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Intimamente vicini

6 Feb

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Fin dal primo momento, dal primo pensiero di lei, dalla prima fantasia su di lei, ancora prima del suo vero respiro, dei suoi occhi di fronte ai miei, ho provato ad immaginare come sarebbe stato il NOSTRO stare INSIEME, condividere, crescere, trascorrere, vivere.

I primi istanti di vita hanno trovato una loro scansione automatica, in “Pantarei” tutto scorreva naturalmente secondo dei ritmi legati a quanto di più primitivo esista in noi esseri umani, l’alternarsi di attività-passività, sonno-veglia, giorno-notte. Nel passare delle settimane, le giornate sembravano strutturarsi in qualcosa che sapeva di danza, di ricerca di relazione ed interazione, di scoperta e di stupore continui. Poi, verso i 9 mesi, la definizione degli spazi, quelli miei, quelli suoi, quelli NOSTRI, dettati da nuovi stimoli e vecchie passioni, e verso i 12 mesi della cucciola, l’esigenza di un’organizzazione più strutturata delle giornate, divise tra impegni lavorativi e asileschi, scelte di vita e passioni. Così, siamo passate da una danza fluida e molto naturale, ad un’interazione precisa e caratterizzata da NOI, incastrata in giornate troppo brevi per essere di 24h, notti che portano 5-6 ore di sonno discontinuo, voglia di fare e mancanza di concentrazione.

Ogni diade genitore-figlio, struttura il proprio tempo in modi del tutto personali che rispecchiano il proprio essere e fare. Io come ho strutturato le mie giornate con lei? Quanto spazio dedico, come madre, all’intimità con mia figlia, quella vera, quella fatta di autenticità, apertura e spontaneità? Ho pensato al concetto di Strutturazione del tempo dell’Analisi Transazionale e mi piace proporvelo come spunto di riflessione. Avvertenze: cancellate dalla vostra mente il significato di alcuni termini che verranno di seguito utilizzati, per entrare in un nuovo mondo.

Secondo Eric Berne, noi comuni mortali, abbiamo bisogno di strutturare il nostro tempo per fuggire alla noia (quante volte ci siamo chiesti, guardando il nostro bambino, che cosa possiamo fargli fare per non farlo annoiare?). Tale bisogno si lega alla fame di struttura, ossia alla necessità di crearci delle situazioni in cui possiamo scambiare delle Carezze. Noi possiamo strutturare il nostro tempo in modi diversi, secondo un continuum di “vicinanza-distanza relazionale” e coinvolgimento emotivo, aumentando il livello di esposizione al rischio di essere amati/rifiutati per quello che si è:

