a cui si succede un periodo in cui diventa palese il raggiungimento e il rafforzamento dell’abilità acquisita. Tale periodo di incubazione e di consolidamento può durare da qualche mese a qualche anno, variando da bambino a bambino. Il ritmo di crescita, infatti, è soggettivo e può essere accelerato, proponendo degli stimoli diversi e consoni al bambino, o rallentato, se al bambino vengono meno alcune esperienze fondamentali. La proposta di stimoli deve essere adeguata alle condizioni psico-fisiche ed emotive del bambino. Un eccesso di stimolazione può procurare uno stato di malessere e disagio al bambino che non sarà quindi in grado di assimilare le informazioni ricevute (es. proporre a tre mesi un giochino che non è in grado di afferrare).

Generalizzando, spesso ai bambini viene chiesto spesso di essere più:

  • Responsabili. Il senso di responsabilità è qualcosa che non appartiene prettamente al mondo dell’infanzia. Posso aspettarmi che mio figlio sia responsabile sulla base dei comportamenti che assume quando lo coinvolgo in qualche attività (es. gli chiedo di apparecchiare la tavola insieme a me e gli affido un piatto o un bicchiere e lui risponde alla richiesta in maniera positiva dimostrando attenzione e responsabilità rispetto alla situazione), ma talvolta facciamo delle richieste eccessive ed etichettiamo il bambino come “irresponsabile” quando:
  1. Non ha voglia di ascoltare le richieste dell’adulto in quel determinato momento (es.  sta giocando e noi gli chiediamo di venire a leggere/sfogliare un libro perché in quel momento ci viene in mente che è utile familiarizzare con i libri);
  2. “Non sente” quello che l’adulto gli ha già ripetuto più volte (es. gli chiedo di giocare con il fratellino, mentre lui sta costruendo un puzzle, è concentrato e “lascia fuori” l’altro);
  3. L’adulto non riesce a sollecitare la sua attenzione (es. gli chiedo di apparecchiare la tavola, senza coinvolgerlo in maniera divertente e comprensibile per lui);
  4. Il bambino è troppo motivato ed esegue i compiti anche sotto stress pur di non dire No ai genitori (es. non si lamenta mai, non esprime il suo disaccordo per paura di perdere l’affetto delle figure di riferimento);
  5. L’adulto fa una richiesta in maniera frettolosa, senza chiarezza e semplicità (es. la mamma è in ritardo ad un appuntamento e di corsa dice al figlio: “Sbrigati”, senza dirgli che cosa deve fare di preciso per uscire con lei).
  • Flessibili. La flessibilità contempla la capacità di problem-solving (saper risolvere problemi) e di decision-making (saper prendere decisioni). Inoltre, la flessibilità si lega ad un concetto di sé stabile e Io sono OK (autostima), per cui se cambio obiettivo o itinerario, rimango sempre IO. In età evolutiva, tali competenze sono ancora in formazione, quindi non raggiungono dei livelli elevati. Quando ci rivolgiamo ad un bambino, spesso ci aspettiamo sia flessibile quando facciamo un cambiamento di orario o programma che avevamo concordato insieme (es. decidiamo di andare insieme allo zoo e all’ultimo momento gli diciamo che non ci possiamo più andare perché abbiamo avuto un imprevisto, aspettandoci che capisca prontamente la situazione). Di fronte a frequenti cambiamenti, il bambino può giungere a delle conclusioni: “Se non insisto e faccio il bravo, posso ottenere qualcosa”, “Non devo interessarmi a niente, tanto decidono sempre gli altri per me”, “Meglio dire si, altrimenti succede qualcosa di brutto”, “Non mi interessa capire il cambiamento, tanto mi va bene tutto comunque”, “Mi adatto perché lo ha detto la mamma e io voglio bene alla mamma”.
