La memoria del Natale

17 Dic

Cuore di Natale

Solleticata dal tema del Blogstorming di Genitori Crescono “Tra memoria e tradizione”, decido di dare spazio a qualche pensiero che da giorni affolla la mia mente.

Si avvicina il Natale, direi che siamo quasi arrivati, lo si vede dalle vetrine addobbate a festa a partire dal 1 Novembre, subito dopo aver fatto sparire tutte le zucche di Halloween, dalle illuminazioni stile Las Vegas per le vie della città, dalle code sul Raccordo Anulare, dai continui ritardi agli appuntamenti per il traffico esagerato, dal blocco delle macchine e le targhe alterne, dagli scioperi di lunedì, dai negozi super-affollati, dai parcheggi selvaggiamente occupati, dalla gente che non prende la macchina per 350 giorni all’anno e ricomincia a guidare per i 15 giorni delle festività natalizie (fare più controlli no, eh?), dall’impazienza per l’arrivo delle vacanze, dall’isteria generale per la corsa ai regali, dai carrelli colmi di roba da mangiare come se stesse per arrivare la terza guerra mondiale, dai bambini diventati improvvisamente angioletti, dai ricatti “se non ti comporti bene, Babbo Natale non ti porta il regalo” oppure “Se fai questa cosa X, avrai il regalo Y che desideri” (mi chiedo perché ci si ostini a dire tutto questo ai bambini, se poi la verità è che, comunque vadano le cose, Babbo Natale arriva; non conviene non iniziare nemmeno tutta questa messa in scena?).

In verità, tutto ciò non ha niente a che vedere con il vero Natale, con il suo significato umile e ricco. Non voglio essere ipocrita, non disdegno parte del consumismo, poiché io adoro fare i regali e colgo l’occasione per dimostrare alle persone a cui voglio bene che penso a loro anche nella lontananza, però la “corsa ai panettoni” mi sembra esagerata, direi ansiogena, insieme al binomio dovere-piacere sempre presente quando ci si muove in materia di “tradizioni”.

Per me si tratta di un periodo magico, nella memoria di me-bambina e nel presente di lei-bambina. Un salto nel passato e mi ritrovo la mattina di Natale a correre per casa per raggiungere l’albero di Natale e poi il letto dei miei genitori per fargli gli auguri, per poi controllare anche il regalo dei miei fratelli per vedere se il tutto era stato fatto in regola (ahimè ho sempre avuto uno spiccato senso della giustizia, soprattutto quando si trattava di combattere per avere di più dalla mia parte;D). La casa era inondata di un profumo tutto suo, come se prendesse vita in un chiacchiericcio di gente che andava e veniva. La corsa per infilare i vestiti nuovi, comprati giustappunto per l’occasione, gli infiniti auguri con tutti gli abitanti del paese, il pranzo a casa di mia zia con tutti i cugini, il dopo abbuffata in casa nel tentativo di digerire il pranzo stuzzicando un altro paio di noci o datteri, il nuovo giro-nuova corsa a fare gli auguri ai parenti più anziani, la stanchezza della sera, la gioia di una giornata carica di affetti, quelli veri, quelli che fanno tanto bene al cuore. Questa è la memoria del mio Natale da bambina, ricco di magia e desideri, di aspettative e fioretti, di preghiere e pensieri altruistici verso chi aveva meno, di gioia per lo stare tutti insieme appassionatamente.

Non cambierei niente di quella memoria e di quelle tradizioni che mi hanno fatto da culla per tanto tempo, ma ciò che per me è Natale ora, non lo è mai stato prima. Con l’arrivo della cucciola, tutto ha preso nuova forma, i più semplici gesti hanno acquistato valore e le feste sono veramente Feste. Così il Natale, quello vissuto nel cuore, sentito dentro, è tornato con tutta la sua magia per regalare a lei una storia che sarà poi tradizione familiare, in un incrocio di usi e costumi tra il vecchio e il nuovo, tra la nostra famiglia e quella dei nostri genitori, tra il paese e la città, tra il vuoto ed il pieno, tra il dovere e la sostanza.