  • Isolamento. Nell’isolamento, ci ritiriamo mentalmente dall’altro e il rischio di coinvolgimento emotivo è minimo. Come genitori, abbiamo bisogno di ritirarci in un sano isolamento, in alcuni momenti della giornata e per quanto ci è concesso, per recuperare energie, per riflettere su nostri vissuti, per dedicarci alle nostre passioni. Alcune volte, l’isolamento viene evitato per paura, invece, dei propri processi, delle proprie emozioni; con il timore di contattare sé stessi, il proprio figlio viene “utilizzato” per non toccare le proprie emozioni. Ovviamente, un isolamento eccessivo porta, invece, ad un allontanamento dall’altro,  poco funzionale in ambito di accudimento.
  • Rituali. Il rituale è considerato uno scambio di carezze sicuro e prevedibile, in quanto le persone si comportano reciprocamente sempre nello stesso modo. Un rituale quotidiano è lo scambio di saluti, per esempio con il vicino di casa: “Ciao, come stai?”, “Tutto bene, grazie. Tu?”, “Bene, bene. Arrivederci e buona giornata!”, “Buona giornata anche a te. Ciao!”. Salutare i conoscenti è un modo utile a rifornirsi di carezze, in maniera prevedibile e ripetibile. I rituali servono anche ed iniziare una strutturazione del tempo un po’ più complessa (con gli amici, ci si saluta comunque in maniera prevedibile, si inizia a parlare del meteo, del sole e della pioggia, delle corse e del lavoro, poi si può decidere di introdurre discorsi con una maggiore apertura). Con i figli, soprattutto quando diventano più grandi, è importante non lasciarsi impantanare nei rituali, saltando domande personali e personalizzate circa il loro stato emotivo (Il “Come stai?”, non deve sostituire il “Come ti senti oggi?” o “Come ti senti in relazione a questa situazione o problema?”, oppure il “Come è andata a scuola?” detto in maniera generica non deve sostituire domande che lasciano trasparire un maggiore interesse verso il bambino e i suoi stati emotivi).
  • Passatempi. I passatempi sono una conversazione non ritualizzata, che non ha uno scopo, ma si tratta di “parlare di qualcosa”, tenendo una certa linea di condotta. Non avendo lo scopo di risolvere il problema, si tratta di un parlare sulle cose senza conclusioni, ma con uno scambio di carezze molto utile, con un rischio emotivo basso. Le “chiacchiere”, soprattutto quelle tra mamme, sono spesso il nostro passatempo preferito e come genitore, il confronto ed il conforto che posso trarne è di per sé vantaggioso. Importante non perdersi nelle chiacchiere quando si tratta di affrontare un problema con i propri bambini, poiché il “parlare sulle cose” può non stimolarli a trovare soluzioni ed alternative creative.
  • Attività. Si parla di attività quando si tratta di investire l’energia su fonti esterne come oggetti, idee, pensieri. Noi passiamo gran parte del nostro tempo in attività e traiamo carezze da queste in vari modi (es. complimenti per un lavoro ben fatto, critiche per un errore, vittorie). L’attività, però, se diventa unica fonte di carezze (valgo solo se produco a lavoro) può inaridire, in quanto la sola fiducia nelle proprie capacità non contempla necessariamente il sentirsi persone di valore in sé e per sé. Per questo l’ozio dei bambini è oro prezioso, di contro ad un continuo riempire i loro tempi in cose da fare.
  • Giochi. I giochi sono una serie di transazioni che conducono ad un risultato prevedibile (es. mi lamento fortemente con una persona, sapendo che alla fine otterrò il suo “Poverina!” e l’altro può avere piacere ad ascoltare le mie lamentele, con l’idea che “La salverò io!”). Il concetto di giochi fa riferimento a qualcosa di psicologico e relazionale, non ai giochi dei bambini. Detto questo, costantemente entriamo in dinamiche ripetitive anche con i nostri figli. Essendo un concetto molto complesso, lo lascio come punto da approfondire.
  • Intimità. L’intimità è il modo più rischioso e più vantaggioso di passare il tempo. Include il condividere apertamente emozioni e pensieri in una relazione caratterizzata da fiducia e onestà. Lo scambio di carezze avviene nell’immediato, senza secondi fini, ed è diretto e spontaneo (per esempio dire a mio figlio “Ti voglio bene”, fargli un sorriso, guardarlo con dolcezza, accarezzarlo, stringendolo tra le braccia). Intimità è anche saper chiedere scusa di fronte ad un atteggiamento sbagliato (es. mi sento stanco e urlo con il bambino), mostrare le proprie emozioni anche quelle che possiamo ritenere negative, es. tristezza, rabbia (tenendo sempre conto  di chi abbiamo di fronte). Se penso di essere Ok, sarò maggiormente predisposto a passare il mio tempo in intimità con l’altro, in quanto mi considero degno d’amore e quindi avrò meno paura ad espormi. Ecco che cosa è importante insegnare ai nostri figli, ad essere aperti e spontanei, a cercare carezze in modi diretti e dalle persone che amano, consapevoli di essere sempre e comunque OK perché esseri umani amati ed amabili.

Ognuno di noi avrà una strutturazione del suo tempo diversa. È carino poter fare uno specchietto su questo punto e segnare quante ore passiamo in ognuno di questi modi di strutturazione del tempo (lo possiamo fare in riferimento a più relazioni, es. con il partner). Se il divario tra intimità ed il resto è troppo ampio, non ci rimane che impegnarci a colmare la voragine, ritagliandoci degli spazi per scambiare Carezze incondizionate positive, quelle che fanno tanto bene al cuore e all’autostima dei nostri bambini.

Come sempre, buon lavoro di riflessione a me e a voi 😀

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Inserimento: parola d’ordine “fiducia”

29 Set
le quattro stagioni - particolare

Primavera – Particolare delle Quattro Stagioni – Sara Bachmann

Il mese di Settembre è giunto ormai a termine e devo ammettere che rappresenta il mese dei riadattamenti per eccellenza e non solo per le vacanze ormai lontane.

Abbiamo iniziato a lavorare già da un mese e parte degli inserimenti è stata portata a termine, mentre un’altra porzione ha ancora un pezzo di percorso da fare. È un periodo molto delicato ed impegnativo, sia per i cuccioli, sia per i genitori, perché anche solo l’iniziale della parola INSERIMENTO ci mette tutti sull’attenti!

