“Io Bambino”

2 Gen

Azzurra e violettaQuando vado in un qualsiasi negozio per bambini, mi incanto a guardare tutti i giocattoli possibili ed immaginabili, mi fermo con quelli che attirano maggiormente la mia attenzione e cerco di capirne il funzionamento. Tocco i tasti, ascolto le musichette, guardo i colori e le lucette e dico con gioia nel cuore: “Ma guarda che cosa si sono inventati!!! Che meraviglia!”. Mi sento entusiasta, eccitata, ed è come se avessi scoperto l’America. Credo di conoscere a memoria quasi tutti i giocattoli dei Centri Commerciali. Ad ogni gioco che trovo interessante, penso: “Lo compro per la mia bambina” e mi precipito alla cassa senza pensarci troppo, con il trofeo in mano. Non vedo l’ora di tornare a casa per spacchettarlo e mostrarlo alla cucciola!!! Invece, una volta portato il regalo, mia figlia lo guarda incuriosita, lo tocca, cerca di produrre un effetto (suoni o luci) e poi, con aria indifferente, passa a giocare con scodelline, schiumarole, pentole o pezzi di tessuto.

La prima volta ci sono rimasta male, “Ma come fa a non piacerti un giochino così bello?”.

La seconda volta, mi sono detta che forse il giocattolo piaceva più a me.

La terza volta ho capito che lo avevo comprato per me.

Non per me adulta e mamma, ma per me bambina, quella bambina che non aveva avuto tanti giochi e che i regali li poteva scegliere solo in alcune occasioni, mentre in altre, se pur ne aveva il desiderio, doveva rinunciarci.

Mi ci sono voluti un po’ di giochi inutilizzati e soldi sprecati, per capirlo e ora che lo so, ho smesso di comprare cose “inutili” per mia figlia. Non rinuncio comunque ad accontentare quella “me-bambina” che ha ancora tanta voglia di esplorare i giocattoli degli altri; quando vado al negozio, mi diverto a toccarli tutti, ma so che lo faccio per me  :D.

Ognuno di noi adulti ha una parte bambina nascosta e spesso perduta, che può riattivarsi senza rendercene conto, riflettendosi nei nostri comportamenti e nelle relazioni importanti, in particolare nella relazione con i nostri figli.

È molto importante far riemergere e rivivere alcune delle nostre situazioni “irrisolte” della nostra infanzia, affinché non si riflettano nel nostro essere genitori. Ritrovare e consolare il “bambino perduto” dentro di noi, quel Bambino Adattato che ha rinunciato ad esprimere i propri bisogni e le proprie emozioni per assicurarsi l’amore dei genitori, senza proiettarlo sui figli, può alleggerire una relazione che altrimenti verrebbe caricata anche del nostro dolore. Oltre la risoluzione di bisogni infantili inespressi e le relative emozioni, è estremamente importare recuperare l’aspetto ludico e creativo di quello Stato dell’Io Bambino Libero che spesso tendiamo a non ascoltare. Proprio dal gioco e dalla creatività nasce la gioia e lo spasso che ci rendono il rapporto con i nostri figli piacevole e meno stancante: giocare con loro lasciandoci andare è un vero divertimento per tutti, piuttosto che “far finta” di coinvolgerci senza metterci in gioco realmente (i bambini lo avvertono).

Cercare di recuperare i nostri ricordi infantili, quelli piacevoli e quelli meno piacevoli, e le emozioni relative ad essi, può aiutarci a:

  • Riscoprire la nostra infanzia;
  • Evitare che le cose negative vissute vengano buttate addosso ai propri figli (es. ossessionarli con i compiti perché noi non siamo stati seguiti dai nostri genitori);
  • Perdonare i propri errori: capire che i bambini imparano dai propri errori, ci aiuta a colpevolizzarci meno;
  • Vedere nostro figlio distinto da noi e non confuso e mischiato con noi;
  • Sentirci in pace con noi stessi e con gli altri;
  • Sentirci responsabili della nostra vita, piuttosto che sentirci in balia degli eventi e degli altri;
  • Vivere in maniera attiva e consapevole la nostra genitorialità.

Come possiamo renderci consapevoli?

Quando ci rendiamo conto di forzare qualcosa con i nostri figli, possiamo chiederci:

