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Intimamente vicini

6 Feb

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Fin dal primo momento, dal primo pensiero di lei, dalla prima fantasia su di lei, ancora prima del suo vero respiro, dei suoi occhi di fronte ai miei, ho provato ad immaginare come sarebbe stato il NOSTRO stare INSIEME, condividere, crescere, trascorrere, vivere.

I primi istanti di vita hanno trovato una loro scansione automatica, in “Pantarei” tutto scorreva naturalmente secondo dei ritmi legati a quanto di più primitivo esista in noi esseri umani, l’alternarsi di attività-passività, sonno-veglia, giorno-notte. Nel passare delle settimane, le giornate sembravano strutturarsi in qualcosa che sapeva di danza, di ricerca di relazione ed interazione, di scoperta e di stupore continui. Poi, verso i 9 mesi, la definizione degli spazi, quelli miei, quelli suoi, quelli NOSTRI, dettati da nuovi stimoli e vecchie passioni, e verso i 12 mesi della cucciola, l’esigenza di un’organizzazione più strutturata delle giornate, divise tra impegni lavorativi e asileschi, scelte di vita e passioni. Così, siamo passate da una danza fluida e molto naturale, ad un’interazione precisa e caratterizzata da NOI, incastrata in giornate troppo brevi per essere di 24h, notti che portano 5-6 ore di sonno discontinuo, voglia di fare e mancanza di concentrazione.

Ogni diade genitore-figlio, struttura il proprio tempo in modi del tutto personali che rispecchiano il proprio essere e fare. Io come ho strutturato le mie giornate con lei? Quanto spazio dedico, come madre, all’intimità con mia figlia, quella vera, quella fatta di autenticità, apertura e spontaneità? Ho pensato al concetto di Strutturazione del tempo dell’Analisi Transazionale e mi piace proporvelo come spunto di riflessione. Avvertenze: cancellate dalla vostra mente il significato di alcuni termini che verranno di seguito utilizzati, per entrare in un nuovo mondo.

Secondo Eric Berne, noi comuni mortali, abbiamo bisogno di strutturare il nostro tempo per fuggire alla noia (quante volte ci siamo chiesti, guardando il nostro bambino, che cosa possiamo fargli fare per non farlo annoiare?). Tale bisogno si lega alla fame di struttura, ossia alla necessità di crearci delle situazioni in cui possiamo scambiare delle Carezze. Noi possiamo strutturare il nostro tempo in modi diversi, secondo un continuum di “vicinanza-distanza relazionale” e coinvolgimento emotivo, aumentando il livello di esposizione al rischio di essere amati/rifiutati per quello che si è:

