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Perchè odiare Peppa Pig?

6 Gen

ombrello peppa

Le feste sono ormai finite e mi ritrovo con le valigie vuote, la lavatrice piena, i panni da ripiegare, la casa da riordinare e i regali della cucciola da collocare. Li prendo uno per uno, mentre lei guarda con gli occhio gioiosi, e li mettiamo insieme ognuno nel proprio spazio.

Tutte le persone a noi vicine sanno che la piccola ama spassionatamente Peppa e tutta la sua combriccola e, per questo motivo, molti dei doni ricevuti sono stati all’insegna di “Casa Pig”. Abbiamo quasi tutto il vendibile e la cosa mi fa sorridere perché in giro per casa ci sono un branco di maialini giocosi che spuntano fuori come funghi, insieme a zebre,  conigli, cani e pecorelle. Poi, se lei è contenta, lo sono anche io, a prescindere da tutto. Si lo so, abbiamo ceduto alle tendenze consumistiche, si lo so che ci hanno imbambolati con le pubblicità, so che non è bene prendere esempio da una maialina capricciosa, ma so anche che viviamo nel qui ed ora, che la cucciola è figlia del suo tempo e so che i nativi digitali amano la tecnologia e i maialini rumorosi.

Ho letto diversi pezzi contro Peppa Pig, alcuni sono molto divertenti, mentre altri sfiorano la fantascienza. Domanda retorica: ma se Peppa non piace, non conviene non farla vedere ai propri figli ed ignorarla, piuttosto che scriverci pure degli articoli e continuare a parlarne rendendola quindi comunque presente nelle proprie vite?

Sembra che ultimamente la nuova tendenza socio-antropologica sia quella di schierarsi drasticamente pro o contro qualsiasi cosa, spesso senza cognizione di causa. Non è più concesso dire semplicemente che io non sono d’accordo con qualcuno oppure che concordo, perché detto così sembra significare non definirsi o non esporsi, quindi viene confuso con il concetto di “falsità” che ormai piace un sacco a tanti. Mi chiedo, il semplice fatto di dire “Mi piace” o “Non mi piace”, non significa mettersi in una posizione ben precisa? Dire che ognuno è libero di esprimere le proprie opinioni a prescindere dal mio pensiero personale, non è prendere posizione? Affermare che io agisco in un certo modo e che ne esistono altri diecimila alternativi, non è definirsi rispetto all’altro? Non basta esprimere una preferenza, senza indire boicottaggi di massa (a parte per cause veramente di valore), senza correre il rischio di essere etichettati come passivi e inerti? Ditemi che la libertà di espressione e di pensiero sono ancora un diritto sacrosanto!!!

Da quando sono diventata mamma, mi sono ritrovata in mezzo a guerre basate su “aria fritta”, dove la presunzione che il soggettivo sia oggettivo ha dato la spinta per delle vere e proprie crociate su degli argomenti che sono diventati scottanti nell’universo mammesco: parto naturale o cesareo, parto in casa o in ospedale, allattamento al seno o artificiale, vaccini si o vaccini no, portare o non portare, omogeneizzati fatti in casa o comprati, co-sleeping o ognuno nel proprio letto, televisione si o televisione no, pro SOS Tata o contro SOS Tata, Peppa Pig “Santa subito” o Peppa Pig allo spiedo! E bastaaaa!!! Ma ognuno non sarà libero di scegliere ciò che è meglio per sé e per la propria famiglia?

Non voglio fare la fine del bue che dice cornuto all’asino, additando un certo processo psicologico per poi utilizzarlo alla stessa maniera, per cui il mio obiettivo è quello di cercare di capire che cosa si nasconde dietro a tutto questo atteggiamento di odio nei confronti di qualsivoglia cosa. Si tratta semplicemente del processo sotteso alla favola “La volpe e l’uva”.

L’odio è un’emozione che si lega a quella primaria della rabbia ed è qualcosa di estremamente naturale, come l’INVIDIA e la GELOSIA, sentimenti tutti che vengono spesso negati in blocco perché socialmente non accettabili oppure estremizzati per trovarne una giustificazione plausibile. L’odio nasce spesso da qualcosa che ci riguarda personalmente e che abbiamo imparato a non accettare, a tagliare fuori, mentre viene riposta all’esterno, su un “oggetto” (persona, cosa, ideale, valore), per poter essere liberamente disprezzata. Es. se da bambini abbiamo ricevuto un’educazione rigida e severa sulla pulizia, probabilmente impareremo a mantenerci puliti ed ordinati, in maniera ossessiva, ripetendo la stessa rigidità con nostro figlio che, in quanto bambino, avrà la naturale tendenza a sporcarsi, soprattutto mangiando e giocando. Ciò che è stato negato a noi, cioè il naturale impulso a sporcarsi nell’esplorazione, sarà vissuto con disgusto e nel riconoscerlo nell’altro verrà combattuto per esempio pulendo in continuazione la bocca e le mani del nostro bambino di 6 mesi che inizia a mangiare le pappe oppure criticando aspramente quelle mamme che lasciano i propri figli liberi di giocare sporcandosi.