Anche questo Natale andremo nella mia adorata terra, non riusciamo a resistere al suo richiamo, siamo bisognosi di sentirci in una grande famiglia che coccoli la nostra piccola famiglia cellulare, vogliamo che nostra figlia passi un giorno così speciale con i suoi nonni, i suoi zii e cuginetti, dopotutto è stata lei a chiederlo (Peppa Pig ha colpito ancora con la sua puntata del Natale dai nonni). Che posto hanno la memoria e le tradizioni nell’educazione di mia figlia? Direi centrale, credo imprescindibile, perchè sono parte di noi, della nostra storia e della storia che consegniamo a lei, rivisitata ed integrata con quello in cui crediamo oggi.

Certo, qualcosa della tradizione è cambiata, le famiglie si sono allargate, le usanze si sono modificate, le disponibilità sono diverse e le idee si sono evolute. Della tradizione porto certamente con me la memoria, il Natale in famiglia, la Messa la mattina, il pranzo  succulento, i regali sentiti, gli auguri affettuosi e l’allegria dei bambini nello scartare i doni; lascio invece gli obblighi, i vestiti nuovi comprati per l’occasione, il panettone con i canditi, i festoni dell’albero, la frutta secca dopo il pranzo, la cruda verità che Babbo Natale non esiste, le palline rotte dalla cucciola, la città, l’esagerazione e i ricatti morali.

Buon Natale a tutti!!!

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Parolina magica: “imperfezione”

17 Nov

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Ultimamente ho bisogno di ricordarmelo spesso: sono un essere umano, della categoria “mamme” e per definizione sono un essere imperfetto. Tutto questo implica che io non abbia il dono dell’ubiquità, che non sappia fare 15 cose contemporaneamente (potrei arrivare al max a 5, senza rifiniture di sorta), che mi senta stanca e spossata al calar della sera, che mi prenda ogni accidente che circola tra i bambini (“Virus e batteri venite a me!”), che dimentichi spesso le cose da fare nonostante me le vada a rileggere sul foglio volante scritto cinque minuti prima, che perda spesso il foglio volante di cui sopra, che faccia la spesa a metà uscendo con il carrello pieno di roba che non compare nella lista, che mi sfugga una data di compleanno a cui tengo tanto perché in realtà non so mai che giorno è oggi, che la casa si sia trasformata in una zona di deposito aeroportuale pronta per il decollo, che alle volte il mio pasto si riduca agli avanzi di mia figlia perché ormai mi è passata la voglia di preparare grosse leccornie da leccarsi i baffi come un tempo fu, che il mio corpo non sia più quello di prima e il ventre piatto di un tempo abbia lasciato spazio a cassetti di gelatina. Insomma, una madre terribilmente imperfetta.

È inutile negarlo, questa cosa mi rode parecchio e non è vero che mi sono completamente rassegnata ai miei continui errori e distrazioni, nonché ai ritardi e ai cambi di programma. Li vivo proprio male, pur adattandomi forzatamente a questa nuova vita parallela. Non nego poi che in quanto essere umano tendo sempre al miglioramento di me stessa, tendo a quell’infinito che so di non poter mai raggiungere, ma a cui tanto aspiro per tenermi in cammino.

Vorrei proprio capire perché va tanto di moda la “madre imperfetta”, perché abbiamo così tanto bisogno di ricordarci che il mestiere dei genitori è qualcosa di completamente incerto ed, in quanto tale, non del tutto rassicurante. Mi spiego meglio, che non ci siano formule magiche nell’accudimento dei figli è un dato di fatto, ma perché siamo portati a metterlo in evidenza? Anche la Medicina non è una scienza esatta eppure non ce lo diciamo troppo spesso.