  • Isolamento. Nell’isolamento, ci ritiriamo mentalmente dall’altro e il rischio di coinvolgimento emotivo è minimo. Come genitori, abbiamo bisogno di ritirarci in un sano isolamento, in alcuni momenti della giornata e per quanto ci è concesso, per recuperare energie, per riflettere su nostri vissuti, per dedicarci alle nostre passioni. Alcune volte, l’isolamento viene evitato per paura, invece, dei propri processi, delle proprie emozioni; con il timore di contattare sé stessi, il proprio figlio viene “utilizzato” per non toccare le proprie emozioni. Ovviamente, un isolamento eccessivo porta, invece, ad un allontanamento dall’altro,  poco funzionale in ambito di accudimento.
  • Rituali. Il rituale è considerato uno scambio di carezze sicuro e prevedibile, in quanto le persone si comportano reciprocamente sempre nello stesso modo. Un rituale quotidiano è lo scambio di saluti, per esempio con il vicino di casa: “Ciao, come stai?”, “Tutto bene, grazie. Tu?”, “Bene, bene. Arrivederci e buona giornata!”, “Buona giornata anche a te. Ciao!”. Salutare i conoscenti è un modo utile a rifornirsi di carezze, in maniera prevedibile e ripetibile. I rituali servono anche ed iniziare una strutturazione del tempo un po’ più complessa (con gli amici, ci si saluta comunque in maniera prevedibile, si inizia a parlare del meteo, del sole e della pioggia, delle corse e del lavoro, poi si può decidere di introdurre discorsi con una maggiore apertura). Con i figli, soprattutto quando diventano più grandi, è importante non lasciarsi impantanare nei rituali, saltando domande personali e personalizzate circa il loro stato emotivo (Il “Come stai?”, non deve sostituire il “Come ti senti oggi?” o “Come ti senti in relazione a questa situazione o problema?”, oppure il “Come è andata a scuola?” detto in maniera generica non deve sostituire domande che lasciano trasparire un maggiore interesse verso il bambino e i suoi stati emotivi).
  • Passatempi. I passatempi sono una conversazione non ritualizzata, che non ha uno scopo, ma si tratta di “parlare di qualcosa”, tenendo una certa linea di condotta. Non avendo lo scopo di risolvere il problema, si tratta di un parlare sulle cose senza conclusioni, ma con uno scambio di carezze molto utile, con un rischio emotivo basso. Le “chiacchiere”, soprattutto quelle tra mamme, sono spesso il nostro passatempo preferito e come genitore, il confronto ed il conforto che posso trarne è di per sé vantaggioso. Importante non perdersi nelle chiacchiere quando si tratta di affrontare un problema con i propri bambini, poiché il “parlare sulle cose” può non stimolarli a trovare soluzioni ed alternative creative.
  • Attività. Si parla di attività quando si tratta di investire l’energia su fonti esterne come oggetti, idee, pensieri. Noi passiamo gran parte del nostro tempo in attività e traiamo carezze da queste in vari modi (es. complimenti per un lavoro ben fatto, critiche per un errore, vittorie). L’attività, però, se diventa unica fonte di carezze (valgo solo se produco a lavoro) può inaridire, in quanto la sola fiducia nelle proprie capacità non contempla necessariamente il sentirsi persone di valore in sé e per sé. Per questo l’ozio dei bambini è oro prezioso, di contro ad un continuo riempire i loro tempi in cose da fare.
  • Giochi. I giochi sono una serie di transazioni che conducono ad un risultato prevedibile (es. mi lamento fortemente con una persona, sapendo che alla fine otterrò il suo “Poverina!” e l’altro può avere piacere ad ascoltare le mie lamentele, con l’idea che “La salverò io!”). Il concetto di giochi fa riferimento a qualcosa di psicologico e relazionale, non ai giochi dei bambini. Detto questo, costantemente entriamo in dinamiche ripetitive anche con i nostri figli. Essendo un concetto molto complesso, lo lascio come punto da approfondire.
  • Intimità. L’intimità è il modo più rischioso e più vantaggioso di passare il tempo. Include il condividere apertamente emozioni e pensieri in una relazione caratterizzata da fiducia e onestà. Lo scambio di carezze avviene nell’immediato, senza secondi fini, ed è diretto e spontaneo (per esempio dire a mio figlio “Ti voglio bene”, fargli un sorriso, guardarlo con dolcezza, accarezzarlo, stringendolo tra le braccia). Intimità è anche saper chiedere scusa di fronte ad un atteggiamento sbagliato (es. mi sento stanco e urlo con il bambino), mostrare le proprie emozioni anche quelle che possiamo ritenere negative, es. tristezza, rabbia (tenendo sempre conto  di chi abbiamo di fronte). Se penso di essere Ok, sarò maggiormente predisposto a passare il mio tempo in intimità con l’altro, in quanto mi considero degno d’amore e quindi avrò meno paura ad espormi. Ecco che cosa è importante insegnare ai nostri figli, ad essere aperti e spontanei, a cercare carezze in modi diretti e dalle persone che amano, consapevoli di essere sempre e comunque OK perché esseri umani amati ed amabili.

Ognuno di noi avrà una strutturazione del suo tempo diversa. È carino poter fare uno specchietto su questo punto e segnare quante ore passiamo in ognuno di questi modi di strutturazione del tempo (lo possiamo fare in riferimento a più relazioni, es. con il partner). Se il divario tra intimità ed il resto è troppo ampio, non ci rimane che impegnarci a colmare la voragine, ritagliandoci degli spazi per scambiare Carezze incondizionate positive, quelle che fanno tanto bene al cuore e all’autostima dei nostri bambini.

Come sempre, buon lavoro di riflessione a me e a voi 😀

Perchè odiare Peppa Pig?

6 Gen

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Le feste sono ormai finite e mi ritrovo con le valigie vuote, la lavatrice piena, i panni da ripiegare, la casa da riordinare e i regali della cucciola da collocare. Li prendo uno per uno, mentre lei guarda con gli occhio gioiosi, e li mettiamo insieme ognuno nel proprio spazio.

Tutte le persone a noi vicine sanno che la piccola ama spassionatamente Peppa e tutta la sua combriccola e, per questo motivo, molti dei doni ricevuti sono stati all’insegna di “Casa Pig”. Abbiamo quasi tutto il vendibile e la cosa mi fa sorridere perché in giro per casa ci sono un branco di maialini giocosi che spuntano fuori come funghi, insieme a zebre,  conigli, cani e pecorelle. Poi, se lei è contenta, lo sono anche io, a prescindere da tutto. Si lo so, abbiamo ceduto alle tendenze consumistiche, si lo so che ci hanno imbambolati con le pubblicità, so che non è bene prendere esempio da una maialina capricciosa, ma so anche che viviamo nel qui ed ora, che la cucciola è figlia del suo tempo e so che i nativi digitali amano la tecnologia e i maialini rumorosi.

