Sintonizziamoci con nostro figlio

16 Dic

Nel post “Io valgo e sono bravo!!!”, parlo dell’uso di un linguaggio personale da parte dei genitori, per aumentare l’autostima dei propri figli. Ho solo accennato a che cosa si riferisce questo tipo di linguaggio, ma qui voglio dedicare un intero articolo per spiegarlo in concreto.

Quando mia figlia aveva solo qualche giorno, utilizzava il pianto per dirmi che aveva bisogno di qualcosa. Inizialmente, mi muovevo per tentativi ed errori, poteva avere fame, sonno, poteva essersi sporcata o avere mal di pancia. Ascoltando attentamente i suoi segnali, ho imparato a distinguere il pianto di dolore legato alle coliche dal pianto per fame o sonno. Sono certa che quello che sentiva la bambina fosse una generale sensazione di fastidio, crescente man mano che passava il tempo, fino ad estinguersi con l’arrivo del seno o della cullata. Nel cercare di decifrare il suo pianto, alle volte stancante, le parlavo, facendole domande a cui sapevo che non avrebbe risposto, ma a me serviva farle perché avevo bisogno di sentire che mia figlia poteva interagire con me ed avevo bisogno di tenerla presente nella relazione, come persona distinta da me. Nel parlarle ad alta voce, magari le dicevo “Ecco mamma. Vediamo un po’ che succede…hai sonno?” e provavo a cullarla tra le mie braccia. Se si addormentava, avevo centrato il problema, altrimenti continuavo con altre domande e altri tentativi di consolazione del pianto. Con il passare del tempo, io e mia figlia ci siamo conosciute meglio e adesso è più semplice decifrare i suoi segnali, ai quali si aggiunge qualche parolina, se pur storpiata. In realtà basta che io pronunci alcune parole magiche e lei si fa capire benissimo. Se piange per fame e io dico: “Vuoi mangiare la pappa?”, lei sorride e si aggrappa per essere portata sul seggiolone a mangiare; se ha sonno e dico “Nanna”, fa altrettanto; e così via, nominando varie parole che si legano ad azioni o oggetti.

Rispetto alle emozioni che la bambina può provare, provo a mettermi nei suoi panni in quel determinato momento in cui cerca di manifestarle. Per esempio, se si butta per terra e piange, quando vuole prendere il bicchiere di vetro per giocarci e io non sono d’accordo, le dico: “Vedo che ti stai sentendo arrabbiata! Mi dispiace, ma potresti farti male con il vetro, piuttosto, puoi prendere le tue scodelline!”, oppure quando mi chiama e mi sorride, le dico “Vedo che sei contenta” e rido insieme a lei. In questo modo cerco di rispecchiarle il suo stato emotivo.

Quando la bambina imparerà a parlare, con buona probabilità,sarà lei ad esprimere ciò che sente e se avrà fame dirà prima “pappa” e in seguito “Ho fame!”. È così che voglio aiutare mia figlia ad esprimere ciò che sente: sono io che metto le parole alle sue sensazioni, alle sue emozioni, ai suoi bisogni, fino a che non sarà nelle condizioni di verbalizzarli, esprimendo chiaramente come sta e ciò che vuole ottenere.

Quello che ho descritto (credo che avvenga in tutte le coppie madre-bambino, magari con le singole peculiarità che caratterizzano ogni nucleo familiare) si chiama sintonizzazione affettiva, laddove la mamma cerca di sintonizzarsi sui canali sensoriali del proprio bambino, per facilitargli il processo attraverso il quale imparerà a riconoscere i propri bisogni e le proprie emozioni.

È una danza interattiva, dove madre e bambino fluttuano nel tentativo di rimanere connessi sulla stessa lunghezza d’onda. Il tipo di linguaggio che l’adulto utilizza nel sintonizzarsi con il bambino, è un linguaggio personale, dove l’io dell’adulto si fa portatore di esperienze per aiutare il bambino ad esperire a sua volta. Se interagisco con un bambino di circa 4-5 mesi, mettendolo faccia a faccia, alle mie smorfie o parole, risponderà con un sorriso. Se empatizzo con lui, immagino che stia provando una sensazione di benessere. Posso verbalizzare ciò che il bambino prova come sensazione generica e dirgli: “Come sei contento!” oppure “Come stai bene!” o “Ti diverti!”. Nel tempo, aiuto il bambino a discriminare quella sensazione generica di benessere, in emozioni ben precise (es. felicità, contentezza, calma) che si legano a determinate situazioni (es. “Mi sento gioioso quando gioco con la mia mamma”, “Sono contento quando lei mi sorride!”).