Stiamo allerta perché non sappiamo quanto dura in termini concreti (da una settimana a…?), perché ci chiediamo come reagirà il bambino, perché dobbiamo programmare una serie di incastri fruibili tra mamma, papà ed eventualmente nonni e baby-sitter, perché dobbiamo prendere delle ferie o dei permessi da lavoro e non sempre è possibile, perché alle volte non siamo pronti al distacco e dobbiamo prepararci noi ancor prima dei cuccioli, perché ne sentiamo mille e cento sulle reazioni dei bambini (chi piange per ore, chi vomita, chi non mangia, chi non dorme, chi si tira i capelli, chi non gioca con gli altri bambini, chi spinge, chi morde, chi diventa intrattabile), perché tendiamo a non ascoltare chi ci racconta che il proprio bambino è contento di andare all’asilo, che si trova bene con le sue maestre e che alle volte non vuole tornare a casa perché si diverte con i compagnetti, perché il processo di “separazione” sembra essere qualcosa di assolutamente doloroso e non naturale quale invece è.

È veramente possibile che l’inserimento sia effettivamente qualcosa di così traumatico e stressante nella vita dei nostri bambini e di noi genitori? Che cosa significa poi inserimento o ambientamento?

Significa introdurre, far accogliere, portare dentro, quindi l’accezione mi sembra non avere niente di negativo. Nello specifico si tratta di un lasso di tempo entro il quale i cuccioli si abituano ad un cambiamento graduale e rispettoso. Ciò che è veritiero è che un bambino ha bisogno di tempo per sentirsi a proprio agio in un ambiente nuovo, familiarizzarci, sentirsi libero di muoversi senza pericoli presunti, per conoscere gli spazi e i tempi, esplorare giochi ed oggetti nuovi. Ha bisogno di tempo per adattarsi ad una situazione senza un familiare al suo fianco, genitori o nonni. Ha bisogno di tempo per metabolizzare una scelta che non è la sua.

Di tempo ne ha bisogno soprattutto il genitore, per capire che cosa farà suo figlio in sua assenza, per fare i conti con i propri sensi di colpa, per accettare il fatto che portare un bambino all’asilo non è “abbandonarlo a sé stesso”, tempo per realizzare che non tutto si può controllare e che i nostri figli sono esseri separati da noi, con un loro temperamento personale e un modo del tutto originale di muoversi nel mondo. Ciò che però necessita di un tempo maggiore è il FIDARSI, il processo per cui io ripongo fiducia nell’altro e mi AFFIDO a lui. In fondo in fondo, l’inserimento ruota fondamentalmente intorno alla questione fiducia.

Fiducia verso l’altro, se mi fido della struttura che ho scelto e mi fido delle maestre che ci lavorano, si instaura più facilmente un circolo virtuoso per cui il professionista si sente più libero di usare le proprie competenze e di lavorare con serenità, quindi meglio. Avvertire il controllo del genitore e la sua sfiducia, se pur comprensibile in alcuni momenti, può rendere il lavoro più complicato e meno fluido. Sfiducia non è altro che svalutare, ignorare delle informazioni per sostenere un quadro di riferimento preconcetto. Sfiducia nell’altro è non tener conto della sua professionalità, della sua esperienza e delle sue competenze.

Fiducia verso sé stessi, un punto fondamentale che spesso viene sottovalutato. Quanto mi sento competente come madre? Quanto mi sento in colpa per dover lasciare mio figlio? Quanto più la mia autostima e stima di sé è bassa, tanto più trasmetto segnali di fumo al bambino. Se penso che lasciarlo al nido sia un abbandono, il bambino percepirà una situazione di pericolo che lo espone ad un certo livello di ansia. Quanto più sono certa della scelta che ho fatto e credo sia una scelta giusta, tanto più predisporrò mio figlio ad una situazione piacevole e di gioco. Se ho paura di procurargli traumi, di sottoporlo ad uno stress intollerabile, di perdere soprattutto il suo amore, creo un’area cieca in cui il bambino tenderà ad annidarsi nei momenti di difficoltà entrando in un loop da cui farà fatica ad uscire.

Fiducia verso il proprio bambino, perché ancora prima di rappresentare un atto educativo, dare fiducia al proprio bambino è un vero e proprio dono d’amore che ha bisogno di rispetto, di conoscenza e di accettazione della sua diversità. La fiducia verso i propri bambini, la certezza che abbiano gli strumenti giusti per fronteggiare alcune situazioni, che abbiano risorse e siano capaci è un sostegno amorevole che li accompagnerà nella vita. I bambini percepiscono sé stessi in base a ciò che gli viene rimandato di loro da mamma e papà, per cui se mamma e papà sono convinti che lui sia capace di ambientarsi in un nuovo contesto e di divertirsi insieme a persone che non siano familiari, il bambino si sentirà più competente nell’affrontare una situazione nuova. I bambini, inoltre,  imparano a darsi il sostegno che hanno sperimentato con le persone che li hanno sostenuti. La capacità delle persone di darsi un valore si lega alle rappresentazioni positive che hanno interiorizzato nelle relazioni con gli altri (se il bambino, nella relazione con i genitore, ha vissuto situazioni in cui si è sentito apprezzato per quello che è e per quello che fa, più facilmente si sentirà degno di amore e competente nell’affrontare situazioni anche problematiche). L.S. Benjamin (2004) sostiene che nella persona, si attua un processo di identificazione per cui tende ad incorporare nel concetto di sé le qualità e i modi di rispondere delle persone affettivamente importanti, così che in seguito, il soggetto tratta sé stesso così come è stato trattato dalle figure di attaccamento. Es. se tratto mio figlio come persona incapace e incompetente, intromettendomi continuamente nelle sue azioni per sostituirmi a lui, da adulto avrà imparato a trattare sé stesso come privo di risorse, insicuro e bisognoso di aiuto continuo.