Ho letto diversi pezzi contro Peppa Pig, alcuni sono molto divertenti, mentre altri sfiorano la fantascienza. Domanda retorica: ma se Peppa non piace, non conviene non farla vedere ai propri figli ed ignorarla, piuttosto che scriverci pure degli articoli e continuare a parlarne rendendola quindi comunque presente nelle proprie vite?

Sembra che ultimamente la nuova tendenza socio-antropologica sia quella di schierarsi drasticamente pro o contro qualsiasi cosa, spesso senza cognizione di causa. Non è più concesso dire semplicemente che io non sono d’accordo con qualcuno oppure che concordo, perché detto così sembra significare non definirsi o non esporsi, quindi viene confuso con il concetto di “falsità” che ormai piace un sacco a tanti. Mi chiedo, il semplice fatto di dire “Mi piace” o “Non mi piace”, non significa mettersi in una posizione ben precisa? Dire che ognuno è libero di esprimere le proprie opinioni a prescindere dal mio pensiero personale, non è prendere posizione? Affermare che io agisco in un certo modo e che ne esistono altri diecimila alternativi, non è definirsi rispetto all’altro? Non basta esprimere una preferenza, senza indire boicottaggi di massa (a parte per cause veramente di valore), senza correre il rischio di essere etichettati come passivi e inerti? Ditemi che la libertà di espressione e di pensiero sono ancora un diritto sacrosanto!!!

Da quando sono diventata mamma, mi sono ritrovata in mezzo a guerre basate su “aria fritta”, dove la presunzione che il soggettivo sia oggettivo ha dato la spinta per delle vere e proprie crociate su degli argomenti che sono diventati scottanti nell’universo mammesco: parto naturale o cesareo, parto in casa o in ospedale, allattamento al seno o artificiale, vaccini si o vaccini no, portare o non portare, omogeneizzati fatti in casa o comprati, co-sleeping o ognuno nel proprio letto, televisione si o televisione no, pro SOS Tata o contro SOS Tata, Peppa Pig “Santa subito” o Peppa Pig allo spiedo! E bastaaaa!!! Ma ognuno non sarà libero di scegliere ciò che è meglio per sé e per la propria famiglia?

Non voglio fare la fine del bue che dice cornuto all’asino, additando un certo processo psicologico per poi utilizzarlo alla stessa maniera, per cui il mio obiettivo è quello di cercare di capire che cosa si nasconde dietro a tutto questo atteggiamento di odio nei confronti di qualsivoglia cosa. Si tratta semplicemente del processo sotteso alla favola “La volpe e l’uva”.

L’odio è un’emozione che si lega a quella primaria della rabbia ed è qualcosa di estremamente naturale, come l’INVIDIA e la GELOSIA, sentimenti tutti che vengono spesso negati in blocco perché socialmente non accettabili oppure estremizzati per trovarne una giustificazione plausibile. L’odio nasce spesso da qualcosa che ci riguarda personalmente e che abbiamo imparato a non accettare, a tagliare fuori, mentre viene riposta all’esterno, su un “oggetto” (persona, cosa, ideale, valore), per poter essere liberamente disprezzata. Es. se da bambini abbiamo ricevuto un’educazione rigida e severa sulla pulizia, probabilmente impareremo a mantenerci puliti ed ordinati, in maniera ossessiva, ripetendo la stessa rigidità con nostro figlio che, in quanto bambino, avrà la naturale tendenza a sporcarsi, soprattutto mangiando e giocando. Ciò che è stato negato a noi, cioè il naturale impulso a sporcarsi nell’esplorazione, sarà vissuto con disgusto e nel riconoscerlo nell’altro verrà combattuto per esempio pulendo in continuazione la bocca e le mani del nostro bambino di 6 mesi che inizia a mangiare le pappe oppure criticando aspramente quelle mamme che lasciano i propri figli liberi di giocare sporcandosi.

La pericolosità dell’ODIO non deriva però dal provarlo, quanto dal non riconoscerlo e quindi agirlo senza averlo prima “mentalizzato”. Che cosa significa? Tutte le emozioni possono essere provate, ma devono essere necessariamente riconosciute per poter essere utilizzare come guida funzionale per muoverci nel mondo (es. la paura ci indica che siamo di fronte ad un pericolo). Io posso provare odio per qualcuno o qualcosa e chiedermi il perché, scoprendo poi che ci sono degli aspetti della mia storia passata, spesso non risolti, per cui sono più portato a provare quel sentimento verso una certa cosa. Definendo una causa, il sentimento stesso può permanere, ma con una carica emotiva minore. Se invece provo odio e cerco di reprimerlo, mettendolo fuori dalla mia consapevolezza, prima o dopo lo agirò in maniera inconsapevole, magari intraprendendo delle guerre senza senso e nel peggiore dei casi arrivando a gesti inconsulti (in extremis).

