Pantarei – Tutto scorre

26 Ago

San Pantaleo

Il mio ultimo post risale a ben 6 mesi fa. Sei mesi passati velocemente, in un turbine di eventi che mi hanno “travolta”. Pensavo che tenere il blog sarebbe stato non facile, ma fattibile, invece in questo lasso di tempo, la concentrazione è andata a spasso con pensieri sparsi qua e là, persi tra le mille cose che una donna deve comunque affrontare nella sua vita. Eh si, perché proprio la vita ti pone davanti a delle situazioni che spesso credi non ti possano riguardare mai. Quante volte ho provato a scrivere, a mettere su pagina parte delle mie emozioni, ma una sorta di congelamento stanco mi ha accompagnato facendomi chiudere il pc dopo aver scritto appena due righe, insulse e inconcluse. Ho pensato a chiudere il blog, a cosa scrivere per salutare, alle mie emozioni rispetto alla chiusura, ma ho sempre optato per il darmi una possibilità, magari prima o dopo ritroverò l’ispirazione, forse cambierò pelle, magari riprenderò da dove ho lasciato oppure sceglierò di portare a termine questo viaggio nel web.

Proprio in quel turbinio degli eventi, si fatica a non sentirsene vittime, a tenersi presenti a sè stessi e responsabili della propria vita: quando cerchi casa e per una serie di impedimenti il diritto fondamentale di avere un tetto tutto tuo ti viene reso faticoso, se non impossibile; quando arranchi nel mantenere la tua professione che si incrocia con gli impegni di madre e continui a notare che il mondo del lavoro è ricco di ingiustizie anche dove pensi di non trovarle (per fortuna non sempre); quando credi che le persone care rimarranno sempre giovani e in forza, invece ritrovi tua nonna, mancato avvocato per la sua storica memoria, che confonde il tuo nome con quello della sorella oppure pensa che tu sia sua figlia; quando pensi che le persone vicine a te non se ne andranno mai, invece la malattia più subdola te le porta via senza darti nemmeno il tempo di renderti conto di ciò che sta succedendo; quando intorno a te credi che le cose vadano avanti in maniera lineare, invece vedi che gli ostacoli continuano a presentarsi anche dopo anni di lotta, forse contro i mulini al vento. Ma questa è la vita, nel suo concetto stesso è implicato quello di morte, come la parola inizio richiama a sé quella di fine e la gioia richiama il dolore. L’importante è ESSERCI, rimanere, stare con sé e con gli altri e tutto ha un’evoluzione, tutto trova un senso, una collocazione, un suo posto e, da inguaribile ottimista, credo che tutto trovi il posto “giusto”. Basta aspettare.

Tempo fa ho letto qualcosa che diceva qualcosa del genere (ricordo il concetto): la vita è come un arco, quando stai per lanciare una freccia che andrà avanti e lontano, devi tirare la corda indietro. Così, quando mi sento triste e demoralizzata, visualizzo  quell’arco e mi sembra di sentirmi più leggera nell’attesa di fare quel salto di qualità.

Credo che la mia fosse solo un’illusione, il mio ruolo di madre mi stava assorbendo così tanto da avere l’impressione che tutto il resto non esistesse e ad oggi vedo che il mio essere madre si incrocia con il mio essere moglie, figlia, nipote, sorella, donna, psicoterapeuta, educatrice, amica, ESSERE UMANO in cammino. Così tante parti di me, così tanti aspetti e polarità da integrare e talvolta da confondere.

Poi  guardo lei, con i suoi salti continui sul letto, la sento parlare con le sillabe invertite, la “cammarella” ed il “Re Relone”, la sua S fra i denti, quel suo essere attaccata morbosamente in stile “cozza”, la sua paura dei gatti, dei cani e persino dei pesciolini che ha incontrato nel mare, la sua netta preferenza per il cioccolato e per il colore fucsia, il suo inghiottire il dentifricio, la sua fissazione per i capelli che vuole tenere sempre sciolti e lunghi, la sua grinta e caparbietà quando vuole ottenere qualcosa, il suo essere “maestrina e bacchettona” e la sua dolcezza quando vuole accucciarsi a contatto con la mia pelle, la sua voglia di tornare neonata quando guarda affascinata gli amichetti più piccoli che prendono il latte dal seno delle loro mamme. Queste sue certezze e ripetizioni, i suoi rituali e le sue proteste, mi aiutano a tenere la rotta, a lottare per le mie idee, ad avere la tenacia per portare avanti le mie posizioni, perché tutto è un contorno importante, ma niente conta se non insieme alla mia FAMIGLIA.