La pericolosità dell’ODIO non deriva però dal provarlo, quanto dal non riconoscerlo e quindi agirlo senza averlo prima “mentalizzato”. Che cosa significa? Tutte le emozioni possono essere provate, ma devono essere necessariamente riconosciute per poter essere utilizzare come guida funzionale per muoverci nel mondo (es. la paura ci indica che siamo di fronte ad un pericolo). Io posso provare odio per qualcuno o qualcosa e chiedermi il perché, scoprendo poi che ci sono degli aspetti della mia storia passata, spesso non risolti, per cui sono più portato a provare quel sentimento verso una certa cosa. Definendo una causa, il sentimento stesso può permanere, ma con una carica emotiva minore. Se invece provo odio e cerco di reprimerlo, mettendolo fuori dalla mia consapevolezza, prima o dopo lo agirò in maniera inconsapevole, magari intraprendendo delle guerre senza senso e nel peggiore dei casi arrivando a gesti inconsulti (in extremis).

È ovvio che l’odio verso Peppa Pig non porterà a ridurla seriamente ad una porchetta, colpendo così la sensibilità di milioni di bambini nel mondo, ma quello che invito a fare come genitori, uscendo fuori dall’ironia, è di pensare sempre al perché ci scaldiamo così tanto spesso  su argomenti che alle volte non ci portano a niente (es. Se io allatto al seno e un’altra donna non lo fa, perché devo criticarla? Se io decido che i miei tre figli dormono a letto con me, perché per me è la soluzione migliore che ho trovato rispetto al mio stile di vita, che cosa ottengo dal criticare aspramente chi ripone il proprio figlio a dormire nella sua culla alla veneranda età di 6 mesi?).

Prima di intraprendere una guerra, chiediamoci sempre quale sia l’obiettivo che vogliamo raggiungere e quali corde personali vengono toccate dalla tale causa. Ognuno ha proprie idee su se stesso, gli altri ed il mondo e attraverso il suo quadro di riferimento filtra la realtà. Esiste un’unica realtà oggettiva (es. un bambino che piange) ed esistono innumerevoli realtà soggettive (es. il bambino che piange è disperato perché gli manca la mamma, il bambino sta facendo le lagne perché è capriccioso, il bambino è affamato anche se ha mangiato 5 minuti prima, il bambino è inconsolabile) che si legano a storie personali, intrecci familiari, gruppi sociali, stereotipi, tradizioni, leggende, ecc.

Ciò che è importante sapere è che l’odio è qualcosa di estremamente soggettivo e prima di riporlo su una qualsiasi cosa, che sia Peppa Pig o un genitore diverso da noi o un’idea lontana dalla nostra, chiediamoci quanto l’altro ci ricorda di noi, quanto l’altro ci stimola ad entrare in contatto con quegli aspetti che da sempre abbiamo imparato a negare, a tagliare fuori dalla consapevolezza. Solo riconoscendo, accettando ed integrando le nostre polarità possiamo diventare degli adulti consapevoli, spontanei ed intimi, quindi realmente autonomi.

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“Io Bambino”

2 Gen

Azzurra e violettaQuando vado in un qualsiasi negozio per bambini, mi incanto a guardare tutti i giocattoli possibili ed immaginabili, mi fermo con quelli che attirano maggiormente la mia attenzione e cerco di capirne il funzionamento. Tocco i tasti, ascolto le musichette, guardo i colori e le lucette e dico con gioia nel cuore: “Ma guarda che cosa si sono inventati!!! Che meraviglia!”. Mi sento entusiasta, eccitata, ed è come se avessi scoperto l’America. Credo di conoscere a memoria quasi tutti i giocattoli dei Centri Commerciali. Ad ogni gioco che trovo interessante, penso: “Lo compro per la mia bambina” e mi precipito alla cassa senza pensarci troppo, con il trofeo in mano. Non vedo l’ora di tornare a casa per spacchettarlo e mostrarlo alla cucciola!!! Invece, una volta portato il regalo, mia figlia lo guarda incuriosita, lo tocca, cerca di produrre un effetto (suoni o luci) e poi, con aria indifferente, passa a giocare con scodelline, schiumarole, pentole o pezzi di tessuto.

