Il senso della libertà

2 Mar

Particolare di Florinda GloriosaNel parlare di “insegnare l’educazione” ai propri figli, viene spesso in mente una modalità pedagogica ormai superata, dove l’autorità dell’adulto veniva utilizzata per indirizzare il proprio figlio nella direzione desiderata. Veniva completamente trascurato il mondo emotivo del bambino e le peculiarità tipiche in quanto individuo a sé stante, portatore di diritti, con un bagaglio personale di predisposizioni ed attitudini da sviluppare. In contrapposizione all’autoritarismo, ha preso piede un “lasciar fare”, un dare libertà al bambino, senza confini, nella convinzione di aiutarlo ad esprimere interamente il proprio potenziale innato. In questa direzione, viene trascurata l’importanza dei limiti, il significato vero di libertà quale possibilità di scelta tra alternative, che presuppone di per sé una rinuncia a qualcosa (“Puoi fare questo… e quello…, che cosa scegli?”, ben diverso dal “Puoi fare tutto quello che vuoi” che non contempla quindi una scelta).

A rileggere l’ultimo articolo che ho postato (“Una settimana da febbre”), mi sono detta che lascio che la cucciola si muova in casa con parecchia libertà. Mi sono posta diverse volte la domanda sul come gestire i divieti e i permessi e devo ammettere che mi colgo abbastanza impreparata nella pratica. Nella teoria, il presupposto da cui parto è che i bambini vanno lasciati liberi di esplorare tutto ciò che li circonda, dandogli il contenimento necessario affinché non si sentano “persi” in assenza di punti di riferimento essenziali. Ciò che dà contenimento sono certamente delle regole, poche e significative, nonché protettive. Ma che senso ha per me dare libertà? Che cosa significa libertà in educazione?

Nel tentativo di collocarmi in una via di mezzo tra autoritarismo e permessivismo, a cavallo con uno stile educativo autorevole, dare libertà a mia figlia significa lasciarla libera di esprimere sé stessa, i propri stati emotivi di fronte alle varie situazioni, libera di muoversi all’interno del suo spazio vitale, spazio comunque da me deciso. In questa sua libertà, non mancano quelle sane limitazioni che per protezione dai rischi io realmente le impongo. Mi piace chiamarli “NO ESISTENZIALI”, come diceva Pio Scilligo, quelli che ti salvano, che ti aiutano a capire il pericolo, ti indirizzano suggerendoti una strada da seguire. Nella relazione con l’altro, concedo quindi libertà partendo da una posizione di AMORE e di cura.

In generale, perché in qualità di genitore, do libertà a mio figlio? Le motivazioni possono essere diverse. Proviamo a soffermarci su alcune:

  • Do libertà per gestire la mia ansia. Se prima di diventare genitore non ho chiara la mia identità, quindi chi sono Io, quali sono i miei obiettivi nella vita e come li voglio raggiungere, posso riproporre la mia insicurezza con mio figlio. Non sapendo che direzione prendere, per non affrontare la complessità della relazione educativa, preferisco lasciar fare al bambino attribuendo a lui la responsabilità della direzione. In questo modo, privo mio figlio della possibilità di scegliere, quindi della libertà vera e propria, in quanto non gli do dei punti di riferimento saldi ed espliciti.
  • Do libertà perché ci credo. Il genitore che arriva a fare questa affermazione avrà sicuramente fatto un percorso, anche faticoso, per arrivare a vivere sulla propria pelle che cosa significhi darsi la possibilità di scegliere e quindi di essere libero. Poiché il nostro concetto di libertà si inserisce in un percorso vissuto, è importante credere nella libertà di nostro figlio, inserendola in un progetto delineato da valori, convinzioni, obiettivi del bambino che gli permettono di esperire e capire l’efficacia delle proprie azioni.
  • Do libertà perché ti voglio bene. È importante non confondere il concedere o limitare alcune cose (es. mangiare dei dolci o guardare la TV) con il voler bene, quindi il “ti voglio bene” non corrisponde al lasciar fare tutto quello che il bambino vuole fare. Per rendere attuabili le sue potenzialità, è necessario essere presenti da un punto di vista educativo, aiutando il bambino a crescere rispettando sé stesso, gli altri e il mondo che lo circonda. Per questo motivo, da parte dei genitori diventa centrale saper dire NO e sapere quando dire SI. Questa capacità aiuterà il bambino, una volta consapevole e capace di guardarsi dall’esterno e riflettere sulle proprie azioni (metariflessione), a monitorarsi, valutarsi e correggersi in relazione alle proprie azioni. Spesso dire Si al bambino diventa la strada più facile quando non si sa come agire in una situazione di difficoltà (es. di fronte ad un capriccio), senza renderci conto che alla fine è il bambino che ne fa le spese. Di fronte ad un SI dato per incertezza, dobbiamo chiederci che cosa imparerà il bambino da quella data esperienza e se nel futuro potrà servirgli (es. il bambino mangia una caramella e ne vuole mangiare delle altre. La mamma e il papà dicono di no e il bambino fa i capricci, scalcia e piange buttandosi per terra. La mamma cede e gli dà un’altra caramella. Il bambino imparerà che se fa i capricci ottiene quello che vuole, imparerà che può mangiare tutte le caramelle che gli vanno e nel futuro potrà faticare a regolarsi circa l’eccesso di zuccheri). Per quanto nella coppia ci possa essere divergenza sui Si e i No da dare, è essenziale che il papà e la mamma sappiano che i limiti e le concessioni non sono direttamente collegate con l’amore che provano per il proprio bambino. Inoltre, il NO ha bisogno di una fermezza e di un carico affettivo particolarmente consistente, rispetto al dire sempre SI.
  • Do libertà perché non voglio fare come hanno fatto con me. Nel confrontarci con la genitorialità, il primo modello che ci viene in mente è quello che abbiamo sperimentato direttamente nella relazione con i nostri genitori. Del modello educativo vissuto in famiglia, ne possiamo riproporre i punti principali oppure fare esattamente il contrario. Quando ci impegniamo oltremodo a fare il contrario di quello che avevano fatto i nostri genitori con noi, stiamo proponendo qualcosa che ha a che fare con nostri aspetti personali, con la nostra emotività. Il dire Si o NO diventa strettamente correlato a vissuti irrisolti della nostra infanzia, quindi scollegati dalla realtà presente, dalla personalità di nostro figlio, dai suoi reali bisogni. Per questo diventa necessario staccarci da quella relazione in cui noi eravamo figli per permettere ai nostri figli di essere tali. La nostra sofferenza che si ripresenta nella relazione parentale va curata separatamente, contestualizzandola rispetto al periodo storico e alla storia personale familiare dei nostri genitori. Se per loro il modello autoritario era l’unico possibile per trasmetterci valori quali la costanza, la coerenza, l’autocontrollo, la correttezza, utilizzare un modello diverso non significa cancellare quei valori così significativi, ma insegnarli ai nostri figli in maniera diversa, con dolcezza ed autorevolezza.
  • Do libertà perché oggi va di moda. Può capitare che un genitore decida di lasciare che il figlio faccia determinate cose perché gli altri fanno così. Seguendo la massa, si perde di vista l’individualità e si rinuncia alla possibilità di scegliere coscienziosamente ciò che è meglio per noi. I cambiamenti della società attuale, così veloci e radicali, pongono i genitori di fronte a situazioni sconosciute e disorientanti, per cui si può incorrere nel pericolo di guardare ciò che fanno gli altri, senza darsi il tempo di capire e di decidere in seguito alla riflessione (es. regalo il cellulare a mio figlio di sei anni perché i suoi amichetti lo hanno già, senza considerare se effettivamente a mio figlio può servire). Diventa prioritario soffermarsi a riflettere sui messaggi inviati dai mass-media, sulle mode del momento, per dare un significato personale alle azioni che facciamo e quindi alle modalità educative che utilizziamo con in nostri figli.
