Il bambino socialmente “respons-abile”

17 Gen

Le prime amiche di FreyaSalgo sull’autobus, all’ora di pranzo, e mentre guardo fuori dal finestrino, persa tra i miei mille pensieri, vengo disturbata da un improvviso chiasso. Sono saliti dei ragazzi, sono in tanti, hanno finito le ore di lezione e tornano a casa dai loro genitori. Urlano, si prendono in giro, dicono un sacco di parolacce, si spintonano tra loro, le ragazze ridacchiano e anche loro giù di parolacce e frasi dialettali strascicate come masticatori di gomme incalliti. Si siedono tutti storti sui sedili, ci mettono sopra le scarpe perché fa molto James Dean stare con la testa a penzoloni. Un signore anziano sale alla fermata successiva e nessuno di loro lo fa sedere, si alza una signora al posto loro. Una ragazza sta in un angolino completamente in silenzio, isolata nel suo cellulare. Gli adulti intorno in silenzio, li guardano, alcuni ridono delle loro battute, altri sono infastiditi per il troppo chiasso, altri ancora sembrano indignati di fronte al parlare scurrile. I ragazzi iniziano a scendere alle varie fermate, in gruppo, spingendosi per i gradini, con gli zaini infilati ad una sola spalla, perché l’altra è un optional, con i pantaloni che calano e che lasciano intravedere la marca delle mutande. Ritorna il normale rumore del motore dell’autobus. Mi soffermo a pensare a come sarà mia figlia che adesso guarda incuriosita i volti delle persone nuove, se dirà le stesse parolacce, se farà sedere al suo posto una persona anziana, se avrà bisogno di farsi notare omologandosi agli altri, se saluterà ogni volta che entrerà in un negozio e quando andrà via, se aiuterà un amico in difficoltà o gli volterà le spalle.

Sono passati circa 7 mesi da quell’ultima corsa in autobus ed ancora mi chiedo: come posso insegnarle un certo grado di responsabilità sociale? Tenendo conto del fatto che non potrò controllare gran parte degli eventi che la riguarderanno, da madre, come posso insegnarle a guardare sempre in faccia la persona che le è di fronte e a rispettarne la libertà, tenendosi libera a sua volta? Come posso indirizzarla verso una responsabilità consapevole e sentita come comune, che le assicuri dignità per sé e per gli altri, piuttosto che una responsabilità avvertita come obbedienza ad un’autorità? E allo stesso tempo, che cosa posso fare affinché non si senta troppo responsabile per gli altri?

Il senso di responsabilità sociale migliora decisamente la qualità della vita e poiché noi esseri umani siamo naturalmente predisposti alla relazione, siamo fortemente influenzati dalla vita degli altri e a nostra volta influenziamo la loro, così come in famiglia, l’azione di uno si ripercuote su tutti i componenti e il problema di uno diventa il problema familiare.

Verso i 3-4 anni, i bambini iniziano a sviluppare un senso di responsabilità sociale, esercitandolo con i genitori e i fratelli, anche se il grado di responsabilità richiesto dai genitori dipende dalle variabili familiari (es. il numero dei figli, la posizione sociale ed economica, ecc) e dal contesto culturale.

I bambini che vengono educati ad una responsabilità sociale strettamente legata al “dovere”, probabilmente, saranno meno responsabili da adulti. Di contro, un bambino sollecitato a prendersi delle responsabilità personali, si sentirà più responsabile anche socialmente. Questo succede perché il bambino che viene obbligato ad eseguire dei compiti e a seguire delle regole senza spiegazioni (“Si fa così perché dev’essere così!!!”), viene indirizzato verso un’obbedienza cieca, senza riflessioni personali, che può portare più facilmente o ad un iperadattamento o a ribellioni poco protettive per sé.

Come genitori, per uno sviluppo ottimale della responsabilità sociale dei nostri bambini, è fondamentale riconoscere ed accettare il desiderio di collaborare dei bambini e comportarsi in maniera responsabile verso i propri figli. I bambini prendono i genitori come modelli di insegnamento e si plasmano su ciò che vedono fare, non tanto su ciò che viene detto. È per questo che la responsabilità sociale impartita a parole non viene trasmessa se le parole non sono accompagnate da esempi pratici quotidiani.