La prima volta ci sono rimasta male, “Ma come fa a non piacerti un giochino così bello?”.

La seconda volta, mi sono detta che forse il giocattolo piaceva più a me.

La terza volta ho capito che lo avevo comprato per me.

Non per me adulta e mamma, ma per me bambina, quella bambina che non aveva avuto tanti giochi e che i regali li poteva scegliere solo in alcune occasioni, mentre in altre, se pur ne aveva il desiderio, doveva rinunciarci.

Mi ci sono voluti un po’ di giochi inutilizzati e soldi sprecati, per capirlo e ora che lo so, ho smesso di comprare cose “inutili” per mia figlia. Non rinuncio comunque ad accontentare quella “me-bambina” che ha ancora tanta voglia di esplorare i giocattoli degli altri; quando vado al negozio, mi diverto a toccarli tutti, ma so che lo faccio per me  :D.

Ognuno di noi adulti ha una parte bambina nascosta e spesso perduta, che può riattivarsi senza rendercene conto, riflettendosi nei nostri comportamenti e nelle relazioni importanti, in particolare nella relazione con i nostri figli.

È molto importante far riemergere e rivivere alcune delle nostre situazioni “irrisolte” della nostra infanzia, affinché non si riflettano nel nostro essere genitori. Ritrovare e consolare il “bambino perduto” dentro di noi, quel Bambino Adattato che ha rinunciato ad esprimere i propri bisogni e le proprie emozioni per assicurarsi l’amore dei genitori, senza proiettarlo sui figli, può alleggerire una relazione che altrimenti verrebbe caricata anche del nostro dolore. Oltre la risoluzione di bisogni infantili inespressi e le relative emozioni, è estremamente importare recuperare l’aspetto ludico e creativo di quello Stato dell’Io Bambino Libero che spesso tendiamo a non ascoltare. Proprio dal gioco e dalla creatività nasce la gioia e lo spasso che ci rendono il rapporto con i nostri figli piacevole e meno stancante: giocare con loro lasciandoci andare è un vero divertimento per tutti, piuttosto che “far finta” di coinvolgerci senza metterci in gioco realmente (i bambini lo avvertono).

Cercare di recuperare i nostri ricordi infantili, quelli piacevoli e quelli meno piacevoli, e le emozioni relative ad essi, può aiutarci a:

  • Riscoprire la nostra infanzia;
  • Evitare che le cose negative vissute vengano buttate addosso ai propri figli (es. ossessionarli con i compiti perché noi non siamo stati seguiti dai nostri genitori);
  • Perdonare i propri errori: capire che i bambini imparano dai propri errori, ci aiuta a colpevolizzarci meno;
  • Vedere nostro figlio distinto da noi e non confuso e mischiato con noi;
  • Sentirci in pace con noi stessi e con gli altri;
  • Sentirci responsabili della nostra vita, piuttosto che sentirci in balia degli eventi e degli altri;
  • Vivere in maniera attiva e consapevole la nostra genitorialità.

Come possiamo renderci consapevoli?

Quando ci rendiamo conto di forzare qualcosa con i nostri figli, possiamo chiederci:

  • “Per chi lo stiamo facendo?” (es. se forzo il bambino a mangiare tutto quello che ha nel piatto, potrei seguire uno slogan genitoriale del tipo “Bisogna finire sempre tutto”, piuttosto che assecondare il senso di sazietà del bambino; oppure iscrivo mia figlia al corso di danza classica perché quando ero piccola sognavo di diventare una ballerina; ancora, decido di non dare regole ai miei figli perché io ho vissuto un’infanzia con molte imposizioni, così anziché proteggerli e dargli una direzione, mi comporto seguendo quello Stato dell’Io Bambino ribelle che non si vuole adattare alle convenzioni);
  • “Che cosa succede se nostro figlio non accetta quello che gli stiamo dicendo di fare?” (es. dico al mio bambino di 9 mesi, di non giocare con il cibo, ma che cosa succede se gli permetto di mettere le mani dentro al piatto mentre mangia?, nella peggiore delle ipotesi sarò costretta a cambiarlo, ma al bambino avrò dato la possibilità di esplorare ciò che lui stesso sta mangiando. Altro es. mio figlio vuole frequentare un istituto tecnico e non un liceo come io avevo programmato per lui; se la mia idea di scuola per lui è dettata da miei vissuti di insuccesso e fallimento rispetto al mio percorso di studio, la conseguenza potrà essere quella di sentirmi IO delusa ed amareggiata);
  • “Come mi sento quando mio figlio rifiuta una mia proposta?” (es. voglio che mia figlia metta un bel vestitino stile “principessa” perché da bambina li adoravo, mentre mia figlia preferisce mettere un pantalone verde con una maglia fucsia e gialla. Inizio una guerra per farle indossare il vestito che a me piace tanto, senza rendermi conto che vorrei accontentare “me-bambina”, e rivivere sogni fiabeschi,  oppure sono capace di capire che mia figlia è diversa da me e sta manifestando un suo modo di essere?).

