Quante cose sanno fare!!!

2 Dic

di Sara Bachmann

Quando è nata mia figlia, ho avvertito da subito un sentimento incondizionato legato soprattutto al sapere che era mia figlia e ad un istinto di protezione e di accudimento innato, la vedevo così piccola e indifesa. Nei primi giorni di vita, la cucciola dormiva così tanto, che all’ospedale mi dissero di svegliarla per farla mangiare, ma lei, nonostante le mie carezze per disturbarle il sonno, continuava a dormire beata. A quel punto, ho chiamato l’infermiera del nido per farmi aiutare e lei mi ha spiegato come tirarle i lobi delle orecchie o stuzzicarle il piedino. Detto così, mi sembrava un’atrocità e quando le ho chiesto se le avrebbe fatto male, lei mi ha risposto: “I neonati sono più forti di quanto si immagina comunemente”.

A pensarci bene, i neonati arrivano al mondo e sanno già fare un sacco di cose: sanno muoversi, le loro funzioni neurovegetative si adattano al nuovo stato (colorito cutaneo, funzioni viscerali), si adattano agli eventi esterni disturbanti (dalla quiete della pancia della mamma alla sala parto chiassosa per il nuovo arrivo), hanno capacità di autoregolazione (ritmo sonno-veglia), capacità interattive (sguardo, ascolto, mimica), sanno farsi consolare e coccolare.

Da subito si può notare come i bambini siano competenti anche a livello relazionale. Fin dalla nascita, utilizzano il pianto per comunicare con il mondo esterno. In condizioni normali, quando il bambino ha fame o ha sonno oppure deve essere cambiato, piange per dire: “Mamma, devi intervenire ad aiutarmi!”. È proprio un essere sociale!!! E se nei primi mesi provate a prenderli in braccio, metteteli di fronte a voi e parlategli; loro proveranno a muovere le labbra come fate voi, vocalizzeranno, muoveranno le braccia per farvi capire che stanno bene.

Ad un’età successiva, rispetto al periodo neonatale, mi capita spesso di sentire genitori che si lamentano dei propri figli perché non ascoltano mai quello che gli dicono. Per decenni, si è pensato ai bambini come a degli esseri egoisti e non collaborativi, per cui il compito dei genitori era quello di farli diventare “buoni” e collaborativi, utilizzando spesso metodi coercitivi (es. sculaccioni, punizioni come “a letto senza cena”, minacce “se non ti comporti bene, mamma non ti vuole più”, umiliazioni come riprendere il bambino in malo modo davanti a tutti).

Adesso, dopo circa quarant’anni di ricerca sulle famiglie e sulle interazioni diadiche madre-figlio, si è visto che quando i bambini devono scegliere tra preservare la propria identità o collaborare con il genitore, nove volte su dieci, scelgono di collaborare con il genitore.

Noi adulti abbiamo spesso difficoltà a guardare il problema secondo un’altra prospettiva.

Prima di tutto, tendiamo a notare maggiormente quando i figli non collaborano; in secondo luogo, il concetto di collaborazione si lega al tentativo di piegare il bambino ad ogni nostro volere, mentre se collaborare significa copiare gli adulti, le cose cambiano radicalmente.

Faccio subito un esempio pratico. Un bambino non vuole mangiare le verdure e la madre insiste affinché le mangi, ma il bambino serra la bocca e volta la faccia, rifiutandosi. La madre si arrabbia e dice “Non è possibile che non mangi le verdure!”. Se chiedi alla madre: “Tu mangi le verdure?”, lei risponderà probabilmente che non le mangia oppure che è il marito a non mangiarle. È chiaro che il bambino è molto competente nel collaborare con la madre, fa la stessa cosa che fa lei, ma lei non è consapevole del fatto che il bambino sta copiando il suo comportamento, quindi lo giudica come non collaborativo.

Un altro esempio, si può riferire ad un bambino che piange in maniera inconsolabile quando fa l’inserimento all’asilo nido. La mamma si preoccupa e crede che il bambino non stia collaborando in quanto non vuole stare al nido e rende il distacco più difficile. In realtà, molto spesso si tratta di un vissuto materno che non viene esternalizzato. Cioè, la madre si sente ansiosa e preoccupata, potrebbe sentirsi in colpa perché è obbligata a lasciare il bambino al nido per rientrare a lavoro, ma cerca di tenerlo nascosto. Il bambino coglie il non verbale della madre e lo riporta attraverso il pianto, quindi collabora nel dire alla madre: “C’è qualcosa che non va”.

Questo succede perché i bambini sono molto competenti nell’individuare problemi che minano il benessere della famiglia e sono altrettanto competenti nel tirarli fuori con gli strumenti che hanno a disposizione. Quando i bambini esprimono però delle emozioni che noi stessi neghiamo è più probabile che la nostra reazione sia negativa. Per questo motivo, come genitori è importante essere consapevoli dei nostri comportamenti, dei pensieri e delle nostre emozioni, chiedendoci “Come mi sto sentendo in questa circostanza?”(individuare l’emozione che provo per vedere se anche il bambino sta esprimendo proprio quello stato d’animo), “Che comportamento sto attuando con mio figlio nell’affrontare una certa situazione?” (confrontare il mio comportamento con il suo, potrebbe essere similare), “Che cosa sto pensando in riferimento alla situazione?” (notare il punto di vista che sto assumendo nel guardare ciò che accade e vedere se sto tenendo conto dei dati di realtà che riguardano me e il bambino). Potremmo renderci conto che siamo in sintonia con nostro figlio molto più di quanto avessimo immaginato osservando solo in superficie e solo da un’unica angolazione adultocentrica.