È ovvio che l’odio verso Peppa Pig non porterà a ridurla seriamente ad una porchetta, colpendo così la sensibilità di milioni di bambini nel mondo, ma quello che invito a fare come genitori, uscendo fuori dall’ironia, è di pensare sempre al perché ci scaldiamo così tanto spesso  su argomenti che alle volte non ci portano a niente (es. Se io allatto al seno e un’altra donna non lo fa, perché devo criticarla? Se io decido che i miei tre figli dormono a letto con me, perché per me è la soluzione migliore che ho trovato rispetto al mio stile di vita, che cosa ottengo dal criticare aspramente chi ripone il proprio figlio a dormire nella sua culla alla veneranda età di 6 mesi?).

Prima di intraprendere una guerra, chiediamoci sempre quale sia l’obiettivo che vogliamo raggiungere e quali corde personali vengono toccate dalla tale causa. Ognuno ha proprie idee su se stesso, gli altri ed il mondo e attraverso il suo quadro di riferimento filtra la realtà. Esiste un’unica realtà oggettiva (es. un bambino che piange) ed esistono innumerevoli realtà soggettive (es. il bambino che piange è disperato perché gli manca la mamma, il bambino sta facendo le lagne perché è capriccioso, il bambino è affamato anche se ha mangiato 5 minuti prima, il bambino è inconsolabile) che si legano a storie personali, intrecci familiari, gruppi sociali, stereotipi, tradizioni, leggende, ecc.

Ciò che è importante sapere è che l’odio è qualcosa di estremamente soggettivo e prima di riporlo su una qualsiasi cosa, che sia Peppa Pig o un genitore diverso da noi o un’idea lontana dalla nostra, chiediamoci quanto l’altro ci ricorda di noi, quanto l’altro ci stimola ad entrare in contatto con quegli aspetti che da sempre abbiamo imparato a negare, a tagliare fuori dalla consapevolezza. Solo riconoscendo, accettando ed integrando le nostre polarità possiamo diventare degli adulti consapevoli, spontanei ed intimi, quindi realmente autonomi.

Come chiamerò il mio bambino?

28 Dic

Le amiche di Freya

Quando sta per nascere o nasce un bambino, la domanda successiva a quella inerente allo stato di salute e al sesso, è quella sul nome. “Avete già scelto il nome?“, “Come si chiama?”, “Che nome gli hanno messo?”.

Io sono sempre molto curiosa di conoscere il nome del nuovo arrivato o del futuro arrivo perché ho necessità di darmi un riferimento che lo identifichi come persona, di crearmi una sagoma mentale con dei contorni definiti, di associarlo a qualcosa di già conosciuto o a qualcuno di familiare. Mi piace vedere il volto dei genitori mentre pronunciano quel suono e i loro occhi che brillano sorridenti. Il nome è una semplice parola che si attribuisce ad un essere vivente eppure è in sostanza veramente complessa.

Il nome è un diritto, lo ricorda l’Art.6 del Codice Civile “Ogni persona ha diritto al nome che le è per legge attribuito” e l’art.7 della Convenzione dei diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, secondo il quale “Il fanciullo dovrà essere registrato immediatamente dopo la nascita ed a partire da essa avrà diritto ad un nome …”.

Il nome è sinonimo di identità, grazie ad esso veniamo chiamati, riconosciuti, individuati. Attribuendo un nome a nostro figlio, diamo a lui il permesso di Esistere e di soddisfare il bisogno di essere riconosciuto attraverso le Carezze (sentirci salutare con il nostro nome, ci rende felici per essere stati visti e riconosciuti nella nostra individualità).

Il nome personale può essere considerato quasi un’etichetta che permette di distinguersi dagli altri e allo stesso tempo mette in evidenza l’unicità della persona. Proprio attraverso il nome, l’aspetto personale e quello sociale si congiungono in quanto il nome diventa l’espressione sociale della persona, ne verbalizza la sua presenza nel mondo.

In ambito psicologico, risulta un certo accordo sul fatto che il nome abbia un solo significato e più funzioni: esso corrisponde al concetto della persona che lo porta e ha la funzione di etichetta (in positivo e in negativo), di rappresentazione di fronte agli altri ed è che ciò che rende gli individui pensabili. Esso rappresenta l’estensione vocale dell’identità della persona ed esercita un’influenza diretta sulla sua organizzazione della personalità.