Alla fine dei conti, in un momento di particolare stress da cambiamento, che cosa c’è poi di più “alleggerente” del fidarsi-affidarsi, ognuno nel rispetto dei tempi personali? Non è facile, lo so, eppure i bambini ce lo insegnano giorno per giorno, ancora una volta potremmo imparare tanto da loro, farci svelare il segreto per cui riescono a fidarsi ciecamente di noi genitori, la formula magica per cui si affidano a noi senza remore, né sovrastrutture, il meccanismo attraverso il quale si lasciano guidare dall’intuizione per porgere le braccia ad un altro da sé. Infine, se ci vuole tempo per fidarsi, una cosa immediata la possiamo fare da subito: impariamo a farci delle domande personali prima di attribuire ai bambini emozioni che non appartengono loro, così  prima di affermare “il bambino non è pronto per l’inserimento”, chiediamoci “Noi siamo pronti per fidarci-affidarci?”.

Accenni bibliografici

Bagdadi M.P., Dizionario affettivo, Giunti, Firenze, 2011.

Benjamin L.S., La terapia ricostruttiva interpersonale. Promuovere il cambiamento in coloro che non reagiscono, LAS, Roma, 2004.

Scilligo P., Analisi Transazionale socio-cognitiva, LAS, Roma, 2009.

Una mamma in un “paese di città”

8 Set
Daphne e Laura 1

mamma in città, mamma in paese, solitudine, unamammapsicoterapeuta, la solitudine delle mamme

Eccoci di rientro dalle vacanze e come ben si sa, finito il riposo, finita la pacchia, lo stress sembra maggiore del periodo precedente alle vacanze stesse. A causare il disturbo da stress  post-vacanziero è la prospettiva che abbiamo davanti: mentre prima ci si sente “esauriti” per l’intero anno lavorativo e si contano i giorni per l’agognato relax, a Settembre ci si sente fiacchi, ma davanti a noi ci sono tre mesi lavorativi intensi prima delle prossime vacanze natalizie. Sembra presto, ma in realtà dopo le vacanze estive viene già Natale perché con la cucciola in giro per casa,  indaffarata a scorrazzare qua e là, più gli inserimenti e gli ambientamenti vari di altri cuccioli, il tempo vola e nessuno se ne rende conto. Eh no! Perché il tempo rimane comunque tiranno e decide lui se avvertirti o meno che sta correndo come un ossesso!!!

Poi c’è da aggiungere un altro fattore che alimenta il mio stress: un cuore sempre diviso a metà. È proprio così, ogni volta che parto e ogni volta che ritorno, mi sento sempre divisa tra gli affetti di sempre, quelli storici, quelli radicati dentro, quelli indissolubili, che hanno la forza di reggere ad anni di distanza (ormai 15) e talvolta di assenza, e gli affetti nuovi, quelli nati da un incontro casuale, quelli scelti tra le mille vicissitudini, quelli maturati giorno per giorno, quelli che ormai non posso fare a meno di definire una nuova famiglia. Un cuore diviso a metà tra l’isola e la penisola, tra il mare e la terraferma, diviso tra l’infanzia e la vita adulta, un cuore che lacrima ad ogni distacco da qui e da lì. Sono convinta che dopo 15 anni che provo sempre lo stesso dilemma (anzi, sempre peggio) non cambierà mai, le lacrime di mia madre sono sempre le stesse, così come quelle di mia sorella, quest’anno si sono aggiunte le vicine di casa e forse un giorno anche quelle della cucciola. Eppure abbiamo scelto la città, pur essendo fiera di essere nata e cresciuta in un paese. Ho provato a risolvere il dilemma, razionalizzandone le motivazioni, ma non ne cavo piedi. Che cosa comporta scegliere di essere madre in città o in un piccolo centro abitato? Volenti o nolenti, c’è una grande differenza, ma con un po’ di astuzia, si può superare il gap.