In ambiente “genitorialità”, tutto sembra essere il contrario di tutto e sicuramente il contrario della matematica, nessuna certezza di percorso. Se 2+2=4, non è detto che facendo A con un figlio esca per forza B, potrebbe uscire una combinazione equivalente all’alfabeto completo. Poveri noi! 50 anni fa, a nessuna madre saltava in mente di parlare di imperfezione materna: una buona madre era colei che stava a casa, che accudiva i figli mandandoli a scuola puliti, ordinati e rendendoli fortemente adattati alle regole sociali, attraverso metodi condivisi (in genere si trattava di due sganassoni)… non c’era da sbagliare, bastava attenersi a alcuni assiomi basilari (una mia amica ricorda un vecchio proverbio “Mazza panella fanno ‘e figlie bell; panella senza mazza fanno ‘e figlie pazze”). Se la famiglia era reputata una “Famiglia per bene” e il figlio risultava uno scapestrato, la colpa era delle cattive compagnie, non dei genitori…Beati loro! Non beati per i loro metodi educativi, che assolutamente non condivido, figlia di un tempo storico ben diverso, ma beati perché avevano una guida, l’illusione di una certezza anche se certezza non era nemmeno allora.

Adesso la colpa è sempre la nostra, la responsabilità di ogni miliardesimo percorso possibile dei nostri figli è dovuto ad un nostro comportamento “Y” che si combina con la sua “X” personalità. Che macigno è questo??? È dura da sopportare l’idea che qualsiasi cosa facciamo non abbiamo la certezza assoluta di un buon risultato! Ecco però che una parolina magica può aiutarci ad alleggerire il fardello, eccola che si insinua nei nostri dialoghi mammeschi, quando cerchiamo di rassicurarci a vicenda sui nostri comportamenti umani, esce come alibi davanti ad un interrogazione inquisitoria dei nostri stessi sensi di colpa: “Imperfezione”.

Se a me brucia tanto, mi chiedo che cosa significhi per le altre mamme vivere costantemente con il ricordo che qualsiasi cosa tu faccia, dovrai rassegnarti all’idea che non sarà mai abbastanza per i tuoi figli perché l’errore è sempre in agguato.

A ben riflettere, mi viene in mente che diversa dalla rassegnazione, è l’accettazione di sé stesse, con i propri limiti, errori, risorse e punti di forza. Rassegnarsi all’idea di essere una madre imperfetta non significa accettarsi, mentre accettarsi significa accogliere le proprie imperfezioni, coccolarle, prendersene cura. Se così stanno le cose, devo ammettere che ho ancora un bel po’ di strada da fare: che io abbia dei limiti è cosa risaputa ai miei stessi neuroni, ma che per me siano dei limiti tutti accettabili allo stesso modo, no. Posso sopportare l’idea di avere in giro per casa di tutto e di più, ma non sopporto l’idea di arrivare tardi come ormai d’abitudine; posso lasciar correre un compleanno saltato, ma non l’ennesima dimenticanza; posso accettare di dover scrivere la lista delle cose da fare, ma non di perderla in un nanosecondo. Due sono le cose: o riprendo la mia psicoterapia oppure non mi resta che ripetere tutte le mattine un nuovo mantra: “sono felice di essere una madre imperfetta, sono felice di essere una madre imperfetta, sono felice di essere…ehmmmm! Ohmmmmm!”.

Voi vi siete rassegnate o avete accettato l’idea della “madre imperfetta”? Che cosa sopportate delle vostre imperfezioni e che cosa vi fa “partire l’embolo”?

Una mamma tra lavoro e famiglia

3 Nov

Leamiche di Freya

Guardo il mio blog e mi rendo conto che non pubblico da più di un mese. Ahimè!!!