Secondo la Bioenergetica, ogni essere umano radica la sua identità ed il suo respiro anche in rapporto al nome con cui viene chiamato: se il bambino viene chiamato con il suo nome di nascita, questo diventa una struttura stabile ed immutabile della propria identità. Ogni nome  si compone di vocali e consonanti che corrispondono a suoni con una loro particolare risonanza energetica in specifiche parti del corpo. Risulta che il suono vocale del proprio nome stimoli un’apertura respiratoria che inconsciamente permette risonanze affettive ed energetiche diverse in base alla vocali. Nello specifico: le vocali  “A, O, U”  toccano gli organi più profondi, muovendo un’energia connessa alla gioia ed al piacere della vita, mentre le vocali “E, I”, legate al torace ed alla testa, promuovono energie connesse al coraggio ed alle attività mentali. Grazie a questi stimoli ricevuti sia nel pronunciare il proprio nome, sia nel sentirlo pronunciare ad altri, il corpo riceve delle vibrazioni che stimolano varie emozioni.

Dietro al nome ci sono delle scelte, quelle dei genitori. Il processo di decisione è qualcosa di molto divertente se fatto con complicità, soprattutto nella fase della ricerca durante la quale ci si può avvalere di curiose guide facilmente reperibili nelle librerie, di statistiche intraprese sui forum per mamme/papà, persino delle applicazioni per smartphone. Alle volte si arriva alla soluzione in maniera unanime, altre volte si arriva a delle negoziazioni interessanti es. “Se è femmina lo scelgo io, se è maschio lo scegli tu”.

Dietro alle scelte dei genitori ci sono delle storie personali e familiari, costellazioni storico-religiose ed archetipiche, talvolta dei miti che vengono tramandati di generazione in generazione, così il nome del bambino diventa portatore di valori che possono caricare positivamente o negativamente le scelte di vita, le identificazioni, le aspettative, su cui poggia il pensiero, l’identità e l’ideale dell’Io.

I nomi sono anche figli di un’epoca storica. Fino a qualche decennio fa, era d’obbligo mettere ai figli lo stesso nome dei nonni, soprattutto se si trattava di un figlio maschio con lo stesso cognome del nonno. La scelta era facilissima, ma anche la confusione e l’omonimia. Attualmente, questa moda sembra perdersi e il tutto lascia posto ad una certa fantasia, alle volte esagerata. La famiglia rimane sempre più isolata, quindi anche la scelta del nome è sempre più legata ai gusti personali dei genitori, liberi da influenze parentali.

In questo momento, mi sembra che si usino molto i nomi corti, soprattutto legati a cognomi lunghi (es. Gaia, Emma, Viola, Sara), quelli delle grandi attici per le femmine (es. Sofia, Mia, Greta), molti di origine straniera frutto dell’interculturalità, (es. Nicole, Nicolas, Ryan, Michael, Desireè), per i maschietti nomi biblici (es. Samuele, Emanuele, Gabriele, Matteo). Il nostro amato Papa ha dato una spinta massiccia all’impennata del nome Francesco/a e mi sembra di sentire spesso nomi come Martina, Ginevra, Rebecca, Lorenzo e Tommaso.

Ho trovato una categorizzazione molto interessante circa le tipologie di nomi che vengono scelti per i propri figli, distinte in base alle ragioni che sottostanno alla scelta stessa:

  • Nomi augurali: contengono in sé un augurio per la vita, es. Benedetta, Gioia, Vittoria;
  • Nomi dedicativi: sono dedicati ad una persona cara;
  • Nomi distintivi: sono scelti per emergere rispetto agli altri, alla ricerca di una certa originalità (es. Domitilla, Emerenziana…);
  • Nomi fonosimbolici: si tratta di una scelta di tipo fonetico spesso fatta in base al suono che produce in relazione al cognome;
  • Nomi ideologici: esprimono una certa ideologia sociale o politica della famiglia d’origine;
  • Nomi proiettivi: vengono scelti sulla base di aspettative che i genitori riversano sui figli;
  • Nomi punitivi: si accompagnano ad atteggiamenti negativi nei confronti del bambino, spesso indesiderato (anche se trovo difficile pensare a questa categoria di nomi, mi viene in mente Dolores);
  • Nomi di socializzazione anticipatoria: vengono tratti da personaggi che hanno determinati ruoli sociali o culturali con i quali ci si vorrebbe identificare;
  • Sovra-determinazione della scelta: il nome viene scelto in base a più fattori.

Al nome, quindi si legano aspettative e desideri dei genitori, nonché degli auguri, più o meno consapevoli. Il nome può portare con sé, quindi, un copione di vita che viene affidato al bambino, talvolta senza volerlo. La scelta, infatti, spesso contiene in sé non solo la volontà di garantire un’identità al nuovo nato,  ma anche quella di delinearne il destino e la storia.