  • Ti do libertà perché sei grande. Spesso concediamo libertà con la speranza che i figli sappiano fare qual salto di qualità che ci aspettiamo, senza considerare però la realtà effettiva del bambino. Porre nostro figlio di fronte a compiti più elevati rispetto alle effettive competenze può provocare sentimenti di frustrazione, impotenza che a lungo andare minano alla base la sua autostima. È perciò importante osservare la sua risposta alla libertà concessa, soffermandoci particolarmente sulle sue emozioni. Nel momento in cui pensiamo di dare libertà perché il bambino è grande, dovremmo tenere in considerazione alcuni aspetti imprescindibili: sappiamo che ce la può fare, il compito proposto è facile, abbiamo visto altre volte che è riuscito con successo, sappiamo che sa dire di no se non se la sente di affrontare il compito, sappiamo che non si adatta ciecamente alle nostre richieste, sappiamo che gli piace fare quella cosa, sappiamo che è passato ad un livello superiore nell’apprendimento di una data abilità, non ci confrontiamo con un modello di bambino idealizzato, abbiamo una vera stima di lui.
  • Ti do libertà perché l’ho data a tuo fratello. Spesso i genitori rincorrono l’illusione di comportarsi equamente con tutti i figli, adottando lo stesso atteggiamento e concedendo le stesse cose, a prescindere dall’età. Non è certamente protettivo ed efficace concedere la stessa libertà a fratelli di età diverse. Ci dobbiamo invece soffermare e riflettere sulla gestione della libertà di ciascun figlio, in quanto non c’è una regola che sia valida universalmente per tutti. Ad ogni figlio è giusto dare il proprio spazio e permettergli di fare un percorso personale di conquista della libertà, fino al raggiungimento della capacità di autoregolazione.
  • Ti do libertà perché al posto tuo io farei così in un certo modo. Tale motivazione alla libertà parte da un vizio di forma che dimentica la diversità tra persone. Diventa un modello autoreferenziale per cui concedo libertà a mio figlio perché io al posto suo farei determinate cose. La mia esperienza viene presa come riferimento assoluto, trascurando la personalità del bambino, le sue caratteristiche, il periodo storico, la condizione sociale, l’intervento di nuove agenzie educative. Porsi come modello da imitare, al di sopra di tutto e di tutti, diventa inoltre pericoloso per lo sviluppo del figlio. Un padre o una madre, per essere considerati dei veri e proprio modelli di apprendimento, devono risultare “umani”, toccabili ed avvicinabili. Il genitore troppo lontano dalla realtà (per come si pone) non favorisce l’introiezione di caratteristiche positive di cui sarebbe portatore, in quanto percepito come irraggiungibile, quindi inimitabile.
  • Ti do libertà anche se non la meriti. Spesso sentiamo questa affermazione (es. “Ti regalo questo giochino anche se non te lo meriti perché oggi non ti sei comportato bene!”). Che senso ha allora il premio? Se il bambino riceve un rinforzo anche senza merito, non ne imparerà mai il valore e quindi non lo apprezzerà. Anche il contrario non è auspicabile: il “Devi faticare per avere qualsiasi cosa” veicola il messaggio di una conquista della libertà a caro prezzo, alle volte troppo caro per valer la pena di affrontare la fatica. È invece essenziale che il bambino comprenda il concetto di libertà legandolo alle proprie esperienze di vita, quindi ricevere delle concessioni meritate a seguito di un percorso. Una volta capita la propria direzione, il bambino può scegliere e quindi capire il vero senso della  libertà conquistata passo dopo passo.

È vero che adesso si usa dare libertà, ma è anche vero che i valori che ci sono stati tramandati dalle vecchie generazioni rimangono dei pilastri intoccabili per la quotidianità della nostra famiglia. Perché do libertà a mia figlia? Perché ci credo, perché voglio il suo bene e voglio che lei impari a darsi direzione, proteggendosi dai pericoli.

E voi? In che stile genitoriale vi collocate (autoritario, permissivo, autorevole)? Perché concedete libertà ai vostri figli?

Come sempre, buona riflessione 😀

 

Riferimenti bibliografici

Brazelton T.B., Il tuo bambino e…la disciplina. Una guida autorevole per porre “limiti” a vostro figlio, Raffaello Cortina, Milano, 2003.

Crosera S.-L.D’Orsi, Sono piccolo non sono grande. Come far crescere un bambino senza bruciare le tappe, Armando, Roma, 2008.

Phillips A., I no che aiutano a crescere, Feltrinelli, Milano, 1999.

Scilligo P., Analisi Transazionale socio-cognitiva, LAS, Roma, 2009.

 

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