Io vorrei per te…

10 Feb

Qualche giorno fa è arrivata la sua prima caduta dal letto. Nonostante la mia riluttanza a portarla nel lettone per evitarmi l’ansia di stare all’erta affinché lei non vada a finire giù, ci ho provato. Avevo troppo sonno, così ho sperato che si riaddormentasse con me. Invece, era super carica e ha pensato bene di tuffarsi sul pavimento con un triplo salto carpiato, andando giù di fronte. Volevo afferrarla per le gambe, ma è sguisciata come un’anguilla. A quel punto mi sono proprio svegliata e non c’era più bisogno di caffè. Mi sono assicurata che non si fosse fatta veramente male, oltre il bernoccolino da unicorno colorato sui toni del rosso-violetto. Che tenerezza in quel suo pianto sommesso, mi trafiggeva l’anima pensare che provasse dolore e io non ero riuscita ad evitarglielo, anzi me ne sentivo causa. Ho fatto i conti con la pretesa inverosimile che questo non sarebbe mai accaduto a noi, con la convinzione irrealistica di poterla proteggere da qualsiasi pericolo, dispiacere, paura, preoccupazione, da ogni probabile ansia o turbamento, con la fantasia di metterla dentro una campana di vetro per preservarla da qualsiasi cosa possa destabilizzarla, con quel desiderio mammesco di vederla sempre felice e soddisfatta. La vita, in quanto vita, è proprio un’altra cosa, con i suoi alti e bassi, gioie e dolori, soddisfazioni e frustrazioni e per insegnare la vita a mia figlia, non posso fare altro che accompagnarla anche in ciò che vorrei evitare, offrirle degli strumenti per affrontare a gestire proprio le difficoltà, il buio.

Come genitori dobbiamo spesso fare i conti con i nostri desideri rispetto alle possibilità future dei nostri figli, perché nel tentativo di tutelarli e proteggerli, spesso li aiutiamo a rendersi sforniti di risorse per affrontare i momenti critici.

Che cosa desideriamo per i nostri figli, di oggi e di domani? Nel testo di F. Battiato “La cura”, si esprime in pieno tale concetto, con una poesia come poche:

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie, 
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via.
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore,
dalle ossessioni delle tue manie.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce
per non farti invecchiare.
E guarirai da tutte le malattie,
perché sei un essere speciale,
ed io, avrò cura di te.
Vagavo per i campi del Tennessee
(come vi ero arrivato, chissà).
Non hai fiori bianchi per me?
Più veloci di aquile i miei sogni
attraversano il mare.
Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza.
Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza.
I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi,
la bonaccia d’agosto non calmerà i nostri sensi.
Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto.
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce per non farti invecchiare.
TI salverò da ogni malinconia,
perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te…
io sì, che avrò cura di te”

Quale genitore non si ritrova nella profondità ed estrema tenerezza di queste parole?

Nel tentativo di rendere il tutto più concreto, voglio soffermarmi su uno spunto interessante offerto da Crosera e D’Orsi (2008). Un genitore potrebbe desiderare che il proprio figlio:

  • Abbia un futuro diverso dal proprio. Nella speranza che il proprio figlio abbia maggiori possibilità nella vita, rispetto a quante ne abbiamo avute noi, incorriamo nel rischio di accelerargli i tempi, togliendogli gli spazi per il gioco, per indirizzarlo verso apprendimenti che vanno sempre oltre. In questo modo perseguiamo l’illusione che insegnargli presto qualsiasi cosa sul mondo, gli permetta di sapersela cavare da solo e di cogliere ogni occasione si presenti. Così facendo, ci dimentichiamo che i figli sono “altro da noi” e che hanno un loro originale e peculiare potenziale che andrà sviluppato secondo i tempi consoni alla fase evolutiva. Il nostro compito è quello di offrire un importante contenimento, nell’accoglienza incondizionata di quelle che sono le loro risorse personali. Altra insidia nel tentativo di garantire un futuro diverso dal nostro, è quello di dedicare un’attenzione, spesso morbosa, alle prestazioni intellettuali di nostro figlio, sottovalutandone l’imprescindibile aspetto somatico ed emotivo. In poche parole, ci dimentichiamo che fin dalla nascita, le esperienze passano per il corpo. Attraverso i cinque sensi, i bambini imparano a conoscere il mondo nella sua realtà. Inoltre, proprio dagli stimoli che il corpo trae nell’esperire, la mente trova il suo nutrimento (per esempio, un genitore potrebbe preferire che il proprio bambino sappia contare fino a 20, all’età di due anni, piuttosto che lasciarlo giocare a fare i travasi con la pasta, attività che gli permetterebbe di sviluppare le abilità logico-matematiche in termini esperienziali). È importante ricordarci che il futuro dei nostri figli appartiene solo a loro e che noi possiamo solo accompagnarli in questo percorso di costruzione graduale della loro realtà, rispettandone i tempi, i bisogni, le impasse, il temperamento e le inclinazioni.
  • Faccia tutte le esperienze possibili. È giusto che il bambino faccia esperienza del mondo ed è giusto che tale esperienza avvenga nel rispetto dei tempi evolutivi e delle predisposizioni. Perché impari da ciò che vive, è necessario che dimostri interesse e curiosità nel fare una determinata cosa. Per questo è inutile offrire al bambino innumerevoli stimoli che partono dalla considerazione di ciò che vorremmo noi per lui, piuttosto che dai suoi reali bisogni (es. propongo un gioco in cui occorre concentrazione ad un’età in cui il bisogno principale è quello di sperimentare le proprie capacità motorie). Il rischio è quello di offrire troppe informazioni che il bambino non potrà elaborare, perchè non sono adatte alla sua fase evolutiva (inutile leggergli delle storie impegnative, se i suoi tempi in merito a concentrazione sono ristretti). Inoltre, nel proporre troppe esperienze, possiamo pressare oltremodo il bambino, esponendolo ad insuccessi, quindi a situazioni di disagio, che ne minerebbero la spontaneità (es. incalzare un bambino su apprendimenti precoci, magari levare il pannolino ed il ciuccio contemporaneamente, può produrre uno stato di tensione che può manifestarsi a livello di linguaggio). In questo inciso, rientra la proposta di innumerevoli attività che servono a riempire la sua giornata, lasciandogli poco spazio per annoiarsi e quindi “ricrearsi” (es. fargli fare più sport a settimana, con la pretesa che sia sempre ben disposto a farli tutti, senza lamentare stanchezza o dissenso). Offrire tante esperienze non è sempre equivalente ad offrirgli qualità nell’apprendimento, perché il bambino potrebbe non interessarsi o non sentirsi pronto a cogliere tutti gli stimoli che noi gli proponiamo. È sempre preferibile seguire la naturale propensione ed aspettare che in qualche modo sia lui ad indicarci la strada manifestando piacere o disappunto rispetto alle esperienze presentate.
  • Arrivi prima di tutti. Desiderare che il proprio figlio arrivi prima di tutti, sia cioè “il primo della classe” potrebbe avere a che fare con la nostra propensione alla competizione. Per alcuni genitori, i figli possono rappresentare un riscatto rispetto a personali complessi e mancanze. La competizione tra mamme inizia molto presto, riguarda generalmente lo sviluppo motorio e del linguaggio del proprio bambino (es. “A quanti mesi ha iniziato a camminare?”, “A quanti mesi ha iniziato a parlare?”, “Mio figlio ha camminato prestissimo. Il tuo?”), in seguito il controllo degli sfinteri ed il livello di concentrazione (es. “Quando ha imparato a fare pipì nel vasino?”, “Sa fare i puzzle?”). Esiste certamente un percorso di sviluppo a tappe, ma non esiste in assoluto un percorso unico, valido per tutti i bambini e per questo è inutile paragonarlo ai coetanei. Spingere il bambino ad accelerare i tempi, lo espone ad una dannosa e gratuita competizione. Pressarlo affinchè acceleri i suoi tempi naturali, significa: offrirgli uno stimolo che aumenta l’ansia, disorientarlo rispetto alle competenze ed abilità proprie della sua fase di sviluppo, sollecitargli stati d’animo conflittuali che si legano alla discrepanza tra compiti proposti e reali abilità. Anche qui, più che sollecitare il bambino affinché arrivi primo, è importante tenere conto delle sue capacità di ascolto e di apprendimento in relazione alla sua età cronologica e mentale, controllare se l’ambiente in cui si muove è adatto a lui, allargare il raggio delle esperienze “in orizzontale”, piuttosto che in verticale, per aiutarlo a maturare una maggiore autostima (cioè offrirgli esperienze che lo aiutino a consolidare le competenze appena apprese, piuttosto che passare subito al gradino successivo).