  • Coerenti. La coerenza porta spesso a delle rinunce (in base alla strada che si vuole seguire) e si lega alla consapevolezza di una linea di condotta che la persona ha scelto. Per i bambini è difficile mantenersi coerenti in quanto spesso agiscono seguendo il loro “sano” egocentrismo, per cui cambiano direzione o idea se al momento gli conviene per ottenere ciò che vogliono. Inoltre, non sono in grado di associare eventuali rinunce alle decisioni già prese.
  • Costanti. La costanza è caratterizzata da regolarità e prevedibilità e per questo è molto apprezzata da noi adulti, in quanto offre sicurezza. Se in alcuni momenti possiamo aspettarci costanza dal bambino (es. il bambino fa la pipì nel vasino da un anno), dobbiamo fare attenzione a quando gli apprendimenti che ci aspettiamo non sono ancora consolidati (es. il bambino sta imparando a fare la pipì nel vasino e non la fa addosso da tre giorni, per cui può succedere che al quarto giorno possa scappargli). Nel pretendere che il bambino sia costante, è importante che noi adulti mostriamo costanza, senza troppa variabilità nei nostri stessi comportamenti, pensieri ed emozioni. Noi stessi dobbiamo allenarci a tollerare l’attesa nel percorso evolutivo del bambino, tenendoci costantemente consapevoli di come agiamo, pensiamo e sentiamo. Questo è necessario per poter spiegare al bambino il perché una data cosa va fatta con costanza (es. andare a dormire alla stessa ora).
  • Altruisti. L’altruismo è una competenza che si lega, ancora una volta, ad un buon livello di autostima, per cui il bambino può pensare: “Sono sempre Io, anche se vado incontro alla richiesta dell’altro” e sa che può stare sereno perché noi ci saremo sempre se ne avrà bisogno. L’acquisizione dell’altruismo è un processo che segue il percorso dell’autonomia e dell’identità, per cui man mano che il bambino diventa capace di concepirsi come persona in sé, unitaria, separata e distinta, manifesterà comportamenti che vanno incontro all’altro (es. prestare un gioco, accettare le scuse, accontentarsi). È difficile, quindi, per un bambino arrivare a mettersi nei panni dell’altro in quanto è ancora auto centrato e focalizzato sulla soddisfazione dei propri bisogni.
  • Spiritosi. L’essere spiritosi richiede l’abilità di capire il doppio senso di alcune parole, i paradossi, il significato dei segni; quindi bisogna saper operare sul piano simbolico-astratto. Spesso ci si aspetta che il bambino ci segua nelle nostre battute di spirito, mentre trascuriamo il fatto che lui rimanga legato al significato concreto delle parole. Capita spesso che ad una nostra battuta, il bambino si metta a piangere, si senta deriso ed umiliato, perché non ne capisce il significato e l’intenzione scherzosa.