È per tutte queste ragioni, che la scelta del nome per il proprio figlio deve essere fatta con grande rispetto per chi arriverà e quanto più sarà un nome al di sopra di miti familiari, attese e desideri genitoriali, tanto più il bambino sarà libero di crearsi una sua storia personale.

Riferimenti bibliografici

Berne E., “Ciao…e poi?”. La psicologia del destino umano, Bompiani, 1964.

Gullotta G., La vita quotidiana come laboratorio di psicologia sociale, Giuffrè, Milano, 2008.

Lowen A., Bioenergetica, Feltrinelli, Milano, 2004.

Parolina magica: “imperfezione”

17 Nov

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Ultimamente ho bisogno di ricordarmelo spesso: sono un essere umano, della categoria “mamme” e per definizione sono un essere imperfetto. Tutto questo implica che io non abbia il dono dell’ubiquità, che non sappia fare 15 cose contemporaneamente (potrei arrivare al max a 5, senza rifiniture di sorta), che mi senta stanca e spossata al calar della sera, che mi prenda ogni accidente che circola tra i bambini (“Virus e batteri venite a me!”), che dimentichi spesso le cose da fare nonostante me le vada a rileggere sul foglio volante scritto cinque minuti prima, che perda spesso il foglio volante di cui sopra, che faccia la spesa a metà uscendo con il carrello pieno di roba che non compare nella lista, che mi sfugga una data di compleanno a cui tengo tanto perché in realtà non so mai che giorno è oggi, che la casa si sia trasformata in una zona di deposito aeroportuale pronta per il decollo, che alle volte il mio pasto si riduca agli avanzi di mia figlia perché ormai mi è passata la voglia di preparare grosse leccornie da leccarsi i baffi come un tempo fu, che il mio corpo non sia più quello di prima e il ventre piatto di un tempo abbia lasciato spazio a cassetti di gelatina. Insomma, una madre terribilmente imperfetta.

È inutile negarlo, questa cosa mi rode parecchio e non è vero che mi sono completamente rassegnata ai miei continui errori e distrazioni, nonché ai ritardi e ai cambi di programma. Li vivo proprio male, pur adattandomi forzatamente a questa nuova vita parallela. Non nego poi che in quanto essere umano tendo sempre al miglioramento di me stessa, tendo a quell’infinito che so di non poter mai raggiungere, ma a cui tanto aspiro per tenermi in cammino.

Vorrei proprio capire perché va tanto di moda la “madre imperfetta”, perché abbiamo così tanto bisogno di ricordarci che il mestiere dei genitori è qualcosa di completamente incerto ed, in quanto tale, non del tutto rassicurante. Mi spiego meglio, che non ci siano formule magiche nell’accudimento dei figli è un dato di fatto, ma perché siamo portati a metterlo in evidenza? Anche la Medicina non è una scienza esatta eppure non ce lo diciamo troppo spesso.

In ambiente “genitorialità”, tutto sembra essere il contrario di tutto e sicuramente il contrario della matematica, nessuna certezza di percorso. Se 2+2=4, non è detto che facendo A con un figlio esca per forza B, potrebbe uscire una combinazione equivalente all’alfabeto completo. Poveri noi! 50 anni fa, a nessuna madre saltava in mente di parlare di imperfezione materna: una buona madre era colei che stava a casa, che accudiva i figli mandandoli a scuola puliti, ordinati e rendendoli fortemente adattati alle regole sociali, attraverso metodi condivisi (in genere si trattava di due sganassoni)… non c’era da sbagliare, bastava attenersi a alcuni assiomi basilari (una mia amica ricorda un vecchio proverbio “Mazza panella fanno ‘e figlie bell; panella senza mazza fanno ‘e figlie pazze”). Se la famiglia era reputata una “Famiglia per bene” e il figlio risultava uno scapestrato, la colpa era delle cattive compagnie, non dei genitori…Beati loro! Non beati per i loro metodi educativi, che assolutamente non condivido, figlia di un tempo storico ben diverso, ma beati perché avevano una guida, l’illusione di una certezza anche se certezza non era nemmeno allora.

Adesso la colpa è sempre la nostra, la responsabilità di ogni miliardesimo percorso possibile dei nostri figli è dovuto ad un nostro comportamento “Y” che si combina con la sua “X” personalità. Che macigno è questo??? È dura da sopportare l’idea che qualsiasi cosa facciamo non abbiamo la certezza assoluta di un buon risultato! Ecco però che una parolina magica può aiutarci ad alleggerire il fardello, eccola che si insinua nei nostri dialoghi mammeschi, quando cerchiamo di rassicurarci a vicenda sui nostri comportamenti umani, esce come alibi davanti ad un interrogazione inquisitoria dei nostri stessi sensi di colpa: “Imperfezione”.

