Inserimento: parola d’ordine “fiducia”

29 Set
le quattro stagioni - particolare

Primavera – Particolare delle Quattro Stagioni – Sara Bachmann

Il mese di Settembre è giunto ormai a termine e devo ammettere che rappresenta il mese dei riadattamenti per eccellenza e non solo per le vacanze ormai lontane.

Abbiamo iniziato a lavorare già da un mese e parte degli inserimenti è stata portata a termine, mentre un’altra porzione ha ancora un pezzo di percorso da fare. È un periodo molto delicato ed impegnativo, sia per i cuccioli, sia per i genitori, perché anche solo l’iniziale della parola INSERIMENTO ci mette tutti sull’attenti!

Stiamo allerta perché non sappiamo quanto dura in termini concreti (da una settimana a…?), perché ci chiediamo come reagirà il bambino, perché dobbiamo programmare una serie di incastri fruibili tra mamma, papà ed eventualmente nonni e baby-sitter, perché dobbiamo prendere delle ferie o dei permessi da lavoro e non sempre è possibile, perché alle volte non siamo pronti al distacco e dobbiamo prepararci noi ancor prima dei cuccioli, perché ne sentiamo mille e cento sulle reazioni dei bambini (chi piange per ore, chi vomita, chi non mangia, chi non dorme, chi si tira i capelli, chi non gioca con gli altri bambini, chi spinge, chi morde, chi diventa intrattabile), perché tendiamo a non ascoltare chi ci racconta che il proprio bambino è contento di andare all’asilo, che si trova bene con le sue maestre e che alle volte non vuole tornare a casa perché si diverte con i compagnetti, perché il processo di “separazione” sembra essere qualcosa di assolutamente doloroso e non naturale quale invece è.

È veramente possibile che l’inserimento sia effettivamente qualcosa di così traumatico e stressante nella vita dei nostri bambini e di noi genitori? Che cosa significa poi inserimento o ambientamento?

Significa introdurre, far accogliere, portare dentro, quindi l’accezione mi sembra non avere niente di negativo. Nello specifico si tratta di un lasso di tempo entro il quale i cuccioli si abituano ad un cambiamento graduale e rispettoso. Ciò che è veritiero è che un bambino ha bisogno di tempo per sentirsi a proprio agio in un ambiente nuovo, familiarizzarci, sentirsi libero di muoversi senza pericoli presunti, per conoscere gli spazi e i tempi, esplorare giochi ed oggetti nuovi. Ha bisogno di tempo per adattarsi ad una situazione senza un familiare al suo fianco, genitori o nonni. Ha bisogno di tempo per metabolizzare una scelta che non è la sua.

Di tempo ne ha bisogno soprattutto il genitore, per capire che cosa farà suo figlio in sua assenza, per fare i conti con i propri sensi di colpa, per accettare il fatto che portare un bambino all’asilo non è “abbandonarlo a sé stesso”, tempo per realizzare che non tutto si può controllare e che i nostri figli sono esseri separati da noi, con un loro temperamento personale e un modo del tutto originale di muoversi nel mondo. Ciò che però necessita di un tempo maggiore è il FIDARSI, il processo per cui io ripongo fiducia nell’altro e mi AFFIDO a lui. In fondo in fondo, l’inserimento ruota fondamentalmente intorno alla questione fiducia.

Fiducia verso l’altro, se mi fido della struttura che ho scelto e mi fido delle maestre che ci lavorano, si instaura più facilmente un circolo virtuoso per cui il professionista si sente più libero di usare le proprie competenze e di lavorare con serenità, quindi meglio. Avvertire il controllo del genitore e la sua sfiducia, se pur comprensibile in alcuni momenti, può rendere il lavoro più complicato e meno fluido. Sfiducia non è altro che svalutare, ignorare delle informazioni per sostenere un quadro di riferimento preconcetto. Sfiducia nell’altro è non tener conto della sua professionalità, della sua esperienza e delle sue competenze.