Per noi adulti, essere “grande” riferito ad un bambino, diventa la somma di tutta una serie di competenze: coerenza, costanza, responsabilità, altruismo, moto di spirito. Sappiamo bene che queste abilità hanno bisogno di tempo perché vengano acquisite e consolidate, eppure, spesso ce ne dimentichiamo. Chiedere al bambino di essere competente rispetto a delle abilità che ancora non è in grado di acquisire, lo espone al rischio di insuccesso, quindi ad una situazione di frustrazione sia per lui che per noi genitori. Attenzione quindi a non forzare i tempi e a pretendere in maniera irrealistica abilità “adulte”.

Per aiutare la maturazione di tutte queste abilità suddette, è essenziale darne esempio. Se noi in prima persona, come genitori, non ci mostriamo costanti, coerenti, responsabili, altruisti e spiritosi, i nostri bambini si troveranno davanti a richieste “vuote”, senza avere una strada concreta da seguire. Chiedere al nostro bambino di essere altruista e poi mostrare comportamenti egoistici, lo espone alla confusione tra messaggi verbali e non verbali, quindi si sentirà, con buona probabilità, disorientato.

Il bambino copierà il comportamento dell’adulto che stima e che ritiene degno di imitazione. Inizialmente, quindi, metterà in atto lo stesso comportamento dell’adulto, sul piano del FARE, senza capirne il perché e senza coinvolgimento personale.

Quando siamo noi a chiedere direttamente un comportamento da grande (es. infilarsi il giubbotto senza fare storie perché abbiamo deciso noi che dobbiamo uscire), gli chiediamo di essere grande nel modo di ESSERE e di FARE.

Oggi, infine, si tende a chiedere al bambino di essere grande nel SAPERE, dandogli una miriade di informazioni che spesso superano la sua capacità di recepimento, senza aver sperimentato noi stessi che cosa significhi. Per esempio, si pretende che il nostro bambino a 5 anni sappia già scrivere e leggere, mentre magari noi lo abbiamo imparato alle elementari.

In realtà è necessario prestare attenzione ai vari livelli del percorso formativo del bambino, senza accelerare su nessuno, ma tenendo un’armonia tra ESSERE, FARE E SAPERE.

Se come genitori vogliamo aiutare il bambino ad essere più responsabile, dobbiamo avvicinarci a lui, “incontrarlo proprio dove lui sta” (Crosera-D’Orsi, 2008) per accompagnarlo passo passo nell’andare avanti, con naturalezza e senza pressioni. Per facilitare la flessibilità nel bambino, è opportuno spiegare volta per volta, con parole di facile comprensione, che cosa è successo e il motivo per cui si è deciso di cambiare programma; mentre per rinforzare la coerenza nel bambino, è importante sottolineare i comportamenti coerenti che mette in atto, soprattutto in situazioni già sperimentate e consolidate. Per quanto riguarda la costanza e l’altruismo, il nostro esempio è pregnante: se ci mostriamo altamente variabili nei comportamenti, pensieri ed emozioni, per il bambino è più difficile maturare degli atteggiamenti costanti; dare esempio di gratuità e di condivisione, agevolerà nel bambino l’acquisizione del concetto “NOI” vicino all’Io. Infine, per promuovere l’abilità di capire le battute e lo scherzo, è necessario aiutarlo a capire che un segno può avere vari significati ed interpretazioni.

Se vogliamo aiutare nostro figlio a sviluppare le proprie potenzialità, diamogli informazioni, offriamo stimolazioni sensoriali, invitiamolo ad esprimersi attraverso il movimento, il linguaggio, la manipolazione. Seguiamolo nel percorso, facilitandogli la comprensione degli stimoli e il loro utilizzo nei vari ambiti, rispettando pienamente il suo livello di sviluppo.

Diamogli il Permesso di “Essere piccolo” e di “Avere l’età che ha”, piuttosto che sollecitarlo ad interiorizzare l’ingiunzione-divieto “Non essere piccolo” che lo spingerà a vivere inadeguatamente una fase magica quale quella dell’infanzia, bruciando tappe fondamentali per il suo sano sviluppo psico-fisico.

Se come genitori consapevoli, siamo capaci di ridimensionare le nostre aspettative rispetto ai nostri bambini e di dargli quei permessi fondamentali, concediamoci noi stessi il Permesso di “tornare” bambini e divertirci con loro in maniera spontanea e naturale, piuttosto che correre e fare pressioni sulla scia della moda attuale. Buon divertimento 😀

Riferimenti bibliografici

Berne E., Analisi transazionale e psicoterapia, Astrolabio, Roma, 1971.

Crosera S. – L. D’Orsi, Sono piccolo non sono grande. Come far crescere un bambino senza bruciare le tappe, Armando, Roma, 2008.

Vygotskij L., Lo sviluppo psichico del bambino, Editori Riuniti University press, Roma, 2011.