  • “Per chi lo stiamo facendo?” (es. se forzo il bambino a mangiare tutto quello che ha nel piatto, potrei seguire uno slogan genitoriale del tipo “Bisogna finire sempre tutto”, piuttosto che assecondare il senso di sazietà del bambino; oppure iscrivo mia figlia al corso di danza classica perché quando ero piccola sognavo di diventare una ballerina; ancora, decido di non dare regole ai miei figli perché io ho vissuto un’infanzia con molte imposizioni, così anziché proteggerli e dargli una direzione, mi comporto seguendo quello Stato dell’Io Bambino ribelle che non si vuole adattare alle convenzioni);
  • “Che cosa succede se nostro figlio non accetta quello che gli stiamo dicendo di fare?” (es. dico al mio bambino di 9 mesi, di non giocare con il cibo, ma che cosa succede se gli permetto di mettere le mani dentro al piatto mentre mangia?, nella peggiore delle ipotesi sarò costretta a cambiarlo, ma al bambino avrò dato la possibilità di esplorare ciò che lui stesso sta mangiando. Altro es. mio figlio vuole frequentare un istituto tecnico e non un liceo come io avevo programmato per lui; se la mia idea di scuola per lui è dettata da miei vissuti di insuccesso e fallimento rispetto al mio percorso di studio, la conseguenza potrà essere quella di sentirmi IO delusa ed amareggiata);
  • “Come mi sento quando mio figlio rifiuta una mia proposta?” (es. voglio che mia figlia metta un bel vestitino stile “principessa” perché da bambina li adoravo, mentre mia figlia preferisce mettere un pantalone verde con una maglia fucsia e gialla. Inizio una guerra per farle indossare il vestito che a me piace tanto, senza rendermi conto che vorrei accontentare “me-bambina”, e rivivere sogni fiabeschi,  oppure sono capace di capire che mia figlia è diversa da me e sta manifestando un suo modo di essere?).

Nel nostro essere genitori, ci sono alcune cose che non possiamo mutare, quali il patrimonio genetico di nostro figlio, il suo temperamento innato, la sua storia e gli incontri che farà nella sua vita, ma possiamo agire sulla relazione che abbiamo con lui e quanto più questa relazione è limpida e pulita da “nostri conflitti interiori”, tanto più possiamo offrire un “porto sicuro” nei momenti di difficoltà che inevitabilmente si presenteranno. Il vero fattore protettivo è lo sperimentare, all’interno di questa relazione, che i momenti di fatica e di dolore, come anche quelli di gioia, si possono attraversare in quanto, come tutte le cose, hanno un inizio ed una fine.

Elaborare gli aspetti infantili irrisolti, ci può aiutare anche a leggere i sintomi di disagio che in alcune fasi di vita possono manifestarsi nei nostri bambini.

In genere il sintomo emerge quando le strategie difensive che il bambino ha elaborato per affrontare le difficoltà non sono più sufficienti a proteggerlo nella situazione attuale, diversa da quelle precedenti già superate.

La fatica di adattarsi ai cambiamenti è qualcosa che riguarda lui e tutto il sistema familiare. Infatti, quando un bambino sta affrontando una crisi (es. il passaggio alla scuola materna, il saluto al ciuccio o al pannolino, il cambio del lettino), c’è spesso un genitore che affronta a sua volta un suo passaggio di vita (es. la genitorialità, un lutto significativo, la perdita del lavoro, la difficoltà a gestire il passaggio di vita del bambino). Sembra più semplice “non pensarci”, in quanto entreremmo in contatto con stati d’animo ritenuti spiacevoli, ma in realtà, le emozioni non riconosciute e quindi non vissute, bloccano il superamento della crisi, l’implicito sbocco evolutivo che porta all’acquisizione di nuove capacità.

Se le crisi che stiamo vivendo come genitori (a cui possono aggiungersi emozioni non accettate ed elaborate) non vengono riconosciute ed affrontate in modo da trovare un nuovo adattamento alla realtà ormai cambiata, il malessere che ne consegue verrà facilmente proiettato sui nostri figli e le preoccupazione normali del quotidiano, che magari in altri momenti di vita abbiamo affrontato serenamente, diventano improvvisamente intollerabili perché sono sovraccaricate di un’ansia che ha altre origini. L’unico modo per ridimensionarle diventa un’opera di discernimento; fermiamoci a riflettere per individuare l’origine del “sovraccarico”.

Es. dietro ad una madre eccessivamente preoccupata per lo stato di salute del proprio figlio, senza riscontri reali, potrebbe esserci alle spalle un vissuto di dolore legato alla malattia di un familiare.

Ciò che rende la crisi qualcosa di vitale è la sua evoluzione interna, ciò che si realizza abbandonando il vecchio equilibrio per trovarne uno nuovo, più adeguato alla situazione attuale, in un processo di “morte e rinascita” che porta alla scoperta di risorse e possibilità nuove che pensavamo di non avere. È per questo che la crisi diventa una scoperta esilarante, al suo termine e dopo la sua risoluzione. A me piace pensare che il percorso della genitorialità sia un grande passaggio evolutivo, una crisi che dura tutta la vita (l’inizio è eclatante e sconvolgente, il durante è una continua sfida, un continuo invito a camminare e migliorarsi, la fine non è rintracciabile).

Così come mamme, dopo il momento di stravolgimento iniziale all’arrivo di un figlio, riscopriamo abilità e capacità che prima non pensavamo di avere. Se il percorso della genitorialità può essere considerato come periodo di crisi, la sua evoluzione è ciò che di più ricco e vitale ci possa essere nella vita di un essere umano.

Rispetto alla fine, secondo voi, ci sarà mai una risoluzione nel percorso della genitorialità? ;D

 

Riferimenti bibliografici

Berne E., “Ciao” e … poi? La psicologia del destino umano, Bompiani, Milano, 1964.

Marcoli A., Il bambino perduto e ritrovato, Mondadori, Milano, 1999.

Stewart I.-V. Joines, L’analisi transazionale. Guida alla psicologia dei rapporti umani, Garzanti, Cemusco, 1987.

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