Fiducia verso sé stessi, un punto fondamentale che spesso viene sottovalutato. Quanto mi sento competente come madre? Quanto mi sento in colpa per dover lasciare mio figlio? Quanto più la mia autostima e stima di sé è bassa, tanto più trasmetto segnali di fumo al bambino. Se penso che lasciarlo al nido sia un abbandono, il bambino percepirà una situazione di pericolo che lo espone ad un certo livello di ansia. Quanto più sono certa della scelta che ho fatto e credo sia una scelta giusta, tanto più predisporrò mio figlio ad una situazione piacevole e di gioco. Se ho paura di procurargli traumi, di sottoporlo ad uno stress intollerabile, di perdere soprattutto il suo amore, creo un’area cieca in cui il bambino tenderà ad annidarsi nei momenti di difficoltà entrando in un loop da cui farà fatica ad uscire.

Fiducia verso il proprio bambino, perché ancora prima di rappresentare un atto educativo, dare fiducia al proprio bambino è un vero e proprio dono d’amore che ha bisogno di rispetto, di conoscenza e di accettazione della sua diversità. La fiducia verso i propri bambini, la certezza che abbiano gli strumenti giusti per fronteggiare alcune situazioni, che abbiano risorse e siano capaci è un sostegno amorevole che li accompagnerà nella vita. I bambini percepiscono sé stessi in base a ciò che gli viene rimandato di loro da mamma e papà, per cui se mamma e papà sono convinti che lui sia capace di ambientarsi in un nuovo contesto e di divertirsi insieme a persone che non siano familiari, il bambino si sentirà più competente nell’affrontare una situazione nuova. I bambini, inoltre,  imparano a darsi il sostegno che hanno sperimentato con le persone che li hanno sostenuti. La capacità delle persone di darsi un valore si lega alle rappresentazioni positive che hanno interiorizzato nelle relazioni con gli altri (se il bambino, nella relazione con i genitore, ha vissuto situazioni in cui si è sentito apprezzato per quello che è e per quello che fa, più facilmente si sentirà degno di amore e competente nell’affrontare situazioni anche problematiche). L.S. Benjamin (2004) sostiene che nella persona, si attua un processo di identificazione per cui tende ad incorporare nel concetto di sé le qualità e i modi di rispondere delle persone affettivamente importanti, così che in seguito, il soggetto tratta sé stesso così come è stato trattato dalle figure di attaccamento. Es. se tratto mio figlio come persona incapace e incompetente, intromettendomi continuamente nelle sue azioni per sostituirmi a lui, da adulto avrà imparato a trattare sé stesso come privo di risorse, insicuro e bisognoso di aiuto continuo.

Alla fine dei conti, in un momento di particolare stress da cambiamento, che cosa c’è poi di più “alleggerente” del fidarsi-affidarsi, ognuno nel rispetto dei tempi personali? Non è facile, lo so, eppure i bambini ce lo insegnano giorno per giorno, ancora una volta potremmo imparare tanto da loro, farci svelare il segreto per cui riescono a fidarsi ciecamente di noi genitori, la formula magica per cui si affidano a noi senza remore, né sovrastrutture, il meccanismo attraverso il quale si lasciano guidare dall’intuizione per porgere le braccia ad un altro da sé. Infine, se ci vuole tempo per fidarsi, una cosa immediata la possiamo fare da subito: impariamo a farci delle domande personali prima di attribuire ai bambini emozioni che non appartengono loro, così  prima di affermare “il bambino non è pronto per l’inserimento”, chiediamoci “Noi siamo pronti per fidarci-affidarci?”.

Accenni bibliografici

Bagdadi M.P., Dizionario affettivo, Giunti, Firenze, 2011.

Benjamin L.S., La terapia ricostruttiva interpersonale. Promuovere il cambiamento in coloro che non reagiscono, LAS, Roma, 2004.

Scilligo P., Analisi Transazionale socio-cognitiva, LAS, Roma, 2009.

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6 Risposte to “Inserimento: parola d’ordine “fiducia””

  1. FedericaFFFederica ottobre 10, 2013 a 10:36 am #

    Post molto bello… affidarsi… che grande dono 🙂

    Dopo un mese di nido sono arrivate le prime “problematiche da affrontare”… in particolare l’interazione “aggressiva” tra bambini. Per ora spinte e graffi.
    Ho avuto un dialogo illuminante sull’argomento con le educatrici e noi tutti (genitori, bimbi, educatrici) siamo coinvolti in un lavoro di ascolto, accogliena, interpretazione e guida che non è facile ma comunque formativo.