Nel nostro essere genitori, ci sono alcune cose che non possiamo mutare, quali il patrimonio genetico di nostro figlio, il suo temperamento innato, la sua storia e gli incontri che farà nella sua vita, ma possiamo agire sulla relazione che abbiamo con lui e quanto più questa relazione è limpida e pulita da “nostri conflitti interiori”, tanto più possiamo offrire un “porto sicuro” nei momenti di difficoltà che inevitabilmente si presenteranno. Il vero fattore protettivo è lo sperimentare, all’interno di questa relazione, che i momenti di fatica e di dolore, come anche quelli di gioia, si possono attraversare in quanto, come tutte le cose, hanno un inizio ed una fine.

Elaborare gli aspetti infantili irrisolti, ci può aiutare anche a leggere i sintomi di disagio che in alcune fasi di vita possono manifestarsi nei nostri bambini.

In genere il sintomo emerge quando le strategie difensive che il bambino ha elaborato per affrontare le difficoltà non sono più sufficienti a proteggerlo nella situazione attuale, diversa da quelle precedenti già superate.

La fatica di adattarsi ai cambiamenti è qualcosa che riguarda lui e tutto il sistema familiare. Infatti, quando un bambino sta affrontando una crisi (es. il passaggio alla scuola materna, il saluto al ciuccio o al pannolino, il cambio del lettino), c’è spesso un genitore che affronta a sua volta un suo passaggio di vita (es. la genitorialità, un lutto significativo, la perdita del lavoro, la difficoltà a gestire il passaggio di vita del bambino). Sembra più semplice “non pensarci”, in quanto entreremmo in contatto con stati d’animo ritenuti spiacevoli, ma in realtà, le emozioni non riconosciute e quindi non vissute, bloccano il superamento della crisi, l’implicito sbocco evolutivo che porta all’acquisizione di nuove capacità.

Se le crisi che stiamo vivendo come genitori (a cui possono aggiungersi emozioni non accettate ed elaborate) non vengono riconosciute ed affrontate in modo da trovare un nuovo adattamento alla realtà ormai cambiata, il malessere che ne consegue verrà facilmente proiettato sui nostri figli e le preoccupazione normali del quotidiano, che magari in altri momenti di vita abbiamo affrontato serenamente, diventano improvvisamente intollerabili perché sono sovraccaricate di un’ansia che ha altre origini. L’unico modo per ridimensionarle diventa un’opera di discernimento; fermiamoci a riflettere per individuare l’origine del “sovraccarico”.

Es. dietro ad una madre eccessivamente preoccupata per lo stato di salute del proprio figlio, senza riscontri reali, potrebbe esserci alle spalle un vissuto di dolore legato alla malattia di un familiare.

Ciò che rende la crisi qualcosa di vitale è la sua evoluzione interna, ciò che si realizza abbandonando il vecchio equilibrio per trovarne uno nuovo, più adeguato alla situazione attuale, in un processo di “morte e rinascita” che porta alla scoperta di risorse e possibilità nuove che pensavamo di non avere. È per questo che la crisi diventa una scoperta esilarante, al suo termine e dopo la sua risoluzione. A me piace pensare che il percorso della genitorialità sia un grande passaggio evolutivo, una crisi che dura tutta la vita (l’inizio è eclatante e sconvolgente, il durante è una continua sfida, un continuo invito a camminare e migliorarsi, la fine non è rintracciabile).

Così come mamme, dopo il momento di stravolgimento iniziale all’arrivo di un figlio, riscopriamo abilità e capacità che prima non pensavamo di avere. Se il percorso della genitorialità può essere considerato come periodo di crisi, la sua evoluzione è ciò che di più ricco e vitale ci possa essere nella vita di un essere umano.

Rispetto alla fine, secondo voi, ci sarà mai una risoluzione nel percorso della genitorialità? ;D

 

Riferimenti bibliografici

Berne E., “Ciao” e … poi? La psicologia del destino umano, Bompiani, Milano, 1964.

Marcoli A., Il bambino perduto e ritrovato, Mondadori, Milano, 1999.

Stewart I.-V. Joines, L’analisi transazionale. Guida alla psicologia dei rapporti umani, Garzanti, Cemusco, 1987.

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