Per esempio, voglio insegnare a mio figlio che ci sono dei turni nella comunicazione, per cui mentre qualcuno sta parlando, lo si ascolta senza interromperlo e quando ha finito di parlare si può intervenire. Un giorno, mentre parlo con un’amica, mio figlio si intromette nel discorso per richiedere attenzioni; lo riprendo e gli dico che non va bene interrompere qualcuno mentre sta parlando. La sera, a tavola, discuto con mio marito e mentre mi dice qualcosa, lo interrompo e gli parlo sopra. Per mio figlio, avrà più valore il comportamento osservato nella seconda situazione, rispetto a ciò che ho affermato nella prima.

Nel parlare di responsabilità sociale, non posso fare a meno di richiamare all’attenzione il conflitto tra bambini, quale occasione d’oro per iniziare a familiarizzare con il concetto a livello pratico.

Es. Marco e Giulia (nomi inventati) hanno 3 anni e litigano per contendersi un gioco. La reazione più immediata da parte di noi adulti è quella di interrompere il litigio e fare da intermediari (non da mediatori), offrendo una soluzione (es. restituire il gioco a chi lo aveva preso per primo, levare il gioco dalla circolazione per evitare ulteriori litigi, criticare i bambini accusandoli di non saper condividere). In realtà, possiamo rassicurarci e lasciare che i bambini trovino una soluzione da soli perché ne sono capaci (es. può succedere che uno dei due si distragga con un altro gioco oppure trovino un modo per giocarci insieme). Se continuano a litigare e c’è pericolo che si facciano male, allora è giusto intervenire offrendoci come mediatori. Possiamo chiedere che cosa è successo e il motivo per cui stanno litigando (anche se lo sappiamo, diamo modo ai bambini di spiegare la situazione dal loro punto di vista), dopodiché possiamo spiegare che il gioco può essere utilizzato da entrambi: “Il gioco è di entrambi, quindi se non volete giocarci insieme, che cosa potete fare per mettervi d’accordo? Secondo te Marco? E secondo te Giulia”. Raccogliamo le loro proposte e gliele restituiamo attraverso una proposta attuabile (es. stabilire un limite di tempo ed un turno per utilizzare il gioco, cronometrare o contare ad alta voce). Ciò che è importante è:

  • Informarsi su ciò che è successo;
  • Rivolgersi ad entrambi (se si tratta di fratelli con diverse età, possiamo rivolgerci al più grande);
  • Dare suggerimenti che comunichino di aver compreso la situazione, per cui ognuno di loro cerca di difendere giustamente i propri limiti;
  • Indicare un modo di fare (mettersi d’accordo) e non una soluzione;
  • Comunicare il messaggio che si può salvaguardare il proprio spazio senza causare danni ad altri.

I conflitti dei bambini sono un mezzo di confronto e soprattutto quando sono piccoli e non hanno acquisito la competenza della negoziazione, l’aspetto fisico diventa l’unico modo per entrare in relazione con l’altro. Paradossalmente, il conflitto implica un riconoscimento dell’altro nella relazione ed è per questo che non va eliminato o demonizzato, bensì canalizzato in direzione pro-sociale. Noi adulti dovremmo solo favorire la risoluzione del conflitto, l’arrivo ad una soluzione negoziata e condivisa.

Se è importante aiutare i bambini ad acquisire un buon senso di responsabilità sociale, è altrettanto importante fare in modo che non si sentano troppo responsabili per gli altri.

I bambini sono di per sé predisposti a collaborare con i propri genitori (nei modi che abbiamo già visto in un articolo precedente) e a prendersi cura di loro, laddove trovano lo spazio per farlo. Così quando una coppia non è ben salda, è probabile che il figlio si interponga proprio in quello spazio di mancanza a cercare di colmare la completezza che desidera nella sua famiglia. Spesso i figli si sentono responsabili quando i genitori hanno problemi personali o coniugali. Se vengono maltrattati o trascurati possono pensare di meritarlo, assumendosi delle responsabilità che non competono loro.

Può succedere, soprattutto in situazioni di gravi carenze affettive, che il bambino si sostituisca alle figure di accudimento, diventando emotivamente il genitore del proprio genitore (in termini tecnici si stabilisce una Simbiosi di II livello).

Anche in situazioni meno gravi vi è questa possibilità, cioè un figlio può “farsi carico” dell’adulto di riferimento quando, per esempio: una madre ha desiderato il figlio per dare significato alla propria vita; i genitori separati utilizzano i bambini come munizioni; uno dei genitori viene lasciato dall’altro in una situazione critica e di disperazione; i genitori non sono capaci di comunicare i problemi fra loro e uno dei due preferisce parlarne con il figlio; la madre prende il figlio come sostituto del partner in caso di assenza, emotiva o materiale, del partner stesso; si fa un figlio con l’illusione di risolvere i problemi di coppia.