Ultimamente la mia vita è piena come un uovo, il lavoro mi impegna tanto e la cucciola chiede sempre più attenzioni. Abbiamo iniziato una nuova avventura insieme: io lavoro quasi a tempo pieno e lei fa orario completo al suo asilo nido. Abbiamo affrontato il momento dell’inserimento in parallelo e la fase di ambientamento è stata particolarmente impegnativa per la piccola. Se inizialmente non ha versato nemmeno una lacrima, appena si è resa conto che la separazione è una cosa seria, ha tentato in ogni modo di manifestare la sua rabbia, facendo notevoli passi indietro a ripristinare la vecchia sicurezza. Ho dovuto fare da scudo, tollerare le sue sfuriate apparentemente senza motivo, i capricci ad ogni occasione possibile, il pianto facile e i continui “Mia Mamma!!!” contro i suoi amichetti, per paura che qualcuno le porti via un “pezzo di sè”. Adesso sembra vada leggermente meglio e mi viene in mente qualche vecchio libro studiato alla scuola di Specializzazione, in cui lessi che i bambini e, di riflesso i genitori, passano delle fasi alternate tra crisi e serenità, momenti in cui ti sembra di vivere un idillio a momenti in cui ti viene da dire “Non lo/a riconosco più!”, momenti in cui dici è il bambino più bello del mondo a momenti in cui pensi che stia diventando proprio antipatico/a (pur non mettendo in discussione l’AMORE incondizionato).

Mi sono ritrovata così a sentirmi maggiormente soddisfatta nel mio lavoro, riprendendo quello che per me è uno spazio vitale, ma con un prezzo che inizialmente mi sembrava veramente troppo alto. Poi il confronto con il papà, con le amiche mamme, con le maestre, mi ha aiutata a prendere coraggio e a dirmi “vedrai che tutto si risolve”… il lavoro di squadra paga sempre.

Ad oggi continuo però a riflettere su quanto sia difficile conciliare lavoro e famiglia, certo non impossibile. È che il nostro essere donne ci espone automaticamente a grandi dilemmi esistenziali.

Un tempo ero convinta di avere la grande colpa o sfortuna di essere donna perché notavo quanti vantaggi avessero i maschietti coetanei (es. potevano tornare più tardi a casa, all’università venivano coinvolti maggiormente dai professori, nel mondo del lavoro sono sempre stati più agevolati, in casa tendono ad essere meno impegnati). Affacciandomi alla vita, la colpa di essere donna si è magicamente trasformata in dono per me e per l’amore più grande che una madre possa avere. Certo, essere donna ti espone a sbalzi ormonali incontrollabili, alla predisposizione a prenderti cura dell’altro anche se nessuno te lo chiede, a pianti improvvisi di fronte a qualsiasi evento ti ricordi che sei un essere vulnerabile.

La paura della mia vulnerabilità di fronte alla follia umana, alle combinazioni di eventi possibili, in alcuni momenti sono per me un dramma. Qualche giorno fa, ho seguito un servizio sulle chiamate al 118 del sabato sera: ragazzi sballati, ubriachi, sanguinanti per risse o per incidenti, ragazzi in preda alla follia del fine settimana. Ho provato un’immensa tenerezza per loro, ho ricordato tutte le volte che da adolescente ho cercato di superare i confini delle regole, di andare oltre a ciò che gli adulti (i genitori) proclamavano con foga, di separarmi dalle figure genitoriali attraverso il RISCHIO. Poi l’intervista di una ragazza. Ha raccontato di essersi fatta una pasticca. Si è sentita male giorni dopo, ha avuto una necrosi del fegato, seguita fortunatamente da un trapianto che ha lasciato strascichi per tutta la sua vita. Non ho retto alle sue parole. Ho avvertito un forte senso di impotenza, chiedendomi se sarò capace di insegnare a mia figlia a tenersi lontana da certi pericoli, perché so per certo che lei proverà ad andare contro i miei consigli, ad opporsi a tante delle cose che le proporrò. Non posso interrompere il corso degli eventi e non posso nemmeno controllare le sue scelte, ma posso provare a fare da esempio, a parlare con lei, ad indicarle strade percorribili e strade alternative, con la speranza che gli errori che farò inevitabilmente, non siano poi così gravi.

Poi di fronte alla paura, mi sorprendo a trovare CORAGGIO, da angoli inattesi, da risorse nascoste, perché quando si tratta di difendere lei, tiro fuori gli artigli per neutralizzare qualsiasi minaccia. Una mamma trova sempre il coraggio, anche se qualche volta non se ne rende conto, il coraggio di portare avanti i propri obiettivi ed incoraggiare quelli dei figli.