  • Si senta sempre soddisfatto. Sembra più che naturale augurare al proprio figlio di sentirsi sempre soddisfatto e se questo può essere un legittimo desiderio da parte dei genitori, l’insidia dell’iperprotezione si nasconde dietro l’angolo. Evitare che il bambino si senta frustrato, di fronte ad una sua difficoltà, significa non favorire il suo processo di maturazione. Sappiamo bene che per sua natura, il bambino andrà incontro, come essere umano, a momenti di difficoltà, divieti, impedimenti, errori. Piuttosto che tentare di sfuggire, è importante che noi genitori conduciamo il bambino a tollerare, attendere, superare i momenti di frustrazione, in quanto proprio da quest’attesa nasce la capacità di risolvere i problemi, di riflettere e prendere decisioni, di crearsi alternative e strade nuove, la competenza del sapersi guardare dentro, ascoltarsi e provare quella soddisfazione piena di fronte all’esperienza di “avercela fatta”. Faccio un esempio: il bambino sa come allacciarsi le scarpe da solo, ci prova e piange perché in quel momento non ci riesce. La mamma ha due possibilità: allacciargli lei le scarpe o rispiegargli come si fa ed aiutarlo. Nel primo caso, la mamma si sostituisce al bambino, nel tentativo di proteggerlo dalla frustrazione; il bambino verrà sicuramente liberato da un dilemma, ma il messaggio che riceve è che lui non è capace, per cui la madre deve fare al posto suo, raddoppiando il carico di frustrazione che sentirà quando farà contatto con il suo sentirsi incompetente ed inefficace. Nel caso in cui la madre lo aiuti spiegandogli come si fa, darà esempio di calma e tolleranza, offrendo una risorsa importante al bambino, quale quella del ragionare e riflettere per arrivare a fare una cosa, nonostante la difficoltà. Il bambino si sentirà frustrato al momento, ma quando vedrà che ha superato l’impasse, si sentirà soddisfatto e competente. È qui che il sentirsi insoddisfatto si trasforma nella sua accezione positiva di soddisfazione differita, ma maggiormente costruttiva per l’autostima, quindi per la crescita personale.
  • Si senta sempre felice. L’essere umano si difende naturalmente dal dolore, mentre cerca il piacere; dolore/piacere diventa una dicotomia costante della vita. Ciò che non è più naturale è la cancellazione del secondo polo contrapposto al piacere. Il tentativo di eliminare la presenza del dolore, per il proprio figlio, si concretizza nella cancellazione di una parte di realtà imprescindibile dalla vita. Se è ovvio e indiscutibile l’evitare sofferenze inutili ai propri figli, non è altrettanto costruttivo evitare tutte quelle situazioni in cui la sofferenza può trovare una risoluzione ed un significato. Concretamente, evitare di parlare della morte e della malattia con i propri bambini, significa lasciarli privi di risorse e di informazioni utili per affrontare il dolore (es. nascondere al bambino la morte di un familiare, significa non dare senso alla sparizione improvvisa di quella persona dalla sua vita; mentre parlarne e spiegare può aiutarlo a collocare questa dimensione nella sfera del reale e ad elaborarne il concetto). Parlare ed affrontare insieme una sofferenza significa, inoltre, offrire un’alternativa nel far fronte al senso di impotenza in situazioni in cui niente può essere cambiato, dargli il messaggio che il bambino “può sentire ciò che sente” e manifestarlo apertamente. In tutto ciò, è indispensabile considerare l’età e la fase di sviluppo del bambino.
  • Riesca a fare tutto da solo. Il desiderio che il bambino se la sappia cavare  da solo quando sarà grande, ha a che fare con la confusione che si fa della parola “autonomia”. La vera autonomia non è fare tutto da soli, ma si tratta di saper essere consapevoli, spontanei ed intimi, sapendo utilizzare le risorse a disposizione per affrontare la vita. Saper utilizzare le risorse significa in pratica saper chiedere aiuto, che non vuol dire essere incapaci, ma essere competenti nel raggiungere un obiettivo. Essere capaci di chiedere aiuto è una competenza indispensabile per la vita. Per aiutare il bambino ad acquisire tale abilità, possiamo metterlo di fronte a dei piccoli problemi e stimolarlo a visualizzare soluzioni, alternative e risorse, portandolo a ricercare persone e strumenti che potrebbero aiutarlo nella situazione. Possiamo mostrargli come noi genitori, se dopo esserci impegnati a fondo, non troviamo una soluzione ad un problema, ci rivolgiamo ad altri (es. si rompe un tubo, papà prova ad aggiustarlo, ma non riesce, quindi chi chiamiamo? Uno zio che sa farlo oppure un idraulico di professione; la mamma ha cucinato la lasagna, ma non le è uscita come sperava, quindi chiama la nonna per chiederle la ricetta oppure cerca la ricetta sul libro di cucina). Sarà divertente fare il gioco della “caccia al tesoro degli aiuti” insieme ai nostri bambini, sappiamo bene quanto possano essere fantasiosi e al contempo pratici.