Vediamo un po’… Essere madre “trapiantata” in città significa:

  • Fare il corso pre-parto in ospedale;
  • Partecipare a forum che parlano di gravidanza e maternità;
  • Riuscire ad arginare la valanga di gente che vorrebbe venire a trovarti in ospedale, perché molti parenti abitano lontano, molti amici lavorano, perché nel reparto dove stai non accettano bambini e quindi coppie con figli senza baby-sitter rimangono a casa;
  • Riuscire ad organizzare dei turni di visite degli amici per venire a trovarti a casa, perché prima di improvvisare ti chiamano al cellulare;
  • Avere pochi pareri se non li chiedi e avere grande libertà di scelta;
  • Allarmarti se vedi che il tuo tono dell’umore va giù e muoverti per cercare aiuto nel consultorio sotto casa tua;
  • Andare al parco e fare amicizia con altre mamme come te, come altre mamme che spesso sono sole come te perché hanno i parenti lontani;
  • Cercare una struttura che ti sostenga nelle giornate con il nuovo arrivato perché devi tornare a lavoro e perché stare sola troppo tempo con i cuccioli porta a crisi di identità circa l’età che abbiamo;
  • Avere un’ampia scelta di asili nido, ludoteche, spazio be.bi., spazio gioco, materne, ecc;
  • Avere un’ampia scelta su come festeggiare i compleanni;
  • Avere un’ampia scelta sulle attività da far fare ai cuccioli (giardino zoologico, museo, cinema, laboratori creativi, letture animate, musica, sport, ecc…);
  • Sbrogliarti i pasticci per conto tuo, perché vale la legge “Hai voluto la bicicletta e mo’ pedali”, quindi “Hai voluto i figli, te li gratti tu!”;
  • Essere guardata storta quando tuo figlio si butta per terra vicino alla cassa del supermercato e tu sei in panico tra il carrello della spesa che si impiglia alla tua tracolla (o viceversa) e il marmocchio che non ne vuole sapere di rimettersi in posizione eretta;
  • Ritrovarti completamente sola nei momenti in cui ti senti particolarmente malinconica e tutti intorno a te hanno da fare proprio in quel momento;
  • Avere difficoltà ad organizzarti per un colloquio di lavoro perché non hai nessuno con chi lasciare i bambini, mentre il papà lavora;
  • Dover chiedere l’aiuto di una bacchetta magica per parcheggiare la tua auto nei parcheggi dei supermercati e tirare fuori i pargoli dalla portiera di dietro;
  • Avere la forza di Maciste per portare le buste della spesa, il passeggino con tuo figlio dentro, dal parcheggio che hai trovato a 300 m di distanza, dopo 2-3 giri a vuoto, fin sopra casa tua con una rampa di scale senza ascensore;
  • Allenarti in un simpatico gioco di incastri, da cui ormai non sai più come uscirne;
  • Correre, correre, correre;

Essere madre in un paese significa:

  • Non aver bisogno di fare il corso pre-parto perché è da quando sei bambina che senti centinaia di racconti di parti atroci o fulminei;
  • Non avere tempo per collegarti ad internet perché devi tenere casa in ordine e passa sempre qualcuno a prendere il caffè;
  • Avere una flotta di amici che ti creano una cappa claustrofobica intorno a letto dell’ospedale quando partorisci perché abitano tutti vicini e tutti ci tengono a venirti a trovare, tanto da prendersi anche il permesso a lavoro, in più, in reparto possono entrare anche i bambini;
  • Avere pareri anche se non li chiedi;
  • Dover mettere un’hostess all’ingresso di casa tua (in genere mamma o sorella) per accogliere chiunque decida di passare a trovarti, al rientro dall’ospedale, senza chiamarti, perché in paese si è più informali;
  • Allarmare i parenti se vedono che sei un po’ giù di tono;
  • Scegliere l’unico parco a disposizione per far giocare il tuo bambino;
  • Avere facilità di scelta sull’asilo nido o l’asilo in famiglia di tua madre o tua suocera;
  • Trovare parcheggio davanti al supermercato e sotto casa tua;
  • Andare dalla parrucchiera o dall’estetista mentre i bambini stanno con la nonna o con la zia o con un’amica o con la vicina di casa o a casa di un amichetto;
  • Avere dei sorrisi di comprensione e delle risate di sdrammatizzazione quando tuo figlio si butta per terra vicino alla cassa del supermercato e mentre la tua borsa si è impigliata al carrello, tuo figlio è stato aiutato dalla signora che sta in fila dietro di te, nonché cognata di tuo zio o nipote di nonno che ti conosce da quando sei nata;
  • Fare una chiacchierata con la vicina di casa nei momenti in cui la malinconia prende il sopravvento;
  • Allevare un bambino in una comunità (anni fa era stile kibbutz);
  • Far giocare i bambini per la strada con compagni di vario genere e tipo a seconda di quanto hanno procreato i vicini di casa;
  • Prendersi il proprio tempo;
  • Andare piano, piano, piano.