La verità è che una mamma porta sul viso il coraggio e la paura delle sue stesse intuizioni, in quelle espressioni di stanchezza dopo una lunga giornata di lavoro, fuori e dentro casa, in quelle espressioni di rassegnazione dopo ore di pazienza per gestire la sua vita e quella della sua famiglia, inestricabilmente unite, in quelle espressioni di tristezza dopo l’ennesima svalutazione subita e in quelle di gioia dopo una carezza ricevuta. E se poi là fuori c’è chi ci chiude la porta in faccia perché chi è madre è presumibilmente più impegnativa nel mondo del lavoro, c’è qualcuna altro che quando lo vai a prendere all’asilo apre le sue braccia e ti corre incontro aspettandosi un fiume di baci e a casa ci apre il cielo con il suo sorriso al varcare della soglia.

Io credo fortemente che la forza di una donna sia anche quella di saper vivere in mezzo alle dicotomie, proprio come l’eterno binomio famiglia-lavoro, pur avendo la certezza che i nostri figli siano la cosa più preziosa al mondo e che il nostro lavoro sia parte integrante del nostro sentirci realizzate come persone, non possiamo fare a meno di sentirci in spesso in conflitto. Diciamocelo pure, in fin dei conti, se non c’è nessun motivo per sentirci in bilico, ce lo troviamo abilmente e se non lavoriamo fuori casa, molto probabilmente, ci sentiremo in dovere di cercare un impiego!

Inserimento: parola d’ordine “fiducia”

29 Set
le quattro stagioni - particolare

Primavera – Particolare delle Quattro Stagioni – Sara Bachmann

Il mese di Settembre è giunto ormai a termine e devo ammettere che rappresenta il mese dei riadattamenti per eccellenza e non solo per le vacanze ormai lontane.

Abbiamo iniziato a lavorare già da un mese e parte degli inserimenti è stata portata a termine, mentre un’altra porzione ha ancora un pezzo di percorso da fare. È un periodo molto delicato ed impegnativo, sia per i cuccioli, sia per i genitori, perché anche solo l’iniziale della parola INSERIMENTO ci mette tutti sull’attenti!

Stiamo allerta perché non sappiamo quanto dura in termini concreti (da una settimana a…?), perché ci chiediamo come reagirà il bambino, perché dobbiamo programmare una serie di incastri fruibili tra mamma, papà ed eventualmente nonni e baby-sitter, perché dobbiamo prendere delle ferie o dei permessi da lavoro e non sempre è possibile, perché alle volte non siamo pronti al distacco e dobbiamo prepararci noi ancor prima dei cuccioli, perché ne sentiamo mille e cento sulle reazioni dei bambini (chi piange per ore, chi vomita, chi non mangia, chi non dorme, chi si tira i capelli, chi non gioca con gli altri bambini, chi spinge, chi morde, chi diventa intrattabile), perché tendiamo a non ascoltare chi ci racconta che il proprio bambino è contento di andare all’asilo, che si trova bene con le sue maestre e che alle volte non vuole tornare a casa perché si diverte con i compagnetti, perché il processo di “separazione” sembra essere qualcosa di assolutamente doloroso e non naturale quale invece è.

È veramente possibile che l’inserimento sia effettivamente qualcosa di così traumatico e stressante nella vita dei nostri bambini e di noi genitori? Che cosa significa poi inserimento o ambientamento?

Significa introdurre, far accogliere, portare dentro, quindi l’accezione mi sembra non avere niente di negativo. Nello specifico si tratta di un lasso di tempo entro il quale i cuccioli si abituano ad un cambiamento graduale e rispettoso. Ciò che è veritiero è che un bambino ha bisogno di tempo per sentirsi a proprio agio in un ambiente nuovo, familiarizzarci, sentirsi libero di muoversi senza pericoli presunti, per conoscere gli spazi e i tempi, esplorare giochi ed oggetti nuovi. Ha bisogno di tempo per adattarsi ad una situazione senza un familiare al suo fianco, genitori o nonni. Ha bisogno di tempo per metabolizzare una scelta che non è la sua.