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Intimamente vicini

6 Feb

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Fin dal primo momento, dal primo pensiero di lei, dalla prima fantasia su di lei, ancora prima del suo vero respiro, dei suoi occhi di fronte ai miei, ho provato ad immaginare come sarebbe stato il NOSTRO stare INSIEME, condividere, crescere, trascorrere, vivere.

I primi istanti di vita hanno trovato una loro scansione automatica, in “Pantarei” tutto scorreva naturalmente secondo dei ritmi legati a quanto di più primitivo esista in noi esseri umani, l’alternarsi di attività-passività, sonno-veglia, giorno-notte. Nel passare delle settimane, le giornate sembravano strutturarsi in qualcosa che sapeva di danza, di ricerca di relazione ed interazione, di scoperta e di stupore continui. Poi, verso i 9 mesi, la definizione degli spazi, quelli miei, quelli suoi, quelli NOSTRI, dettati da nuovi stimoli e vecchie passioni, e verso i 12 mesi della cucciola, l’esigenza di un’organizzazione più strutturata delle giornate, divise tra impegni lavorativi e asileschi, scelte di vita e passioni. Così, siamo passate da una danza fluida e molto naturale, ad un’interazione precisa e caratterizzata da NOI, incastrata in giornate troppo brevi per essere di 24h, notti che portano 5-6 ore di sonno discontinuo, voglia di fare e mancanza di concentrazione.

Ogni diade genitore-figlio, struttura il proprio tempo in modi del tutto personali che rispecchiano il proprio essere e fare. Io come ho strutturato le mie giornate con lei? Quanto spazio dedico, come madre, all’intimità con mia figlia, quella vera, quella fatta di autenticità, apertura e spontaneità? Ho pensato al concetto di Strutturazione del tempo dell’Analisi Transazionale e mi piace proporvelo come spunto di riflessione. Avvertenze: cancellate dalla vostra mente il significato di alcuni termini che verranno di seguito utilizzati, per entrare in un nuovo mondo.

Secondo Eric Berne, noi comuni mortali, abbiamo bisogno di strutturare il nostro tempo per fuggire alla noia (quante volte ci siamo chiesti, guardando il nostro bambino, che cosa possiamo fargli fare per non farlo annoiare?). Tale bisogno si lega alla fame di struttura, ossia alla necessità di crearci delle situazioni in cui possiamo scambiare delle Carezze. Noi possiamo strutturare il nostro tempo in modi diversi, secondo un continuum di “vicinanza-distanza relazionale” e coinvolgimento emotivo, aumentando il livello di esposizione al rischio di essere amati/rifiutati per quello che si è:

  • Isolamento. Nell’isolamento, ci ritiriamo mentalmente dall’altro e il rischio di coinvolgimento emotivo è minimo. Come genitori, abbiamo bisogno di ritirarci in un sano isolamento, in alcuni momenti della giornata e per quanto ci è concesso, per recuperare energie, per riflettere su nostri vissuti, per dedicarci alle nostre passioni. Alcune volte, l’isolamento viene evitato per paura, invece, dei propri processi, delle proprie emozioni; con il timore di contattare sé stessi, il proprio figlio viene “utilizzato” per non toccare le proprie emozioni. Ovviamente, un isolamento eccessivo porta, invece, ad un allontanamento dall’altro,  poco funzionale in ambito di accudimento.
  • Rituali. Il rituale è considerato uno scambio di carezze sicuro e prevedibile, in quanto le persone si comportano reciprocamente sempre nello stesso modo. Un rituale quotidiano è lo scambio di saluti, per esempio con il vicino di casa: “Ciao, come stai?”, “Tutto bene, grazie. Tu?”, “Bene, bene. Arrivederci e buona giornata!”, “Buona giornata anche a te. Ciao!”. Salutare i conoscenti è un modo utile a rifornirsi di carezze, in maniera prevedibile e ripetibile. I rituali servono anche ed iniziare una strutturazione del tempo un po’ più complessa (con gli amici, ci si saluta comunque in maniera prevedibile, si inizia a parlare del meteo, del sole e della pioggia, delle corse e del lavoro, poi si può decidere di introdurre discorsi con una maggiore apertura). Con i figli, soprattutto quando diventano più grandi, è importante non lasciarsi impantanare nei rituali, saltando domande personali e personalizzate circa il loro stato emotivo (Il “Come stai?”, non deve sostituire il “Come ti senti oggi?” o “Come ti senti in relazione a questa situazione o problema?”, oppure il “Come è andata a scuola?” detto in maniera generica non deve sostituire domande che lasciano trasparire un maggiore interesse verso il bambino e i suoi stati emotivi).
  • Passatempi. I passatempi sono una conversazione non ritualizzata, che non ha uno scopo, ma si tratta di “parlare di qualcosa”, tenendo una certa linea di condotta. Non avendo lo scopo di risolvere il problema, si tratta di un parlare sulle cose senza conclusioni, ma con uno scambio di carezze molto utile, con un rischio emotivo basso. Le “chiacchiere”, soprattutto quelle tra mamme, sono spesso il nostro passatempo preferito e come genitore, il confronto ed il conforto che posso trarne è di per sé vantaggioso. Importante non perdersi nelle chiacchiere quando si tratta di affrontare un problema con i propri bambini, poiché il “parlare sulle cose” può non stimolarli a trovare soluzioni ed alternative creative.
  • Attività. Si parla di attività quando si tratta di investire l’energia su fonti esterne come oggetti, idee, pensieri. Noi passiamo gran parte del nostro tempo in attività e traiamo carezze da queste in vari modi (es. complimenti per un lavoro ben fatto, critiche per un errore, vittorie). L’attività, però, se diventa unica fonte di carezze (valgo solo se produco a lavoro) può inaridire, in quanto la sola fiducia nelle proprie capacità non contempla necessariamente il sentirsi persone di valore in sé e per sé. Per questo l’ozio dei bambini è oro prezioso, di contro ad un continuo riempire i loro tempi in cose da fare.
  • Giochi. I giochi sono una serie di transazioni che conducono ad un risultato prevedibile (es. mi lamento fortemente con una persona, sapendo che alla fine otterrò il suo “Poverina!” e l’altro può avere piacere ad ascoltare le mie lamentele, con l’idea che “La salverò io!”). Il concetto di giochi fa riferimento a qualcosa di psicologico e relazionale, non ai giochi dei bambini. Detto questo, costantemente entriamo in dinamiche ripetitive anche con i nostri figli. Essendo un concetto molto complesso, lo lascio come punto da approfondire.
  • Intimità. L’intimità è il modo più rischioso e più vantaggioso di passare il tempo. Include il condividere apertamente emozioni e pensieri in una relazione caratterizzata da fiducia e onestà. Lo scambio di carezze avviene nell’immediato, senza secondi fini, ed è diretto e spontaneo (per esempio dire a mio figlio “Ti voglio bene”, fargli un sorriso, guardarlo con dolcezza, accarezzarlo, stringendolo tra le braccia). Intimità è anche saper chiedere scusa di fronte ad un atteggiamento sbagliato (es. mi sento stanco e urlo con il bambino), mostrare le proprie emozioni anche quelle che possiamo ritenere negative, es. tristezza, rabbia (tenendo sempre conto  di chi abbiamo di fronte). Se penso di essere Ok, sarò maggiormente predisposto a passare il mio tempo in intimità con l’altro, in quanto mi considero degno d’amore e quindi avrò meno paura ad espormi. Ecco che cosa è importante insegnare ai nostri figli, ad essere aperti e spontanei, a cercare carezze in modi diretti e dalle persone che amano, consapevoli di essere sempre e comunque OK perché esseri umani amati ed amabili.