Quando noi genitori siamo in una condizione emotiva “indisposta” (possiamo sentirci frustrati nel vedere che i nostri tentativi di calmare il bambino non riescono oppure arrabbiati di fronte al senso di impotenza che potremmo provare) la sintonizzazione affettiva è più difficile e probabilmente si creano momenti di incomprensione e di de-sintonizzazione. Onestamente, a chi di noi genitori non è capitato di sentirsi stanco ed affaticato, quindi poco tollerante rispetto al pianto inconsolabile di nostro figlio? Questo può succedere e non implica nessun danno al bambino, se ne siamo consapevoli e cerchiamo di risintonizzarci. Il  punto è che questi momenti di allontanamento dalle stesse “onde radio” non dovrebbero essere troppo frequenti e duraturi. Se un genitore non fa lo sforzo di mettersi nei panni del proprio bambino e non lo aiuta a discriminare i propri stati interni, il bambino vivrà quella sensazione generica di benessere o di malessere in maniera totalizzante, senza contenimento e direzione, per cui sarà più difficile per lui riconoscere, in seguito, le proprie emozioni e i propri bisogni.

Il linguaggio personale è un modo di parlare che riflette il raggiungimento di una certa autonomia personale, in quanto si tratta di un linguaggio consapevole (Io che parlo sono presente a me stesso e al bambino), spontaneo (esprimo le emozioni spontaneamente) ed intimo (esprimo le mie emozioni autentiche).

Il linguaggio personale, inoltre riflette la capacità dell’adulto di prendersi la responsabilità della propria comunicazione, in quanto parla in prima persona ed esprime ciò che sente e pensa, senza attribuzioni a fattori esterni (es. “Io mi sento felice”, “Io credo che…”, “Io voglio…” e non “Mi fai sentire triste”, attribuendo all’altro la responsabilità del nostro sentirci tristi).

Quando parlo di responsabilità, mi riferisco alla responsabilità personale, cioè quella che ci prendiamo per la nostra vita, la nostra salute e lo sviluppo fisico, mentale e psicologico, diversa dalla responsabilità sociale che è quella che ognuno di noi ha verso l’altro, all’interno dei vari gruppi di appartenenza (famiglia, classe, società). La responsabilità personale si lega a quella sociale, nel momento in cui facciamo da modello a nostro figlio, piuttosto che obbligarlo alle buone maniere. In poche parole, dimostrare a nostro figlio che lo prendiamo sul serio e che lo vediamo per come è, lo aiuterebbe a prendersi in un futuro la responsabilità del proprio sentire, in quanto sa che va bene così come è e che ciò che sente ha dignità.

Per esempio, un bambino piange in attesa alla cassa del supermercato e grida perché vuole andare subito a casa. La madre può cogliere il suo sentirsi stanco ed aiutarlo a tollerare maggiormente l’attesa, cercando prima di tutto di vedere la situazione dal punto di vista del bambino, per coglierne lo stato emotivo, per poi rimandarglielo, dicendogli, per esempio: “Capisco che ti senti stanco e che non ti vada di aspettare, ma appena è il nostro turno, andiamo subito a casa. Ti va di fare qualcosa mentre aspettiamo insieme?” (alle volte, vicino alle casse  ci sono dei libri: possiamo proporgli di leggerli o di metterli in ordine; possiamo chiedergli di aiutarci a tenere qualcosa in mano oppure a mettere le cose in cassa). In questo modo, prendo sul serio il bambino, dò valore al suo sentirsi stanco e gli offro la possibilità di trovare un modo per crearsi un’alternativa (nella vita serve sempre un piano B!!!).

Viene da sé che un bambino a cui si è data importanza ed è stato ascoltato, è molto probabile che a sua volta impari a darsi valore e ad ascoltarsi; inoltre, potrebbe sviluppare più facilmente anche la capacità di vedere e capire l’altro, per cui si assumerà facilmente una sua responsabilità sociale.

Se invece, come genitori, mettessimo sempre avanti noi stessi, piuttosto che nostro figlio e le sue esigenze, forzandolo a rispettare alcune regole del “bon-ton”, ma senza dare importanza a lui come persona, potremmo obbligarlo ad essere responsabile socialmente, a sviluppare un falso Sè compiacente, mentre non lo aiuteremmo a guardarsi dentro e quindi a diventare responsabile di sé stesso.