“Io Bambino”

2 Gen

Azzurra e violettaQuando vado in un qualsiasi negozio per bambini, mi incanto a guardare tutti i giocattoli possibili ed immaginabili, mi fermo con quelli che attirano maggiormente la mia attenzione e cerco di capirne il funzionamento. Tocco i tasti, ascolto le musichette, guardo i colori e le lucette e dico con gioia nel cuore: “Ma guarda che cosa si sono inventati!!! Che meraviglia!”. Mi sento entusiasta, eccitata, ed è come se avessi scoperto l’America. Credo di conoscere a memoria quasi tutti i giocattoli dei Centri Commerciali. Ad ogni gioco che trovo interessante, penso: “Lo compro per la mia bambina” e mi precipito alla cassa senza pensarci troppo, con il trofeo in mano. Non vedo l’ora di tornare a casa per spacchettarlo e mostrarlo alla cucciola!!! Invece, una volta portato il regalo, mia figlia lo guarda incuriosita, lo tocca, cerca di produrre un effetto (suoni o luci) e poi, con aria indifferente, passa a giocare con scodelline, schiumarole, pentole o pezzi di tessuto.

La prima volta ci sono rimasta male, “Ma come fa a non piacerti un giochino così bello?”.

La seconda volta, mi sono detta che forse il giocattolo piaceva più a me.

La terza volta ho capito che lo avevo comprato per me.

Non per me adulta e mamma, ma per me bambina, quella bambina che non aveva avuto tanti giochi e che i regali li poteva scegliere solo in alcune occasioni, mentre in altre, se pur ne aveva il desiderio, doveva rinunciarci.

Mi ci sono voluti un po’ di giochi inutilizzati e soldi sprecati, per capirlo e ora che lo so, ho smesso di comprare cose “inutili” per mia figlia. Non rinuncio comunque ad accontentare quella “me-bambina” che ha ancora tanta voglia di esplorare i giocattoli degli altri; quando vado al negozio, mi diverto a toccarli tutti, ma so che lo faccio per me  :D.

Ognuno di noi adulti ha una parte bambina nascosta e spesso perduta, che può riattivarsi senza rendercene conto, riflettendosi nei nostri comportamenti e nelle relazioni importanti, in particolare nella relazione con i nostri figli.

È molto importante far riemergere e rivivere alcune delle nostre situazioni “irrisolte” della nostra infanzia, affinché non si riflettano nel nostro essere genitori. Ritrovare e consolare il “bambino perduto” dentro di noi, quel Bambino Adattato che ha rinunciato ad esprimere i propri bisogni e le proprie emozioni per assicurarsi l’amore dei genitori, senza proiettarlo sui figli, può alleggerire una relazione che altrimenti verrebbe caricata anche del nostro dolore. Oltre la risoluzione di bisogni infantili inespressi e le relative emozioni, è estremamente importare recuperare l’aspetto ludico e creativo di quello Stato dell’Io Bambino Libero che spesso tendiamo a non ascoltare. Proprio dal gioco e dalla creatività nasce la gioia e lo spasso che ci rendono il rapporto con i nostri figli piacevole e meno stancante: giocare con loro lasciandoci andare è un vero divertimento per tutti, piuttosto che “far finta” di coinvolgerci senza metterci in gioco realmente (i bambini lo avvertono).

Cercare di recuperare i nostri ricordi infantili, quelli piacevoli e quelli meno piacevoli, e le emozioni relative ad essi, può aiutarci a:

  • Riscoprire la nostra infanzia;
  • Evitare che le cose negative vissute vengano buttate addosso ai propri figli (es. ossessionarli con i compiti perché noi non siamo stati seguiti dai nostri genitori);
  • Perdonare i propri errori: capire che i bambini imparano dai propri errori, ci aiuta a colpevolizzarci meno;
  • Vedere nostro figlio distinto da noi e non confuso e mischiato con noi;
  • Sentirci in pace con noi stessi e con gli altri;
  • Sentirci responsabili della nostra vita, piuttosto che sentirci in balia degli eventi e degli altri;
  • Vivere in maniera attiva e consapevole la nostra genitorialità.

Come possiamo renderci consapevoli?