Ognuno di noi avrà una strutturazione del suo tempo diversa. È carino poter fare uno specchietto su questo punto e segnare quante ore passiamo in ognuno di questi modi di strutturazione del tempo (lo possiamo fare in riferimento a più relazioni, es. con il partner). Se il divario tra intimità ed il resto è troppo ampio, non ci rimane che impegnarci a colmare la voragine, ritagliandoci degli spazi per scambiare Carezze incondizionate positive, quelle che fanno tanto bene al cuore e all’autostima dei nostri bambini.

Come sempre, buon lavoro di riflessione a me e a voi 😀

Una vita piena…di rosa

26 Gen

potere rosa

Ho un sonno che mi porta via, ma un accenno di ispirazione ce l’ho! Ormai sono giorni, direi un paio d’anni (lo dico sempre, lo so!) che il tempo scorre senza tregua e solo la sera mi accorgo che la giornata è già finita. Posso solo ringraziare di avere una vita PIENA,  piena di impegni mondani delle merendate della cucciola, piena di manicaretti da preparare e di piatti da lavare, piena di amiche (mie e sue), piena di cose fatte e molte altre da fare, di liste della spesa perse dentro la borsa da Mary Poppins, di desideri, di obiettivi e tante speranze per il futuro.

Intanto questo presente sembra offrirci veramente un sacco di cose nuove.

La cucciola ormai si è data all’arte! I nostri copridivano bianchi (non li abbiamo scelti ovviamente, ma ci sono capitati), sono diventati un capolavoro di arte contemporanea, un’esplosione di colori tra penna rossa e pennarelli multicolor. Abbiamo sperimentato la digito pittura, ma alla fine mi sono ritrovata a rullare i rotoli della carta igienica da sola, mentre lei piangeva perché si era sporcata le mani e voleva assolutamente lavarsele. Ieri mattina all’asilo ci è stato detto, dalle maestre, che si accorgono se i bambini vengono sollecitati all’esplorazione dei materiali o se vengono tenuti incelofanati. Maestre, giuro che la cucciola viene costantemente esortata a “sporcarsi”, ma lei, con la sua personalità in formazione e dai tratti-base evidenti, non ne vuole sapere! Fu così che pensai agli acquerelli…quelli si, che hanno avuto un successone!!! Il miscuglio di acqua e colore da spalmare sul foglio è esaltante per la cucciola e la cosa che secondo me la entusiasma ancora di più è che non si deve sporcare le mani! Ha così dato il via ad una collezione degna di qualsiasi galleria d’arte. Ha preparato anche un disegno-dedica “lungo lungo” per la nuova amichetta arrivata appena due giorni fa e quando un’artista prepara qualcosa da regalare, significa che si sente sicuro del proprio estro e delle proprie consolidate competenze.

La cucciola inizia a ricordare i sogni. Questa notte ha pianto, durante il sonno, inconsolatamente fino a che non è finita a dormire in orizzontale nel lettone, con la sua testa sulla mia (non chiedetemi perché ho il mal di collo) e i piedi in faccia al papà. Una notte formidabile per noi. Dice di aver sognato la sua amichetta “Sala” che urlava, presumibilmente per i giochi e lei, come al solito, è terrorizzata dai toni alti. È stato comunque triste per me vederla piangere anche solo per un sogno.

La cucciola ha capito che cosa sono le botte e ne rimane stupita: guarda sconvolta chi le dà, ma alle volte non si risparmia dall’usare le maniere forti se lo ritiene opportuno. Le ho spiegato che le botte non si danno a nessuno e lei sembra essere d’accordo. Giorni fa, mi racconta che la sua amica “Isa” ha dato una botta all’altra amica “Ici” che si è messa a piangere, così è intervenuta mamma “Lallula”. Io incoraggio la sua empatia dicendole che Isa non doveva dare la botta ad Ici, ma che doveva parlarne. Lei mi dice tutta interessata “Si, si mamma” e poi aggiunge, molto seriamente: “Io dato botte Vola”. Ma come??? Figlia mia, poco prima dicevi che non si danno le botte ed ora stai confessando che meni una tua amichetta dell’asilo?! Ricostruendo i fatti dai pochi indizi, sembra che “Vola” dia le botte agli altri bimbi e lei interviene in difesa, menando a sua volta. Ecco, ti prego…tirati fuori dagli impicci figlia mia, non ti daranno la medaglia da giustiziera della notte!!!