Di tempo ne ha bisogno soprattutto il genitore, per capire che cosa farà suo figlio in sua assenza, per fare i conti con i propri sensi di colpa, per accettare il fatto che portare un bambino all’asilo non è “abbandonarlo a sé stesso”, tempo per realizzare che non tutto si può controllare e che i nostri figli sono esseri separati da noi, con un loro temperamento personale e un modo del tutto originale di muoversi nel mondo. Ciò che però necessita di un tempo maggiore è il FIDARSI, il processo per cui io ripongo fiducia nell’altro e mi AFFIDO a lui. In fondo in fondo, l’inserimento ruota fondamentalmente intorno alla questione fiducia.

Fiducia verso l’altro, se mi fido della struttura che ho scelto e mi fido delle maestre che ci lavorano, si instaura più facilmente un circolo virtuoso per cui il professionista si sente più libero di usare le proprie competenze e di lavorare con serenità, quindi meglio. Avvertire il controllo del genitore e la sua sfiducia, se pur comprensibile in alcuni momenti, può rendere il lavoro più complicato e meno fluido. Sfiducia non è altro che svalutare, ignorare delle informazioni per sostenere un quadro di riferimento preconcetto. Sfiducia nell’altro è non tener conto della sua professionalità, della sua esperienza e delle sue competenze.

Fiducia verso sé stessi, un punto fondamentale che spesso viene sottovalutato. Quanto mi sento competente come madre? Quanto mi sento in colpa per dover lasciare mio figlio? Quanto più la mia autostima e stima di sé è bassa, tanto più trasmetto segnali di fumo al bambino. Se penso che lasciarlo al nido sia un abbandono, il bambino percepirà una situazione di pericolo che lo espone ad un certo livello di ansia. Quanto più sono certa della scelta che ho fatto e credo sia una scelta giusta, tanto più predisporrò mio figlio ad una situazione piacevole e di gioco. Se ho paura di procurargli traumi, di sottoporlo ad uno stress intollerabile, di perdere soprattutto il suo amore, creo un’area cieca in cui il bambino tenderà ad annidarsi nei momenti di difficoltà entrando in un loop da cui farà fatica ad uscire.

Fiducia verso il proprio bambino, perché ancora prima di rappresentare un atto educativo, dare fiducia al proprio bambino è un vero e proprio dono d’amore che ha bisogno di rispetto, di conoscenza e di accettazione della sua diversità. La fiducia verso i propri bambini, la certezza che abbiano gli strumenti giusti per fronteggiare alcune situazioni, che abbiano risorse e siano capaci è un sostegno amorevole che li accompagnerà nella vita. I bambini percepiscono sé stessi in base a ciò che gli viene rimandato di loro da mamma e papà, per cui se mamma e papà sono convinti che lui sia capace di ambientarsi in un nuovo contesto e di divertirsi insieme a persone che non siano familiari, il bambino si sentirà più competente nell’affrontare una situazione nuova. I bambini, inoltre,  imparano a darsi il sostegno che hanno sperimentato con le persone che li hanno sostenuti. La capacità delle persone di darsi un valore si lega alle rappresentazioni positive che hanno interiorizzato nelle relazioni con gli altri (se il bambino, nella relazione con i genitore, ha vissuto situazioni in cui si è sentito apprezzato per quello che è e per quello che fa, più facilmente si sentirà degno di amore e competente nell’affrontare situazioni anche problematiche). L.S. Benjamin (2004) sostiene che nella persona, si attua un processo di identificazione per cui tende ad incorporare nel concetto di sé le qualità e i modi di rispondere delle persone affettivamente importanti, così che in seguito, il soggetto tratta sé stesso così come è stato trattato dalle figure di attaccamento. Es. se tratto mio figlio come persona incapace e incompetente, intromettendomi continuamente nelle sue azioni per sostituirmi a lui, da adulto avrà imparato a trattare sé stesso come privo di risorse, insicuro e bisognoso di aiuto continuo.