    Mi piacerebbe sapere cosa ne pensi… potrebbe essere un bello spunto per un post 🙂

    • unamammapsicoterapeuta ottobre 10, 2013 a 7:05 pm #

      Federica grazie per il tuo feedback. Rispetto alle modalità relazionali tra bambini 1-3 anni, c’è veramente tanto da dire. Che cosa ti piacerebbe esplorare nello specifico?

      • FedericaFFFederica ottobre 11, 2013 a 6:37 am #

        Immagino l’argomento sia davvero molto vasto. Ti posso dire quello che è successo a me e che leggendo un po’ sul web ho trovato moooolto comune.

        Mio figlio è tornato ripetutamente dall’asilo con dei graffi sul viso. Le prime volte abbiamo lasciato correre. Poi abbiamo cercato di capire meglio cosa stava succedendo. Una bimba, più grande di lui, la attira molto (sa fare tante cose, parla ecc) e lui si avvicina spesso a lei cercando il contatto con spinte, vorrebbe pettinargli i capelli lunghi che ha. Lei non gradisce e reagisce con graffi.

        Allora io mi sono chiesta in queste situazioni se forse quella socializzazione di cui si parla tanto e che inizia dopo i tre anni non sia il motivo di questa “difficoltà” di comunicare tra i due bambini.
        Certo gli adulti (genitori ed educatori) sono chiamati al loro ruolo di interpretare, verbalizzare, contenere ecc…
        ma non è forse questo un segno che il nido “forza” una socializzazione che è di per sè prematura?

        E da qui il capire meglio le modalità di relazione…

        L’educatrice che dirige il nido (molto competente) mi ha spiegato concetti come quello per cui il bambino di quell’età sia “egocentrico”… oppure l’idea di vedere che le sue azioni “creano” effetti ad es. quando bambini fanno piangere altri bambini e stanno lì a guardarli perchè sono stati loro a fare quello. E lei mi diceva che fanno lavori proprio sulla “traccia”… vale a dire lasciare il segno in altri modi (con zucchero ad es. su cartoncino nero)… insomma, nel gioco che fanno cercano di convogliare certe energie in modo più positivo… Tutto mooooolto affascinante…

        Ci sono testi “divulgativi” su questi argomenti? consigli?
        Ormai sei uno dei miei più importanti punti di riferimento 😉

        Ah…. scusa se sono stata davvero “logorroica” ma è difficile trovare qualcuno con cui confrontarsi su queste cose 🙂

  2. unamammapsicoterapeuta ottobre 14, 2013 a 8:19 pm #

    Federica è molto interessante ciò che scrivi sul “lasciare traccia”, che io ho sempre chiamato “osservare l’effetto che la propria azione produce”. Io continuo a sostenere che il conflitto è relazione, per i bambini e per gli adulti ed è una componente essenziale della vita perché attraverso la sua risoluzione si può arrivare ad una negoziazione. Negarlo sarebbe come negare l’esistenza del polo “negativo” a fianco a quello “positivo”. nei bambini più piccoli, la comunicazione si esprime su un piano fisico, solo in seguito arriva la verbalizzazione e la capacità di trovare soluzioni cooperative. Sulla socializzazione, dipende che cosa si intende. Per me, l’essere umano nasce con la capacità di socializzare, di entrare in relazione con l’altro (usa il pianto ed in seguito il sorriso), cambiano le modalità che con il tempo diventano sempre più raffinate, evolute e adattate alle richieste della società. Paradossalmente, i bambini che cercano di più la relazione, sono anche quelli che “le prendono di più o le danno di più”. Ti faccio due esempi pratici: un bambino che vuole abbracciare un altro, lo fa in maniera maldestra e ne esce fuori uno spintone piuttosto che un gesto carino, quale era nelle sue intenzioni oppure una bambina si avvicina al gruppo dei bambini più grandi che giocano tra loro e viene respinta oppure un bambino che dà i morsi per “assaggiare” i compagnetti.
    Purtroppo non so indicarti nessun libro, a parte qualche memoria freudiana sulla fase orale, ma sul tema preferisco parlare per esperienza.
    Che cosa ne pensi?
    Un abbraccio
    Giusy

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