La cucciola ha scoperto i colori (tornando all’estro artistico), li riconosce, li nomina e ha le sue chiare preferenze: il rosa in tutte le sue forme e sfumature. È così che la mia vita si è riempita di rosa, non solo perché stanno nascendo un sacco di femminucce intorno a noi, ma perché la piccola ha deciso di dedicarsi al monocolore, tranne per le sue opere d’arte. Tutto rosa ormai: i piatti, le posate, il bicchiere, i vestiti, le mutande, le scarpe, il gelato, le caramelle, le palline, le formine, il vestito di Carnevale (ormai per tutti i pomeriggi)…della serie “potere rosa vieni a me!!!”. Non è servito a niente scongiurare questo pericolo vestendola di bianco e giallo alla nascita, scegliendo i suoi mobili di bianco e beige, i suoi gusti alquanto netti si manifestano con tutta la forza possibile, soprattutto al momento della scelta dei vestiti prima di andare a scuola.

E la mia vita è piena di lei, dei suoi due anni, dei suoi capricci, delle sue scelte, delle nostre guerre, dei nostri tira e molla, del mio lavoro e della sua vita al nido, del papà e i suoi viaggi, dei saluti la mattina e dei ritorni il pomeriggio, di tanta stanchezza irreversibile e di tanto AMORE da alimentare.

Dedicato a: Adriana ed Elisa 😀

Perchè odiare Peppa Pig?

6 Gen

ombrello peppa

Le feste sono ormai finite e mi ritrovo con le valigie vuote, la lavatrice piena, i panni da ripiegare, la casa da riordinare e i regali della cucciola da collocare. Li prendo uno per uno, mentre lei guarda con gli occhio gioiosi, e li mettiamo insieme ognuno nel proprio spazio.

Tutte le persone a noi vicine sanno che la piccola ama spassionatamente Peppa e tutta la sua combriccola e, per questo motivo, molti dei doni ricevuti sono stati all’insegna di “Casa Pig”. Abbiamo quasi tutto il vendibile e la cosa mi fa sorridere perché in giro per casa ci sono un branco di maialini giocosi che spuntano fuori come funghi, insieme a zebre,  conigli, cani e pecorelle. Poi, se lei è contenta, lo sono anche io, a prescindere da tutto. Si lo so, abbiamo ceduto alle tendenze consumistiche, si lo so che ci hanno imbambolati con le pubblicità, so che non è bene prendere esempio da una maialina capricciosa, ma so anche che viviamo nel qui ed ora, che la cucciola è figlia del suo tempo e so che i nativi digitali amano la tecnologia e i maialini rumorosi.

Ho letto diversi pezzi contro Peppa Pig, alcuni sono molto divertenti, mentre altri sfiorano la fantascienza. Domanda retorica: ma se Peppa non piace, non conviene non farla vedere ai propri figli ed ignorarla, piuttosto che scriverci pure degli articoli e continuare a parlarne rendendola quindi comunque presente nelle proprie vite?

Sembra che ultimamente la nuova tendenza socio-antropologica sia quella di schierarsi drasticamente pro o contro qualsiasi cosa, spesso senza cognizione di causa. Non è più concesso dire semplicemente che io non sono d’accordo con qualcuno oppure che concordo, perché detto così sembra significare non definirsi o non esporsi, quindi viene confuso con il concetto di “falsità” che ormai piace un sacco a tanti. Mi chiedo, il semplice fatto di dire “Mi piace” o “Non mi piace”, non significa mettersi in una posizione ben precisa? Dire che ognuno è libero di esprimere le proprie opinioni a prescindere dal mio pensiero personale, non è prendere posizione? Affermare che io agisco in un certo modo e che ne esistono altri diecimila alternativi, non è definirsi rispetto all’altro? Non basta esprimere una preferenza, senza indire boicottaggi di massa (a parte per cause veramente di valore), senza correre il rischio di essere etichettati come passivi e inerti? Ditemi che la libertà di espressione e di pensiero sono ancora un diritto sacrosanto!!!