Anche quando si creano situazioni problematiche, i bambini spesso copiano i propri genitori. Alle volte lo fanno in maniera diretta, riproponendo lo stesso comportamento, altre volte possono scegliere di copiare il comportamento dei genitori facendo l’opposto. Si tratta sempre di un tentativo di rimanere fedeli alle proprie figure di attaccamento. L.S. Benjamin parla di “dono d’amore”, cioè quel giuramento di lealtà che i figli fanno alle proprie figure di riferimento pur di sentirsi amate da loro, ma su questo mi soffermerò un’altra volta.

Voglio raccontare un episodio che ho potuto osservare, che peraltro ha un risvolto finale positivo. Un bambino urla in casa, mentre gioca. La mamma gli dice di abbassare il tono della voce e lo fa alzando a sua volta il tono. Il bambino continua ad urlare e lei ripete al bambino “Ti ho detto di non urlare!”, sempre con lo stesso tono di voce. Alla fine, stanca di quello che lei leggeva come atteggiamento poco collaborativo, si avvicina al bambino, con il dito puntato, e lo rimprovera: “Ti ho detto di stare zitto e non mi ascolti, è possibile che ti devo ripetere le cose cento volte?”. Lui abbassa lo sguardo e dice: “Però tu stai gridando!”. La madre si gira verso di me e dice “Ops, mi sa che ha proprio ragione!” e sorride, va dal bambino, gli chiede scusa per aver urlato e si abbracciano.

Il bambino stava collaborando con la madre e si dimostrava molto competente nell’utilizzare lo stesso tono di voce, ma lei non era consapevole del proprio atteggiamento, per cui vedeva nel bambino un comportamento di sfida, mentre in realtà stava semplicemente copiando la madre.

Se un genitore è solito urlare in casa, usare le mani per farsi obbedire, porsi ad un livello superiore  e di potere rispetto al proprio figlio, è probabile che il bambino faccia la stessa cosa con il prossimo: urlerà con gli amichetti all’asilo e magari con i genitori stessi, alzerà più facilmente le mani sui compagni per ottenere la loro obbedienza nei giochi, tenderà ad imporsi con prepotenza. In alcuni casi, il bambino potrebbe “scegliere” di lasciarsi trattare dalle persone come è stato trattato in famiglia, quindi ponendosi in una posizione di inferiorità nella relazione con i compagni.

Se un bambino viene trattato con amore e rispetto, tenderà (con buona probabilità) a riproporre gli stessi comportamenti dei genitori di rispetto verso l’altro, perché avrà interiorizzato uno schema di interazione madre-bambino o padre-bambino positivo, di risposta ai propri bisogni. In particolare, se il genitore risponde al pianto del bambino, per esempio rassicurandolo quando si sente impaurito oppure facendo arrivare il cibo quando è affamato o cullandolo quando ha sonno, il bambino imparerà che i suoi genitori sono disponibili con lui e che lui è una persona da amare, quindi saprà crearsi delle aspettative rispetto alla relazione con le persone importanti, prima, e con le altre, dopo. Quindi avrà immagazzinato:

  • un modello del genitore come amorevole, affidabile e che si prende cura di lui,
  • un modello di Sé che è degno di cure e di amore, competente e capace,
  • un modello del mondo come ambiente da esplorare con protezione.

I bambini, infine, hanno bisogno di adulti che gli insegnino come badare a sé stessi quando interagiscono con gli altri e non di adulti che impartiscano lezioni su come si deve collaborare.

In termini pratici, significa che i bambini imparano dai propri genitori, osservandoli, studiandoli. Per esempio, è inutile intervenire nei litigi dei bambini che si contendono i giochi dicendogli “Non si fa così, devi condividere” e magari strappandogli il gioco dalle mani per darlo all’altro bimbo (su questo argomento ci ritorneremo), anche perché il concetto di condivisione è troppo difficile da capire per il bambino. Invece, facciamo vedere a nostro figlio come si condivide, per esempio sottolineando il nostro comportamento quando ci scambiamo qualcosa con un altro adulto (“Vedi che mamma si sta scambiando un libro con una sua amica?”, “Guarda, papà sta offrendo un biscottino al nonno”), rinforzando i suoi comportamenti pro-sociali (“Sei stato proprio bravo ad aver dato il tuo giochino al tuo amico”).

E così, cari genitori, sono convinta che i bambini siano così competenti che ci converrebbe, qualche volta, fermarci ad osservare il loro comportamento e le emozioni che esprimono per capire qualcosa in più su di loro e su di noi.

Buon lavoro di riflessione.

 

Riferimenti bibliografici

Benjamin L.S., Terapia ricostruttiva interpersonale, Las, Roma, 2004.

Holmes J., La teoria dell’attaccamento. John Bowlby e la sua scuola, Raffaello Cortina, Milano, 1993.

Jull J., Il bambino è competente. Valori e conoscenze in famiglia, Feltrinelli, Milano, 1995.

Mastromarino R., Prendersi cura di sé per prendersi cura dei figli. Proposta di un percorso formativo per genitori, IFREP, Roma, 2000.

Scilligo P., Analisi transazionale socio-cognitiva, Las, Roma, 2009.

 

 

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