Apparentemente sembrano due cose opposte e chi vive solamente in una delle due realtà, alle volte, non capisce che cosa significhi vivere nell’altra. Io credo che nonostante tutto, si può essere una madre in un “paese di città”, basta cercare una rete sociale, una ragnatela di relazioni ed affetti, costruire legami perché in realtà è questo che fa la differenza vera ed è per questo che una madre può sentirsi sola in un piccolo centro abitato e in compagnia in una grande città. Penso che un genitore abbia tutto il diritto di avere una rete che lo sostenga nel difficile compito educativo ed il dovere di creare indirettamente supporto per i propri figli, perciò perché lasciarsi sfuggire l’occasione di farsi compagnia e “non rendersi soli”? Perché la verità è che la solitudine non esiste di per sé, non si è mai soli quando intorno c’è qualcuno, ma ci si può rendere soli con l’isolamento, la chiusura, il rifiuto di una mano tesa, la vergogna di chiedere aiuto, con il non accettare carezze quando le vogliamo, mandando in riserva il vitale serbatoio di energia che si riempie solo con la relazione. Ricordiamocelo sempre, alla fine della fiera, è sempre la relazione quella che cura.

Qual è la vostra esperienza?

La creatività delle mamme

24 Giu

Ritratto di Elena

Quando si parla di creatività, si intende spesso qualcosa di visibile ed eclatante, che balza subito agli occhi come “diverso”, “originale”, “sorprendente”. È spesso riferita all’estro di un artista e alla fantasia dei bambini. Infatti, sul dizionario, il termine si riferisce alla capacità di creare, all’originalità inventiva ed è sinonimo di estro e di fantasia. Ma che cosa significa creare? Può indicare produrre dal nulla o elaborando elementi preesistenti, ideare, inventare, formare una famiglia ed una cerchia di amici, causare e determinare, generare.

Riferendomi all’Analisi Transazionale, nella struttura di personalità di un individuo, si distinguono tre stati dell’io: Genitore, Adulto e Bambino.  Berne (1986) definisce lo stato Bambino “l’aspetto più prezioso della personalità” che “riesce a trovare modi sani di autoespressione e gioia (e) può dare il massimo contributo alla vitalità e alla felicità”. Ad esso sono attribuiti i processi emotivi, intuitivi e creativi che si attivano fin dall’infanzia, evolvendosi poi con lo sviluppo psichico. Lo stato dell’io Bambino convive per tutta la vita con il Genitore e con l’Adulto, organizzando nel completo la personalità. È per questo che la “parte infantile” rimane lungo tutto l’arco della vita e, a pensarci bene, diventa essenziale nelle relazioni, in particolare in quelle con i propri figli.

La genitorialità riporta immancabilmente alle origini, alla propria infanzia, con gioie e dolori che le sono appartenuti, per attingere a quel repertorio conosciuto di strategie di “sopravvivenza” che da bambini abbiamo concertato ben bene per ottenere attenzioni ed amore. A quello stesso repertorio attingiamo nei momenti in cui l’intuizione può aiutarci a capire meglio una situazione, in cui le emozioni possono darci una direzione nel comportamento, in cui la creatività diventa indispensabile per trovare soluzioni ed alternative. È per questo che la creatività rimane per sempre un aspetto della personalità, necessario nella quotidianità ed il suo persistere sembra trovare nuovi modi di espressione in età adulta.

Soffermandoci, quindi, sul significato più ampio di creatività, aldilà di ciò che è tipicamente attribuito al mondo dell’infanzia, si può notare notare quanto le mamme si prodighino quotidianamente a trovare soluzioni ed opzioni creative, alternative, peculiari, direi altamente soggettive, per vivere la genitorialità e sopravvivere ai momenti critici. La verità è che i bambini sono degli esserini capaci di metterci costantemente di fronte allo specchio, riportandoci nei meandri del nostro passato, anche in quello che non vogliamo vedere. La genitorialità è quindi impegnativa e faticosa anche per questo motivo, ma è anche rigenerante perchè i figli sanno sempre come stimolare e tirare fuori tutte le risorse che il genitore stesso non sa di avere. Per questo motivo, la relazione con i bambini diventa fonte di energia e pozzo infinito di stimoli sui quali lavorare, riflettere, ricreare.

 Nel concreto, quali sono i comportamenti creativi che un genitore mette in atto per i propri figli?