Quando ci rendiamo conto di forzare qualcosa con i nostri figli, possiamo chiederci:

  • “Per chi lo stiamo facendo?” (es. se forzo il bambino a mangiare tutto quello che ha nel piatto, potrei seguire uno slogan genitoriale del tipo “Bisogna finire sempre tutto”, piuttosto che assecondare il senso di sazietà del bambino; oppure iscrivo mia figlia al corso di danza classica perché quando ero piccola sognavo di diventare una ballerina; ancora, decido di non dare regole ai miei figli perché io ho vissuto un’infanzia con molte imposizioni, così anziché proteggerli e dargli una direzione, mi comporto seguendo quello Stato dell’Io Bambino ribelle che non si vuole adattare alle convenzioni);
  • “Che cosa succede se nostro figlio non accetta quello che gli stiamo dicendo di fare?” (es. dico al mio bambino di 9 mesi, di non giocare con il cibo, ma che cosa succede se gli permetto di mettere le mani dentro al piatto mentre mangia?, nella peggiore delle ipotesi sarò costretta a cambiarlo, ma al bambino avrò dato la possibilità di esplorare ciò che lui stesso sta mangiando. Altro es. mio figlio vuole frequentare un istituto tecnico e non un liceo come io avevo programmato per lui; se la mia idea di scuola per lui è dettata da miei vissuti di insuccesso e fallimento rispetto al mio percorso di studio, la conseguenza potrà essere quella di sentirmi IO delusa ed amareggiata);
  • “Come mi sento quando mio figlio rifiuta una mia proposta?” (es. voglio che mia figlia metta un bel vestitino stile “principessa” perché da bambina li adoravo, mentre mia figlia preferisce mettere un pantalone verde con una maglia fucsia e gialla. Inizio una guerra per farle indossare il vestito che a me piace tanto, senza rendermi conto che vorrei accontentare “me-bambina”, e rivivere sogni fiabeschi,  oppure sono capace di capire che mia figlia è diversa da me e sta manifestando un suo modo di essere?).

Nel nostro essere genitori, ci sono alcune cose che non possiamo mutare, quali il patrimonio genetico di nostro figlio, il suo temperamento innato, la sua storia e gli incontri che farà nella sua vita, ma possiamo agire sulla relazione che abbiamo con lui e quanto più questa relazione è limpida e pulita da “nostri conflitti interiori”, tanto più possiamo offrire un “porto sicuro” nei momenti di difficoltà che inevitabilmente si presenteranno. Il vero fattore protettivo è lo sperimentare, all’interno di questa relazione, che i momenti di fatica e di dolore, come anche quelli di gioia, si possono attraversare in quanto, come tutte le cose, hanno un inizio ed una fine.

Elaborare gli aspetti infantili irrisolti, ci può aiutare anche a leggere i sintomi di disagio che in alcune fasi di vita possono manifestarsi nei nostri bambini.

In genere il sintomo emerge quando le strategie difensive che il bambino ha elaborato per affrontare le difficoltà non sono più sufficienti a proteggerlo nella situazione attuale, diversa da quelle precedenti già superate.

La fatica di adattarsi ai cambiamenti è qualcosa che riguarda lui e tutto il sistema familiare. Infatti, quando un bambino sta affrontando una crisi (es. il passaggio alla scuola materna, il saluto al ciuccio o al pannolino, il cambio del lettino), c’è spesso un genitore che affronta a sua volta un suo passaggio di vita (es. la genitorialità, un lutto significativo, la perdita del lavoro, la difficoltà a gestire il passaggio di vita del bambino). Sembra più semplice “non pensarci”, in quanto entreremmo in contatto con stati d’animo ritenuti spiacevoli, ma in realtà, le emozioni non riconosciute e quindi non vissute, bloccano il superamento della crisi, l’implicito sbocco evolutivo che porta all’acquisizione di nuove capacità.

