Alla ricerca di radici

19 Apr

Sinindara e Zinzandara nella foresta di rame e argento
Mi sorprendo spesso a guardare mia figlia e a chiedermi a chi somiglia. Ben consapevole della sua individualità e unicità, cerco somiglianze che la colleghino alla mia famiglia, faccio domande a mio marito sulla sua infanzia, sui suoi parenti, per cercare connessioni anche lì. Ho quasi paura di lasciarla senza collegamenti, senza sinapsi che la ricongiungano nel grande “cervello” della famiglia trigenerazionale. Una ricerca di radici piantate nella mia granitica isola, in mezzo alle piccanti piante di peperoncini del nonno, nel silenzio delle montagne umbre, nella vita frenetica della capitale. Sono radici che si diramano in un albero genealogico che tocca varie parti d’Italia. È questa la storia che consegniamo a lei ed è da qui che la aiuteremo a costruire il suo volo. Nella ricerca di somiglianze, c’è il desiderio di trovare una cornice di riferimento entro la quale inquadrare nostro figlio per donargli la storia dei nostri predecessori. Quando la ricerca di somiglianze o differenze diventa l’unico modo per caratterizzare i nostri figli, il rischio è quello di forzare un’etichetta per farla corrispondere alla nostra cultura familiare. È così che doniamo miti familiari anziché identità personali, catene anziché ali.

Partire dalla nostra storia può essere un buon modo per poi riflettere su come ci comportiamo con i nostri figli, nel consegnargli la patente per volare lontano. Come sentiamo le nostre radici? Come ci siamo separati/individuati rispetto alla nostra famiglia d’origine (in particolare adesso che siamo mamme e papà)?

La storia delle generazioni precedenti ci arriva direttamente ed indirettamente attraverso i racconti dei nostri genitori, che trasmettono significati per mezzo di ricordi, abitudini familiari, modalità relazionali nella famiglia e fuori di essa. Per questo motivo esiste una continuità dei modelli relazionali di ieri e di oggi.

L’insieme dei significati condivisi e trasmessi costituiscono l’identità culturale della famiglia. Essa si esplicita in un sistema di valori che si modella di generazione in generazione. L’identità culturale familiare riguarda comportamenti ed aspettative che si riferiscono ai ruoli (ci indicano come si fa la mamma, come si fa il padre, il figlio, il nonno, ecc…) e alle modalità di fronteggiamento di alcuni eventi importanti come le separazioni, le nascite, i matrimoni, i lutti (“in tale situazione ci si comporta in questo modo”). Questo significa che il modello di famiglia a cui ci si ispira viene costruito attraverso la condivisione di un’immagine idealizzata che è il MITO FAMILIARE (es. il mito della mamma che deve dedicarsi in tutto e per tutto ai propri figli, non avere spazi per sé, occuparsi del marito e della casa oppure il padre che lavora e sta fuori casa tutto il giorno). Il mito familiare crea coesione nella famiglia (tutti fanno così) e ne garantisce l’integrità (ognuno ha il suo ruolo ben definito); inoltre, fa da collante tra le varie generazioni in quanto si trasmettono modalità di comportamento, valori, ruoli e funzioni.

La mitologia familiare è spesso difficile da rintracciare perché viene vissuta in un contesto privato, quale è la famiglia, inoltre si trasmette attraverso una ripetitività che spesso passa per canali non verbali (es. vedere la madre che si dà da fare in tutti i modi in casa, non frequentare amiche, preparare il vestiario del papà tutte le mattine). A differenza dei miti epici, i miti familiari sono molto concreti e il legame con la realtà è forte e questo li rende ancora più pregnanti per i figli che osservano.

Nella formazione del mito vengono esaltati nel tempo alcuni aspetti di una storia o di un evento, mentre alcune informazioni vengono tagliate fuori (tutte quelle che non confermano il mito stesso). L’esaltazione di alcuni particolari serve a trasmettere un messaggio più forte (per es. raccontare della nonna che non si è MAI lamentata di tutte le sue fatiche, che aveva SEMPRE il sorriso mentre si occupava della sua famiglia composta da dieci persone, che aveva una soluzione pronta per TUTTE le situazioni che si presentavano in casa; invece non si racconta del fatto che la figlia più grande facesse gran parte delle faccende domestiche oppure del fatto che venisse aiutata dalle sorelle nella cura dei bambini). Tale processo di scelta delle informazioni è collettivo e porta alla cristallizzazione di alcune idee rispetto a personaggi o eventi (si fa la mamma solo in quel modo).

I valori trasmessi attraverso il mito possono essere sposati a pieno da tutta la famiglia (quindi per fare la mamma ci si deve abnegare in tutti i modi) oppure contrapposti (per fare la mamma bisogna occuparsi solo di sé stesse). Attraverso il mito si costruisce quindi la trama della propria storia, il proprio copione di vita, all’interno di un copione familiare che riguarda più generazioni.  Tale copione è costellato di messaggi ingiuntivi (es. il mito di un padre che ha dovuto rinunciare agli studi per accudire la sua famiglia può trasmettere indirettamente kil messaggio “Non farcela nella vita”) e di spinte dirette sul come essere (es. la mamma che non si lascia mai vedere stanca può veicolare la controingiunzione “sii forte”).