  • Mettere al mondo, il principio di tutto;
  • Cucinare mille ricette per stuzzicare il loro appetito (Delizie&confidenze);
  • Strutturare il tempo, ottimizzandolo magicamente per far rientrare tutte le attività possibili, tra casa, bambini e lavoro in una giornata di sole 24h;
  • Arredare la casa trovando soluzioni a misura di bambino (Mercatino dei Piccoli);
  • Inventare una nuova moda post-maman, un nuovo stile nel vestire, fatto di abiti comodi che non scadano troppo nel trasandato;
  • Arricchire la propria arte indirizzandola su bavaglini, asciugamani, lenzuolini, scarpette che sembrano parlare per la loro delizia (es. Le Manine della Mamma);

scarpette

  • Rendere le feste un’occasione per dedicarsi all’altro facendo torte di compleanno, torte di pannolini, bomboniere per varie occasioni (mamma Marianna e mamma Cristina ne sanno qualcosa);

torta di compleanno

torta di pannolini

  • Fare del proprio lavoro uno strumento di magia ed incanto (Sara Bachmann);
  • Cercare attività ludiche divertenti e stimolanti da fare con i bambini (nel periodo estivo c’è una vasta proliferazione di idee per sopravvivere in casa) (es. Mamma, Papà….Giochiamo?);
  • Organizzare viaggi con valigie sempre meno piene di roba per adulti e mete lontane da posti troppo affollati non adatti ai più piccoli;
  • Scrivere su un blog (essere mamme blogger è uno stile di vita);
  • Inventare storie, filastrocche, canzoncine per accompagnare il momento della nanna;
  • Stringere amicizie con altre mamme, costruendo una rete di sostegno sociale importantissima;
  • Coniugare il proprio modus operandi nell’educazione dei figli, con i comportamenti tipicamente “vizianti” dei nonnini;
  • Provare soluzioni ad un problema finché non si trova la giusta risposta, adatta al temperamento del bambino e allo stile materno;
  • Inventare e cambiare lavoro tra il prima e il dopo gravidanza;
  • Trasformare una semplice borsa in un vero e proprio spaccio di prodotti per l’infanzia;
  • Incastrare nel passeggino la spesa di una settimana.

Questi sono alcuni dei comportamenti creativi che un genitore mette in atto e sono quelli che mi vengono in mente in questo momento, ma sono certa che potreste aiutarmi a continuare l’elenco… 😀

Riferimenti bibliografici

Berne E., A che gioco giochiamo?, Bompiani, Milano, 2000.

Berne E., Principi di terapia di gruppo, Astrolabio, Roma, 1986.

Tu di che stile genitoriale sei?

17 Giu

Autunno, Estate, Inverno

Qualche giorno fa, all’asilo di mia figlia, si è svolto un incontro per i genitori dal titolo “Stili genitoriali a confronto”. Sono andata al seminario informativo, felice di ripassare nozioni trite e ritrite durante il periodo universitario e curiosa di trovarmi davanti a nuovi interrogativi che emergono sempre e comunque da un confronto costruttivo. Mi aspettavo la solita esposizione della distinzione tra stile autoritario, permissivo ed autorevole, invece mi sono trovata di fronte alla mia tanto amata Analisi Transazionale che da sempre parla di Genitorialità. Mi va di condividere con voi quanto è stato rinverdito nella memoria.

Mi rendo conto che le categorie tendono a divertire gli esseri umani ed anche me, essere imperfetto, quale sono. Mi trovo spesso a cercare di categorizzare le cose che faccio, a forzarmi in un gruppo simbolico di persone che hanno il mio stesso stile educativo. Devo ammettere che utilizzando la classica distinzione, colloco i miei comportamenti in tutti gli stili: in quello permissivo quando mi sento stanca e non ho più forze per portare avanti un divieto, in quello autoritario quando mi sento irritabile ed affaticata ed impongo regole, illudendomi di evitare di affaticarmi ancora di più, in quello autorevole quando mi sento bene con me stessa e con il mondo, quando ho energia per comunicare, spiegare, sostenere, tollerare, aspettare, ridere e scherzare. Se stanno così le cose, ho proprio due piedi in TRE staffe!!!

Invece, gli stili genitoriali possono essere classificati utilizzando delle dimensioni qualitative, quali l’affettività e la normatività, centrali nello svolgimento della funzione genitoriale. In questo modo, possiamo distinguere quattro stili genitoriali:

