Parolina magica: “imperfezione”

17 Nov

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Ultimamente ho bisogno di ricordarmelo spesso: sono un essere umano, della categoria “mamme” e per definizione sono un essere imperfetto. Tutto questo implica che io non abbia il dono dell’ubiquità, che non sappia fare 15 cose contemporaneamente (potrei arrivare al max a 5, senza rifiniture di sorta), che mi senta stanca e spossata al calar della sera, che mi prenda ogni accidente che circola tra i bambini (“Virus e batteri venite a me!”), che dimentichi spesso le cose da fare nonostante me le vada a rileggere sul foglio volante scritto cinque minuti prima, che perda spesso il foglio volante di cui sopra, che faccia la spesa a metà uscendo con il carrello pieno di roba che non compare nella lista, che mi sfugga una data di compleanno a cui tengo tanto perché in realtà non so mai che giorno è oggi, che la casa si sia trasformata in una zona di deposito aeroportuale pronta per il decollo, che alle volte il mio pasto si riduca agli avanzi di mia figlia perché ormai mi è passata la voglia di preparare grosse leccornie da leccarsi i baffi come un tempo fu, che il mio corpo non sia più quello di prima e il ventre piatto di un tempo abbia lasciato spazio a cassetti di gelatina. Insomma, una madre terribilmente imperfetta.

È inutile negarlo, questa cosa mi rode parecchio e non è vero che mi sono completamente rassegnata ai miei continui errori e distrazioni, nonché ai ritardi e ai cambi di programma. Li vivo proprio male, pur adattandomi forzatamente a questa nuova vita parallela. Non nego poi che in quanto essere umano tendo sempre al miglioramento di me stessa, tendo a quell’infinito che so di non poter mai raggiungere, ma a cui tanto aspiro per tenermi in cammino.

Vorrei proprio capire perché va tanto di moda la “madre imperfetta”, perché abbiamo così tanto bisogno di ricordarci che il mestiere dei genitori è qualcosa di completamente incerto ed, in quanto tale, non del tutto rassicurante. Mi spiego meglio, che non ci siano formule magiche nell’accudimento dei figli è un dato di fatto, ma perché siamo portati a metterlo in evidenza? Anche la Medicina non è una scienza esatta eppure non ce lo diciamo troppo spesso.

In ambiente “genitorialità”, tutto sembra essere il contrario di tutto e sicuramente il contrario della matematica, nessuna certezza di percorso. Se 2+2=4, non è detto che facendo A con un figlio esca per forza B, potrebbe uscire una combinazione equivalente all’alfabeto completo. Poveri noi! 50 anni fa, a nessuna madre saltava in mente di parlare di imperfezione materna: una buona madre era colei che stava a casa, che accudiva i figli mandandoli a scuola puliti, ordinati e rendendoli fortemente adattati alle regole sociali, attraverso metodi condivisi (in genere si trattava di due sganassoni)… non c’era da sbagliare, bastava attenersi a alcuni assiomi basilari (una mia amica ricorda un vecchio proverbio “Mazza panella fanno ‘e figlie bell; panella senza mazza fanno ‘e figlie pazze”). Se la famiglia era reputata una “Famiglia per bene” e il figlio risultava uno scapestrato, la colpa era delle cattive compagnie, non dei genitori…Beati loro! Non beati per i loro metodi educativi, che assolutamente non condivido, figlia di un tempo storico ben diverso, ma beati perché avevano una guida, l’illusione di una certezza anche se certezza non era nemmeno allora.

Adesso la colpa è sempre la nostra, la responsabilità di ogni miliardesimo percorso possibile dei nostri figli è dovuto ad un nostro comportamento “Y” che si combina con la sua “X” personalità. Che macigno è questo??? È dura da sopportare l’idea che qualsiasi cosa facciamo non abbiamo la certezza assoluta di un buon risultato! Ecco però che una parolina magica può aiutarci ad alleggerire il fardello, eccola che si insinua nei nostri dialoghi mammeschi, quando cerchiamo di rassicurarci a vicenda sui nostri comportamenti umani, esce come alibi davanti ad un interrogazione inquisitoria dei nostri stessi sensi di colpa: “Imperfezione”.

Se a me brucia tanto, mi chiedo che cosa significhi per le altre mamme vivere costantemente con il ricordo che qualsiasi cosa tu faccia, dovrai rassegnarti all’idea che non sarà mai abbastanza per i tuoi figli perché l’errore è sempre in agguato.

A ben riflettere, mi viene in mente che diversa dalla rassegnazione, è l’accettazione di sé stesse, con i propri limiti, errori, risorse e punti di forza. Rassegnarsi all’idea di essere una madre imperfetta non significa accettarsi, mentre accettarsi significa accogliere le proprie imperfezioni, coccolarle, prendersene cura. Se così stanno le cose, devo ammettere che ho ancora un bel po’ di strada da fare: che io abbia dei limiti è cosa risaputa ai miei stessi neuroni, ma che per me siano dei limiti tutti accettabili allo stesso modo, no. Posso sopportare l’idea di avere in giro per casa di tutto e di più, ma non sopporto l’idea di arrivare tardi come ormai d’abitudine; posso lasciar correre un compleanno saltato, ma non l’ennesima dimenticanza; posso accettare di dover scrivere la lista delle cose da fare, ma non di perderla in un nanosecondo. Due sono le cose: o riprendo la mia psicoterapia oppure non mi resta che ripetere tutte le mattine un nuovo mantra: “sono felice di essere una madre imperfetta, sono felice di essere una madre imperfetta, sono felice di essere…ehmmmm! Ohmmmmm!”.

Voi vi siete rassegnate o avete accettato l’idea della “madre imperfetta”? Che cosa sopportate delle vostre imperfezioni e che cosa vi fa “partire l’embolo”?

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