Paradossalmente, il linguaggio personale viene imparato dai bambini, fin da subito, e il suo nucleo di base è: “Voglio-Non voglio”, “Mi piace-Non mi piace”, “Si-No”. Quando il linguaggio personale si sviluppa in un’atmosfera di rispetto reciproco e il bambino viene considerato come persona degna, si impara a stabilire dei propri limiti, senza valicare quelli degli altri. Inoltre, l’uso del linguaggio personale, tra figli e genitori, aiuta a capirsi vicendevolmente, in quanto faccio presente all’altro come sto in maniera chiara e non manipolativa. Per esempio, se mi sento stanco, dico esattamente:“Mi sento stanco!”, piuttosto che “Come vorrei avere una bacchetta magica per sbrigare tutto quello che devo fare” ( non che il desiderio di una bacchetta magica non sia legittimo per ogni mamma affaticata :D). Mentre la prima espressione è molto facile da capire per il bambino, la seconda non è direttamente collegabile allo stato emotivo.

I bambini, fin dalla nascita, riconoscono l’oggetto che è di responsabilità personale e usano un linguaggio prima non verbale e dopo verbale per indicarlo. Per es, se non hanno fame, girano la testa allontanandosi dal seno della madre o dal biberon; quando si sentono infastiditi perché hanno sonno o devono essere cambiati, piangono; scelgono le persone con cui stanno bene, mentre piangono di fronte ad estranei. Questo significa che i bambini sono molto competenti nel riconoscere i propri limiti e i propri bisogni, anche se spesso noi adulti fatichiamo a tradurre i loro segnali in linguaggio. Poiché non sono in grado di difendersi dai tentativi di manipolazione, sta agli adulti riconoscere tali competenze e riconoscere il diritto del bambino di prendersi le proprie responsabilità personali. Gli adulti, a loro volta, devono essere anche loro responsabili verso sé stessi e aperti a riconoscere che le altre persone possono avere sensazioni diverse anche nella stessa situazione.

Ancora una volta, se seguissimo le propensioni naturali dei nostri figli, avremmo tanto da imparare e forse il nostro lavoro sarebbe meno faticoso.

Facciamo un esempio. Un bambino dice alla mamma “Ho freddo!”. La mamma risponde “Come mai? Io sento caldo. Adesso ti do un maglioncino per riscaldarti” (madre che riconosce il figlio e la separazione dal figlio) oppure “Ma come freddo, io non ne ho e sono vestita come te! Smettila!” (madre che fatica a vedere il proprio figlio come persona diversa da sé e con il suo personale mondo interno).

Ed ecco che anche qui siamo chiamati, come genitori, a fungere da esempio per i nostri figli, a prenderci le responsabilità che ci competono evitando di attribuirne al bambino, a fermarci a riflettere rispetto a come li aiutiamo a crescere riconoscendosi come persone di valore, degne d’amore, responsabili della propria vita (non in balia degli eventi esterni), capaci di riconoscere ed accettare limpidamente il proprio mondo interno.

Allora potremmo chiederci: come parliamo con nostro figlio? Esprimiamo apertamente e genuinamente le nostre emozioni? Gli diciamo quanto gli vogliamo bene? Sentiamo di essere padroni della nostra vita e quindi responsabili dei nostri comportamenti, emozioni e pensieri? Se non ci sentiamo padroni di noi stessi, come possiamo fare a riappropriarci della nostra vita per aiutare i nostri figli a diventare persone responsabili di sé stessi?

Come sempre, io medito e auguro una buona meditazione anche a voi!!!:D

Riferimenti bibliografici

Juul J., Il bambino è competente. Valori e conoscenze in famiglia, Feltrinelli, Milano, 2003.

Stern D., Il momento presente. In psicoterapia e nella vita quotidiana, Raffaello Cortina, Firenze, 2005.

Stewart I.-V. Joines, L’analisi Transazionale. Guida alla psicologia dei rapporti umani, Garzanti, Cernusco (MI), 2000.

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Una Risposta to “Sintonizziamoci con nostro figlio”

  1. Matteo Stievano febbraio 15, 2017 a 8:37 pm #

    Ottimo articolo! Complimenti 🙂

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