Il mito familiare, di norma, si colloca all’interno di una rete di relazioni che si evolvono con il passare del tempo, quindi si adatta con nuove connessioni o divergenze rispetto al pensiero originario. In questa sua flessibilità, la famiglia si evolve, portando con se un’identità che si tramanda di generazione in generazione, adattandosi al tempo storico in cui si colloca.

La condivisione del mito offre una rassicurante sensazione di “essere parte” di un gruppo, rispondendo al bisogno di appartenenza dell’essere umano, ma offre anche l’occasione per affermare la volontà di staccarsi da esso. Si ripropone quindi il conflitto tra appartenenza e separazione (rispetto alla famiglia), tra far parte della famiglia d’origine e sentirsi persona separata da essa con una propria personalità. In questo senso, i miti familiari possono aiutare il processo si separazione e individuazione, ma anche ostacolarlo.

Da che cosa dipende? Dipende da quanto il mito viene considerato quale unico modello da seguire o unica modalità relazionare da utilizzare. Es. se sono una madre che lavora, non posso realisticamente seguire alla perfezione figli, casa, marito come facevano mia nonna e mia madre. Ho due possibilità: scegliere di essere una donna diversa ed accettare di poter fare solo la metà delle cose che facevano loro oppure darmi addosso per non riuscire ad essere come loro, mantenendolo come unico modello di riferimento.

L’elaborazione del mito familiare diventa così essenziale per l’equilibrio. Che cosa significa? Vuol dire avere la capacità di accettare il mito ed integrare le parti che vanno in linea con la ricerca di una propria identità autonoma (posso accettare di essere affettuosa e disponibile come era mia nonna) e, allo stesso tempo, prenderne le distanze come modello predefinito di comportamento che non lascia spazio a flessibilità (possono non accettare il come veniva svolto il ruolo di madre perché ormai anacronistico rispetto a questo momento storico).

Potrebbe essere utile, per ogni genitore, rintracciare i propri miti familiari e analizzare il percorso personale rispetto ad essi. Posso rendermi conto che come madre lavoratrice mi sento tremendamente in colpa a lasciare mio figlio all’asilo nido perché in famiglia vige il mito della mamma onnipresente oppure come padre posso ritrovarmi a litigare con la mia compagna/moglie per le sue richieste di aiuto in casa che declino perché figlio di un padre che lavorava e basta.

Mi sono limitata a fare esempi di miti molto comuni e ancora molto presenti nelle nostre famiglie, in una fase di passaggio tra ieri e oggi che contempla una rivoluzione totale nell’essere padre e madre, ma in realtà i miti familiari sono molteplici e possono riguardare uno zio (es. che si godeva la vita e sperperava tutti i soldi che aveva in oggetti di lusso), un parente lontano (es. che fece la fortuna andando in America), una sorella della nonna (es. con un estro artistico particolare), un figlio (per ogni fratello nasce una primogenita identica al papà).

Perché è importante capire se ho elaborato o meno i miti familiari? Perché è la storia che consegniamo ai nostri figli, perché sono le radici che gli regaliamo per costruire il loro futuro. Quanto più si tratta di radici rigide e cristallizzate, tanto più la loro personalità non avrà modo di sbocciare ed esprimersi; al contrario, donargli radici flessibili equivarrà a donargli libertà.

Che cosa vi fa venire in mente questo post? Quali miti avete rintracciato nella vostra famiglia?

Riferimenti bibliografici

Andolfi M., Manuale di Psicologia relazionale. La dimensione familiare, Accademia di Psicoterapia della Famiglia, Roma, 2006.

Andolfi M.-C. Angelo, Tempo e mito nella psicoterapia familiare, Bollati Boringhieri, Torino, 1987.

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2 Risposte to “Alla ricerca di radici”

  1. Mildread Pierce aka Breaking Red aprile 27, 2015 a 12:49 pm #

    Cara mamma psicoterapeuta, sono qui perché dopodomani avro’ un’esame di Psicologia relazione e una domanda sará certamente sul mito familiare. Io non ne ho tanti, e quasi tutti legati ai miei nonni e ai loro fratelli. Aneddoti seri ma anche divertenti (come lo zio che annuiva distratto durante una conversazione e alla domanda “Ma si scém?”, sempre distratto, rispose positivamente). Il mito esalta la storia di una famiglia, la rappresenta e la preserva. Ma ci fa anche ridere e ci rende nostalgici di anni mai vissuti. Il mito é un tesoro da preservare.
    Grazie a lei adesso mi é tutto più chiaro… Sperando vada bene 🙂

    Una sua futura collega

    • unamammapsicoterapeuta aprile 27, 2015 a 2:26 pm #

      Cara futura collega, la ringrazio per il feedback e per la simpatia 😀
      Un grosso “Buona Fortuna” per il suo esame e la sua futura carriera.

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