Se a me brucia tanto, mi chiedo che cosa significhi per le altre mamme vivere costantemente con il ricordo che qualsiasi cosa tu faccia, dovrai rassegnarti all’idea che non sarà mai abbastanza per i tuoi figli perché l’errore è sempre in agguato.

A ben riflettere, mi viene in mente che diversa dalla rassegnazione, è l’accettazione di sé stesse, con i propri limiti, errori, risorse e punti di forza. Rassegnarsi all’idea di essere una madre imperfetta non significa accettarsi, mentre accettarsi significa accogliere le proprie imperfezioni, coccolarle, prendersene cura. Se così stanno le cose, devo ammettere che ho ancora un bel po’ di strada da fare: che io abbia dei limiti è cosa risaputa ai miei stessi neuroni, ma che per me siano dei limiti tutti accettabili allo stesso modo, no. Posso sopportare l’idea di avere in giro per casa di tutto e di più, ma non sopporto l’idea di arrivare tardi come ormai d’abitudine; posso lasciar correre un compleanno saltato, ma non l’ennesima dimenticanza; posso accettare di dover scrivere la lista delle cose da fare, ma non di perderla in un nanosecondo. Due sono le cose: o riprendo la mia psicoterapia oppure non mi resta che ripetere tutte le mattine un nuovo mantra: “sono felice di essere una madre imperfetta, sono felice di essere una madre imperfetta, sono felice di essere…ehmmmm! Ohmmmmm!”.

Voi vi siete rassegnate o avete accettato l’idea della “madre imperfetta”? Che cosa sopportate delle vostre imperfezioni e che cosa vi fa “partire l’embolo”?

Inserimento: parola d’ordine “fiducia”

29 Set
le quattro stagioni - particolare

Primavera – Particolare delle Quattro Stagioni – Sara Bachmann

Il mese di Settembre è giunto ormai a termine e devo ammettere che rappresenta il mese dei riadattamenti per eccellenza e non solo per le vacanze ormai lontane.

Abbiamo iniziato a lavorare già da un mese e parte degli inserimenti è stata portata a termine, mentre un’altra porzione ha ancora un pezzo di percorso da fare. È un periodo molto delicato ed impegnativo, sia per i cuccioli, sia per i genitori, perché anche solo l’iniziale della parola INSERIMENTO ci mette tutti sull’attenti!

Stiamo allerta perché non sappiamo quanto dura in termini concreti (da una settimana a…?), perché ci chiediamo come reagirà il bambino, perché dobbiamo programmare una serie di incastri fruibili tra mamma, papà ed eventualmente nonni e baby-sitter, perché dobbiamo prendere delle ferie o dei permessi da lavoro e non sempre è possibile, perché alle volte non siamo pronti al distacco e dobbiamo prepararci noi ancor prima dei cuccioli, perché ne sentiamo mille e cento sulle reazioni dei bambini (chi piange per ore, chi vomita, chi non mangia, chi non dorme, chi si tira i capelli, chi non gioca con gli altri bambini, chi spinge, chi morde, chi diventa intrattabile), perché tendiamo a non ascoltare chi ci racconta che il proprio bambino è contento di andare all’asilo, che si trova bene con le sue maestre e che alle volte non vuole tornare a casa perché si diverte con i compagnetti, perché il processo di “separazione” sembra essere qualcosa di assolutamente doloroso e non naturale quale invece è.

È veramente possibile che l’inserimento sia effettivamente qualcosa di così traumatico e stressante nella vita dei nostri bambini e di noi genitori? Che cosa significa poi inserimento o ambientamento?

Significa introdurre, far accogliere, portare dentro, quindi l’accezione mi sembra non avere niente di negativo. Nello specifico si tratta di un lasso di tempo entro il quale i cuccioli si abituano ad un cambiamento graduale e rispettoso. Ciò che è veritiero è che un bambino ha bisogno di tempo per sentirsi a proprio agio in un ambiente nuovo, familiarizzarci, sentirsi libero di muoversi senza pericoli presunti, per conoscere gli spazi e i tempi, esplorare giochi ed oggetti nuovi. Ha bisogno di tempo per adattarsi ad una situazione senza un familiare al suo fianco, genitori o nonni. Ha bisogno di tempo per metabolizzare una scelta che non è la sua.

Di tempo ne ha bisogno soprattutto il genitore, per capire che cosa farà suo figlio in sua assenza, per fare i conti con i propri sensi di colpa, per accettare il fatto che portare un bambino all’asilo non è “abbandonarlo a sé stesso”, tempo per realizzare che non tutto si può controllare e che i nostri figli sono esseri separati da noi, con un loro temperamento personale e un modo del tutto originale di muoversi nel mondo. Ciò che però necessita di un tempo maggiore è il FIDARSI, il processo per cui io ripongo fiducia nell’altro e mi AFFIDO a lui. In fondo in fondo, l’inserimento ruota fondamentalmente intorno alla questione fiducia.