  1. Affettivo positivo: stimola il figlio ad esprimere e cercare risposta ai propri bisogni, lo aiuta quando è necessario, offre il PERMESSO di riuscire, operare bene, vincere e cambiare se necessario. Dà riconoscimenti e tiene a mente il diritto del figlio ad ottenere carezze, a sentirsi importante, ad evolversi e crescere, a rendersi autonomo, raggiungere obiettivi, il diritto ad essere amati e ad amare. Nella relazione, il genitore utilizza la propria emotività con il figlio, attraverso un linguaggio in prima persona (“Io mi sento in questo spaventato quando so che potresti metterti in pericolo e capisco che hai bisogno di provare a fare nuove cose”), sintonizzandosi a sua volta sull’emotività del figlio, si rende disponibile, gentile, mostra interesse alle cose che il figlio fa e offre appoggio nelle sue scelte. Si confronta da una posizione esistenziale Io sono OK-Tu sei OK.
  2. Affettivo negativo: invita il figlio a fallire nei propri obiettivi e a mantenersi dipendente al genitore, anche se in apparenza sembra che sproni all’autonomia e al riuscire. In realtà parte da una posizione IO non sono Ok-Tu non sei OK, per cui giudica il figlio come debole e inadeguato, incapace di crescere ed imparare, non stimola l’autocontrollo e la determinazione. Usa il “linguaggio del TU” (non dell’IO), parlando da una posizione di superiorità (es. “Tu sei incapace, lo faccio io per te”, “Tu non ci riesci, ci penso io”). Quando parla della propria emotività, lo fa attribuendone la responsabilità all’esterno (“Mi fai sentire triste se non mangi tutto quello che c’è nel piatto”), per cui il bambino si convince che da lui dipenda il sentire del genitore. I comportamenti tipici di questo stile sono soffocanti e morbosi, iperprotettivi.
  3. Critico positivo: dà dimostrazione di come si fa a fare bene le cose, ad ottenere risultati, raggiungere obiettivi e vincere. Sostiene il figlio nella sua crescita, aiutandolo a sentirsi competente, capace, creativo, a capire le conseguenze delle proprie azioni, a trovare sempre alternative, a saper chiedere aiuto al momento del bisogno. Fa presente al figlio quando un comportamento non va ed offre un’alternativa di cambiamento (“Non si strappano le foglie delle piante, piuttosto, puoi aiutarmi ad innaffiarle”).  Si tratta di uno stile che si accompagna ad assertività, alla capacità di dare dei limiti, di ottenere che si portino avanti gli impegni presi, offrendo l’aiuto necessario. La posizione esistenziale è Io sono OK-Tu sei OK.
  4. Critico negativo: deride, biasima, ridicolizza il figlio, lo giudica incapace e pieno di difetti. Usa spesso il confronto con i fratelli, con i compagni (es. “Sei proprio lento a fare i compiti! Hai visto invece tuo fratello? Ha già finito da un pezzo!”). Utilizza le generalizzazioni, quindi frasi assolutistiche del tipo “Tu sei SEMPRE il solito monello!”, “Tu non fai MAI quello che ti dico io”, “OGNI VOLTA mi fai fare le figuracce davanti a tutti!”. Dà etichette, accusa facendo domande da cui non c’è via d’uscita (es. “Chi ha rotto il vaso?”), non stimola a trovare soluzioni. Il genitore è convinto che le proprie emozioni dipendano dagli altri e le utilizza nella relazione con il figlio per ricattare (“Se non smetti di fare i capricci, non ti voglio più”). Usa il senso dell’umorismo in maniera incomprensibile al bambino, ridicolizzandolo o prendendolo in giro (i bambini non capiscono alcune battute degli adulti, vedono solo il comportamento, quindi che si sta ridendo di loro). I comportamenti tipici di questo stile genitoriale riflettono durezza, biasimo verso l’altro, derisione, umiliazione in pubblico (es. urlare contro il bambino davanti a tutti gli amichetti). La posizione esistenziale è chiaramente IO sono OK- Tu NON sei OK.

Sembra chiaro che per essere un genitore sufficientemente buono, il mix ideale comprende in sé un’affettività ed una normatività positive. Ad entrambe le dimensioni sottende un messaggio di fiducia e di amore nei confronti del proprio figlio, accompagnato da un’emotività che il genitore stesso mette a nudo, offrendo anche contenimento, e da una capacità di essere assertivi, tenendosi presenti nella relazione con il bambino, quale punto di riferimento anche nel “saper fare…”.

Queste proposte sono delle categorie in cui possiamo ritrovarci o meno. Il mio obiettivo, come sempre è quello di stimolare la consapevolezza circa il modo attraverso il quale ci muoviamo nella relazione con i nostri figli, con il fine modificare quei comportamenti che ci rendiamo conto essere poco funzionali,  in direzione di una genitorialità connotata positivamente.

Voi in che stile genitoriale vi riconoscete? Che cosa vorreste cambiare?

Riferimenti bibliografici

Crossman P. (1966), Permesso e Protezione, Transactional Analysis Bulletin, 5, 152-154.

Franta H., Atteggiamenti dell’educatore. Teoria e training per la prassi educativa, LAS, Roma, 1988.

Hernst F.H. Jr (1971), L’OK corral: una griglia per andare d’accordo, Transactional Analysis Journal, 1, 231-240.

Mastromarino R., Prendersi cura di sé per prendersi cura dei propri figli, IFREP, Roma, 2000.

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