Alla fine dei conti, in un momento di particolare stress da cambiamento, che cosa c’è poi di più “alleggerente” del fidarsi-affidarsi, ognuno nel rispetto dei tempi personali? Non è facile, lo so, eppure i bambini ce lo insegnano giorno per giorno, ancora una volta potremmo imparare tanto da loro, farci svelare il segreto per cui riescono a fidarsi ciecamente di noi genitori, la formula magica per cui si affidano a noi senza remore, né sovrastrutture, il meccanismo attraverso il quale si lasciano guidare dall’intuizione per porgere le braccia ad un altro da sé. Infine, se ci vuole tempo per fidarsi, una cosa immediata la possiamo fare da subito: impariamo a farci delle domande personali prima di attribuire ai bambini emozioni che non appartengono loro, così  prima di affermare “il bambino non è pronto per l’inserimento”, chiediamoci “Noi siamo pronti per fidarci-affidarci?”.

Accenni bibliografici

Bagdadi M.P., Dizionario affettivo, Giunti, Firenze, 2011.

Benjamin L.S., La terapia ricostruttiva interpersonale. Promuovere il cambiamento in coloro che non reagiscono, LAS, Roma, 2004.

Scilligo P., Analisi Transazionale socio-cognitiva, LAS, Roma, 2009.

Un piccolo ricordo

15 Set
Mare, vacanze, nostalgia dell'estate, bimbi al mare

Mare, vacanze, nostalgia dell’estate, bimbi al mare

In questo giorno di pioggia e l’imminente arrivo dell’autunno che incombe, non posso fare a meno di ricordare il sole estivo ed il mare, le vacanze ormai finite e gli inserimenti già iniziati. Voglio coccolarmi un po’ guardando le foto di questa estate, lasciandomi trapassare da quelle emozioni e sensazioni così rilassanti.

Ecco per voi un piccolo assaggio.

Io la trovo casualmente incantevole, un po’ tragi-comica, nostalgica ed ancestrale, forse anche un po’ agreste ;D

Devo ammettere che la adoro e la modella non poteva essere più spontanea di così.

Abbiamo passato proprio una bella vacanza, la cucciola si è divertita tanto e noi con lei, nel vederla esplorare un nuovo mondo, avvicinarsi sempre di più alla riva del mare, toccare la sabbia prima sfiorandola per poi usarla per impanarsi come una fettina, scoprire come si usa un rastrello e come si fanno i castelli per distruggerli appena messi su, fare amicizia con altri bimbi e condividere i giochi con qualche “è MIO!” nei vari intervalli della comunicazione.

Sembra passata un’eternità, invece è solo un mese. Da quelle onde che sbattevano sulle Rocce Rosse all’inserimento al nido, da quelle giornate h24 insieme, ai nostri primi sani allontanamenti, quelli che servono a creare e mantenere ognuna il proprio spazio nel mondo, a vivere ognuna il proprio tempo per poi sentirci più felici nel ritrovarci.

Nonostante gli echi nostalgici sono proprio contenta di vivere con lei le stagioni che passano e vederla crescere giorno per giorno con le sue quotidiane conquiste e le mie quotidiane emozioni che si perdono nei suoi sorrisi, nelle sue lacrime e nei suoi continui capricci. Eh si, perché i terribili due anni si sono già affacciati da qualche mese!!! L’autonomia dal pannolino ha portato con sè una pretesa di autonomia su tutti i fronti, per cui me la ritrovo che vaga da sola al parco senza voltarsi a guardare se io sto dietro di lei, che dà confidenza a chiunque le parli di “Peppa Pig & Co”, che sale qualsiasi rampa di scala, che protesta di fronte a qualsiasi decisione io prenda senza consultarla con largo anticipo, che insiste fino a sfinimento se vuole ottenere il gelato prima della cena (proprio come sta facendo adesso), che si sdraia per terra senza curarsi del tipo di superficie e tantomeno del livello di igiene, che apre la porta da sola e chiede di uscire fuori, che conta fino a dieci, che parla una doppia lingua ;).

Io certamente non ero pronta nè al suo controllo sfinterico, nè alle sue continue prese di posizione, ma che ci vogliamo fare, sapevo benissimo che al rientro dalle vacanze sarebbero arrivate nuove crisi e nuovi traguardi.

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