È molto probabile che i bambini che si ritrovano a vivere queste situazioni, molto più facilmente svilupperanno un senso di eccessiva responsabilità rispetto alla situazione familiare, con delle conseguenze sullo sviluppo personale.

Questo può succedere perché la mancanza di senso nella propria vita e l’immaturità emotiva di alcuni adulti possono creare un vuoto in cui il figlio cercherà di collocarsi alla ricerca di attenzioni e di riconoscimenti. I genitori possono non accorgersi di questo, in quanto il figlio appare collaborativo e “buono” e spesso sono adulti esterni che notano il problema, in quanto il bambino cercherà altre figure di riferimento con cui potrà essere libero di essere effettivamente un bambino.

Vi starete chiedendo che cosa succede allora se un bambino vede la propria madre piangere oppure se assiste ai litigi dei genitori.

Piangere davanti a vostro figlio, di per sé, non implica alcun problema. Si può piangere di gioia o di tristezza e questo è ciò che va trasmesso: “puoi sentire ciò che senti e manifestarlo”. Ciò che si può evitare è di ricercare conforto nel bambino, farsi consolare da lui o mostrarci inconsolabili. Si sa che i bambini sono molto bravi a fare questo, basta un sorriso e sembra che passi tutto, ma nella loro mente, il carico diventa eccessivamente angosciante nel vedere che chi dovrebbe proteggerli ha bisogno di essere protetto a sua volta, in quanto l’idea di pericolo diventa catastrofica “Come posso sopravvivere se nessuno può prendersi cura di me in caso di pericolo?”.

Rispetto ai conflitti tra adulti, si può anche discutere davanti ai figli, tenendo conto del contenuto della discussione (alcuni temi non vanno trattati davanti ai bambini) e dei toni (sempre meglio mantenere un certo livello). Ciò che è importante, nel caso in cui la situazione possa sfuggire di mano (alziamo molto la voce) è mostrare la risoluzione del conflitto: come ogni cosa ha un inizio e una fine e la discussione non implica una perdita d’amore. Facciamo vedere che dopo un confronto, anche acceso, si trova una soluzione al problema. Per il bambino è fonte di preoccupazione vedere che una discussione accesa si trascina per giorni con musi lunghi e ripicche, potrebbe pensare che esprimere se stessi può portare, in caso di disaccordo, alla perdita dell’altro.

Per evitare un eccesso di responsabilità sociale, non è costruttivo distruggerla o minacciarla (es. “Non ti devi preoccupare di me”, “Fregatene di quello che faccio io”, “Se qualcuno ti dà fastidio, puoi rispondere male”, “Quando sei arrabbiato, sfogati”). Al contrario, gli adulti dovrebbero rafforzare l’autostima e la responsabilità personale del bambino per stabilire un equilibrio con la responsabilità sociale. Un adolescente che capisce che ognuno è responsabile per sé stesso e cioè dei propri comportamenti, pensieri ed emozioni, saprà porre dei confini ottimali nel rapportarsi con gli altri. Tradotto in esempio pratico, un bambino che vede un amico in difficoltà, chiederà all’amichetto che cosa succede e cercherà di aiutarlo standogli vicino. Se il problema non si risolve perché dipende da fattori che non sono sotto il suo controllo (es. situazione familiare dell’amico), si sentirà dispiaciuto per l’amico, ma non si sentirà responsabile per il suo malessere.

Per concludere, è centrale, quindi, che il bambino venga accompagnato nelle varie fasi di sviluppo in una direzione di responsabilità prima personale e dopo sociale, attraverso sempre e comunque il buon esempio dei genitori stessi (questo non preclude comunque la possibilità che i nostri figli scelgano una strada diversa da quella che noi vorremmo per loro).

Mi piace chiudere sempre con delle domande che sollecitino una riflessione personale: che bambini siamo stati? Iperresponsabili o equilibrati? Tendiamo ad essere coscienziosi o avventati? Con i nostri figli come cerchiamo di trasmettere un senso di responsabilità sociale? Li obblighiamo a rispettare alcune regole di galateo o tolleriamo che possano trasgredirle fino a quando non saranno capaci di capirne il senso?

Buon lavoro a tutti, cari genitori 😀

 

Riferimenti bibliografici

Juul J., Il bambino è competente. Valori e conoscenze in famiglia, Feltrinelli, Milano, 2010.

Schiff J.L., Analisi Transazionale e cura delle psicosi, Astrolabio, Roma, 1980.

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