Mi sono soffermata a grandi linee su quei desideri che possono riguardare la maggior parte dei genitori, ma ciò non toglie che ogni madre e padre possa averne di particolari per il proprio figlio, legati alla cultura sociale e familiare.

Continuando ad augurare sogni e speranze per i nostri figli, possiamo solo cercare un modo funzionale per aiutarli a rendersi felici, soddisfatti, competenti ed autonomi, attraverso un’agire responsabile e consapevole.

Vi ritrovate in alcuni di questi punti? Quali desideri particolari avete per i vostri figli?

Buona riflessione a tutti 😀

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2 Risposte to “Io vorrei per te…”

  1. Mariapaola febbraio 11, 2013 a 2:46 pm #

    Davvero un bel post!
    Non è per niente facile rispondere alla tua domanda…
    Anch’io vorrei proteggere mia figlia dal dolore, dai dispiaceri, dalle cadute, ma so che non è possibile e non sarebbe neppure giusto farla vivere in una campana di vetro, perchè la vita non è sempre rose e fiori… purtroppo ci sono anche le spine!
    Ecco, io le auguro di avere sempre la forza e il coraggio di guarire dalle ferite che queste spine le procureranno, di avere sempre l’entusiasmo e la costanza nell’inseguire i suoi sogni e coltivare le sue passioni e la certezza che non sarà mai sola, ma sempre circondata da tanto amore 🙂

  2. FILIPPO febbraio 17, 2013 a 10:44 pm #

    Per iniziare volevo farti i complimenti, anche se con un lieve ritardo, poi che dire la poesia che hai citato, esprime esattamente ciò che un genitore spera di poter essere per la prpria figlia… ma come noi abbiamo fatto le nostre esperienze, credo che anche i nostri piccoli debbano sbagliare… e prima o poi arriverà anche per loro qualcuno con lo schiaccia mosche che spegnerà le candele…:) un Baccio alla piccola….

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