Appartenere ad un corpo

7 Giu

la principessa indiana con il suo amico elefantino

Devo ammettere che per me isolana, trapiantata nella capitale, la parola APPARTENERE risuona dentro come un tamburo battente, riportandomi alle origini, alle mie origini e a quelle di mia figlia.

L’essere umano è per natura un essere relazionale e fin dal primo millesimo di secondo in cui si origina la sua prima cellula, appartiene imprescindibilmente a qualcosa. Appartiene ad un corpo che lo custodirà e lo proteggerà da ogni pericolo, che lo nutrirà per farlo crescere e diventare grande, che lo cullerà nel movimento quotidiano, che lo accompagnerà fino all’uscita, fino al momento in cui non sarà più materialmente parte di quel corpo. Dal momento in cui non abiterà più nel ventre materno, inizierà la ricerca di  qualcosa che ricordi una “casa-utero” eccezionalmente adattata alle sue esigenze e che offra le stesse risposte ai suoi impulsi di VITA. Il neonato, il bambino, l’adolescente, l’adulto, l’anziano ricercheranno in varie forme lo stesso calore, la stessa rassicurazione, lo stesso nutrimento di quel corpo. È una ricerca che dura per la vita, con forme diverse e talvolta mascherate.

Il bisogno di appartenenza è innato in ogni uomo, alla stregua dello stesso ESISTERE. Come l’Analisi Transazionale ci ricorda, il primo e più importante permesso necessario al bambino è quello di esistere e di appartenere al mondo. Appartenere ad una famiglia, al gruppo dei pari, alla classe, al gruppo di canto, di ballo, di basket, di danza, di pittura, al gruppo di facebook, alla categoria delle mamme blogger, appartenere ad una città, ad una nazione, al mondo intero. Il tentativo è sempre quello di ripristinare quella sicurezza atavica che il corpo materno conferiva incondizionatamente.

Appartenere è un diritto: avere una famiglia, una cittadinanza, una casa.

Prendere parte a qualcosa serve a non sentirci soli e cerchiamo dei modi creativi, talvolta azzardati, per evitare la solitudine. In adolescenza, la ricerca del gruppo dei pari diventa base integrante per la costruzione della propria identità ed è una necessità talmente pressante da spingersi, talvolta, in rituali pericolosi, pur di dare risposta quella fame di riconoscimento che solo l’appartenenza può soddisfare.

Appartenere è un concetto evolutivo, denso, ricco di amore, presuppone una relazione con “l’altro”. Prendo parte ad un insieme e ne sono elemento fondamentale, partecipante attivo con le mie responsabilità e consapevolezze, proprio perché contribuisco a renderlo “insieme”.

Appartenere per me non significa “possedere”, come tentativo di rendere reificato nell’essere umano, qualcosa che attiene solo al mondo degli oggetti inanimati: considerare di proprio dominio un’altra persona “Appartiene a me” è quanto di più involutivo possa esserci, ben lontano dalla sostanza del prendere parte.

I miei figli hanno fatto parte di me, poi della mia famiglia, ma anche della loro classe, poi del gruppo di amici, del gruppo dello sport, di quello dei colleghi di lavoro, del loro universo, parte della loro VITA.

Se un genitore crede che il figlio gli appartenga, il pericolo è quello di considerarsi in simbiosi, trascurando veri bisogni ed in seguito desideri, emozioni, pensieri che sono propri di una persona che non corrisponde realmente ad una parte del nostro corpo. È difficile pensare che i nostri figli non ci appartengano, ma credo che il più grande traguardo che un genitore possa sperare di raggiungere sia quello di appartenere, invece, alla vita dei propri figli.

Riferimenti bibliografici

Woollams S. – M. Brown, Analisi Transazionale, Cittadella, Assisi, 1985.

Civita A., Il bullismo come fenomeno sociale. Uno studio tra devianza e disagio minorile, Milano, Franco Angeli, 2006.

 

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