Fiducia verso l’altro, se mi fido della struttura che ho scelto e mi fido delle maestre che ci lavorano, si instaura più facilmente un circolo virtuoso per cui il professionista si sente più libero di usare le proprie competenze e di lavorare con serenità, quindi meglio. Avvertire il controllo del genitore e la sua sfiducia, se pur comprensibile in alcuni momenti, può rendere il lavoro più complicato e meno fluido. Sfiducia non è altro che svalutare, ignorare delle informazioni per sostenere un quadro di riferimento preconcetto. Sfiducia nell’altro è non tener conto della sua professionalità, della sua esperienza e delle sue competenze.

Fiducia verso sé stessi, un punto fondamentale che spesso viene sottovalutato. Quanto mi sento competente come madre? Quanto mi sento in colpa per dover lasciare mio figlio? Quanto più la mia autostima e stima di sé è bassa, tanto più trasmetto segnali di fumo al bambino. Se penso che lasciarlo al nido sia un abbandono, il bambino percepirà una situazione di pericolo che lo espone ad un certo livello di ansia. Quanto più sono certa della scelta che ho fatto e credo sia una scelta giusta, tanto più predisporrò mio figlio ad una situazione piacevole e di gioco. Se ho paura di procurargli traumi, di sottoporlo ad uno stress intollerabile, di perdere soprattutto il suo amore, creo un’area cieca in cui il bambino tenderà ad annidarsi nei momenti di difficoltà entrando in un loop da cui farà fatica ad uscire.

Fiducia verso il proprio bambino, perché ancora prima di rappresentare un atto educativo, dare fiducia al proprio bambino è un vero e proprio dono d’amore che ha bisogno di rispetto, di conoscenza e di accettazione della sua diversità. La fiducia verso i propri bambini, la certezza che abbiano gli strumenti giusti per fronteggiare alcune situazioni, che abbiano risorse e siano capaci è un sostegno amorevole che li accompagnerà nella vita. I bambini percepiscono sé stessi in base a ciò che gli viene rimandato di loro da mamma e papà, per cui se mamma e papà sono convinti che lui sia capace di ambientarsi in un nuovo contesto e di divertirsi insieme a persone che non siano familiari, il bambino si sentirà più competente nell’affrontare una situazione nuova. I bambini, inoltre,  imparano a darsi il sostegno che hanno sperimentato con le persone che li hanno sostenuti. La capacità delle persone di darsi un valore si lega alle rappresentazioni positive che hanno interiorizzato nelle relazioni con gli altri (se il bambino, nella relazione con i genitore, ha vissuto situazioni in cui si è sentito apprezzato per quello che è e per quello che fa, più facilmente si sentirà degno di amore e competente nell’affrontare situazioni anche problematiche). L.S. Benjamin (2004) sostiene che nella persona, si attua un processo di identificazione per cui tende ad incorporare nel concetto di sé le qualità e i modi di rispondere delle persone affettivamente importanti, così che in seguito, il soggetto tratta sé stesso così come è stato trattato dalle figure di attaccamento. Es. se tratto mio figlio come persona incapace e incompetente, intromettendomi continuamente nelle sue azioni per sostituirmi a lui, da adulto avrà imparato a trattare sé stesso come privo di risorse, insicuro e bisognoso di aiuto continuo.

Alla fine dei conti, in un momento di particolare stress da cambiamento, che cosa c’è poi di più “alleggerente” del fidarsi-affidarsi, ognuno nel rispetto dei tempi personali? Non è facile, lo so, eppure i bambini ce lo insegnano giorno per giorno, ancora una volta potremmo imparare tanto da loro, farci svelare il segreto per cui riescono a fidarsi ciecamente di noi genitori, la formula magica per cui si affidano a noi senza remore, né sovrastrutture, il meccanismo attraverso il quale si lasciano guidare dall’intuizione per porgere le braccia ad un altro da sé. Infine, se ci vuole tempo per fidarsi, una cosa immediata la possiamo fare da subito: impariamo a farci delle domande personali prima di attribuire ai bambini emozioni che non appartengono loro, così  prima di affermare “il bambino non è pronto per l’inserimento”, chiediamoci “Noi siamo pronti per fidarci-affidarci?”.

Accenni bibliografici

Bagdadi M.P., Dizionario affettivo, Giunti, Firenze, 2011.

Benjamin L.S., La terapia ricostruttiva interpersonale. Promuovere il cambiamento in coloro che non reagiscono, LAS, Roma, 2004.

Scilligo P., Analisi Transazionale socio-cognitiva, LAS, Roma, 2009.

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