Se le crisi che stiamo vivendo come genitori (a cui possono aggiungersi emozioni non accettate ed elaborate) non vengono riconosciute ed affrontate in modo da trovare un nuovo adattamento alla realtà ormai cambiata, il malessere che ne consegue verrà facilmente proiettato sui nostri figli e le preoccupazione normali del quotidiano, che magari in altri momenti di vita abbiamo affrontato serenamente, diventano improvvisamente intollerabili perché sono sovraccaricate di un’ansia che ha altre origini. L’unico modo per ridimensionarle diventa un’opera di discernimento; fermiamoci a riflettere per individuare l’origine del “sovraccarico”.

Es. dietro ad una madre eccessivamente preoccupata per lo stato di salute del proprio figlio, senza riscontri reali, potrebbe esserci alle spalle un vissuto di dolore legato alla malattia di un familiare.

Ciò che rende la crisi qualcosa di vitale è la sua evoluzione interna, ciò che si realizza abbandonando il vecchio equilibrio per trovarne uno nuovo, più adeguato alla situazione attuale, in un processo di “morte e rinascita” che porta alla scoperta di risorse e possibilità nuove che pensavamo di non avere. È per questo che la crisi diventa una scoperta esilarante, al suo termine e dopo la sua risoluzione. A me piace pensare che il percorso della genitorialità sia un grande passaggio evolutivo, una crisi che dura tutta la vita (l’inizio è eclatante e sconvolgente, il durante è una continua sfida, un continuo invito a camminare e migliorarsi, la fine non è rintracciabile).

Così come mamme, dopo il momento di stravolgimento iniziale all’arrivo di un figlio, riscopriamo abilità e capacità che prima non pensavamo di avere. Se il percorso della genitorialità può essere considerato come periodo di crisi, la sua evoluzione è ciò che di più ricco e vitale ci possa essere nella vita di un essere umano.

Rispetto alla fine, secondo voi, ci sarà mai una risoluzione nel percorso della genitorialità? ;D

 

Riferimenti bibliografici

Berne E., “Ciao” e … poi? La psicologia del destino umano, Bompiani, Milano, 1964.

Marcoli A., Il bambino perduto e ritrovato, Mondadori, Milano, 1999.

Stewart I.-V. Joines, L’analisi transazionale. Guida alla psicologia dei rapporti umani, Garzanti, Cemusco, 1987.

Parla tu che ascolto io

Webwriter appassionata che sta imparando ad ascoltare

Una mamma green

Un blog per mamme (e non solo) sempre in cerca di se stesse. Un blog per mamme libere dai condizionamenti e in contatto con il proprio istinto autentico

Rem tene, verba sequentur. O anche no?

ci penso dopo. [Il club delle disfunzionali]

VOLEVO FARE LA ROCKSTAR

Disquisizioni di una mamma nel mondo della psicologia

Le avventure di "Alice in Newland".

Disquisizioni di una mamma nel mondo della psicologia

farefuorilamedusa

romanzo a puntate di Ben Apfel-aka-Ivan Baio

Nasce Cresce Rompe

Il blog molto LIFE e poco STYLE di Lara Rigo

michiamoblogjamesblog

la lotta agli occhiali neri è appena cominciata...

Passavo sulla terra leggera

Disquisizioni di una mamma nel mondo della psicologia

Mo te lo spiego a papà

Disquisizioni di una mamma nel mondo della psicologia

Nonsolomamma

Disquisizioni di una mamma nel mondo della psicologia

50 sfumature di mamma

Disquisizioni di una mamma nel mondo della psicologia

handmade, 100% puro...contatto!

cultura ed educazione ad alto contatto

io-psicologa

Disquisizioni di una mamma nel mondo della psicologia

Disquisizioni di una mamma nel mondo della psicologia

Impronta di mamma

Disquisizioni di una mamma nel mondo della psicologia

Le stanze della moda

Disquisizioni di una mamma nel mondo della psicologia

Parola di Laura

Una eco mamma creativa

MammaImperfetta

Una mamma imperfetta