Da quando sono diventata mamma, mi sono ritrovata in mezzo a guerre basate su “aria fritta”, dove la presunzione che il soggettivo sia oggettivo ha dato la spinta per delle vere e proprie crociate su degli argomenti che sono diventati scottanti nell’universo mammesco: parto naturale o cesareo, parto in casa o in ospedale, allattamento al seno o artificiale, vaccini si o vaccini no, portare o non portare, omogeneizzati fatti in casa o comprati, co-sleeping o ognuno nel proprio letto, televisione si o televisione no, pro SOS Tata o contro SOS Tata, Peppa Pig “Santa subito” o Peppa Pig allo spiedo! E bastaaaa!!! Ma ognuno non sarà libero di scegliere ciò che è meglio per sé e per la propria famiglia?

Non voglio fare la fine del bue che dice cornuto all’asino, additando un certo processo psicologico per poi utilizzarlo alla stessa maniera, per cui il mio obiettivo è quello di cercare di capire che cosa si nasconde dietro a tutto questo atteggiamento di odio nei confronti di qualsivoglia cosa. Si tratta semplicemente del processo sotteso alla favola “La volpe e l’uva”.

L’odio è un’emozione che si lega a quella primaria della rabbia ed è qualcosa di estremamente naturale, come l’INVIDIA e la GELOSIA, sentimenti tutti che vengono spesso negati in blocco perché socialmente non accettabili oppure estremizzati per trovarne una giustificazione plausibile. L’odio nasce spesso da qualcosa che ci riguarda personalmente e che abbiamo imparato a non accettare, a tagliare fuori, mentre viene riposta all’esterno, su un “oggetto” (persona, cosa, ideale, valore), per poter essere liberamente disprezzata. Es. se da bambini abbiamo ricevuto un’educazione rigida e severa sulla pulizia, probabilmente impareremo a mantenerci puliti ed ordinati, in maniera ossessiva, ripetendo la stessa rigidità con nostro figlio che, in quanto bambino, avrà la naturale tendenza a sporcarsi, soprattutto mangiando e giocando. Ciò che è stato negato a noi, cioè il naturale impulso a sporcarsi nell’esplorazione, sarà vissuto con disgusto e nel riconoscerlo nell’altro verrà combattuto per esempio pulendo in continuazione la bocca e le mani del nostro bambino di 6 mesi che inizia a mangiare le pappe oppure criticando aspramente quelle mamme che lasciano i propri figli liberi di giocare sporcandosi.

La pericolosità dell’ODIO non deriva però dal provarlo, quanto dal non riconoscerlo e quindi agirlo senza averlo prima “mentalizzato”. Che cosa significa? Tutte le emozioni possono essere provate, ma devono essere necessariamente riconosciute per poter essere utilizzare come guida funzionale per muoverci nel mondo (es. la paura ci indica che siamo di fronte ad un pericolo). Io posso provare odio per qualcuno o qualcosa e chiedermi il perché, scoprendo poi che ci sono degli aspetti della mia storia passata, spesso non risolti, per cui sono più portato a provare quel sentimento verso una certa cosa. Definendo una causa, il sentimento stesso può permanere, ma con una carica emotiva minore. Se invece provo odio e cerco di reprimerlo, mettendolo fuori dalla mia consapevolezza, prima o dopo lo agirò in maniera inconsapevole, magari intraprendendo delle guerre senza senso e nel peggiore dei casi arrivando a gesti inconsulti (in extremis).

È ovvio che l’odio verso Peppa Pig non porterà a ridurla seriamente ad una porchetta, colpendo così la sensibilità di milioni di bambini nel mondo, ma quello che invito a fare come genitori, uscendo fuori dall’ironia, è di pensare sempre al perché ci scaldiamo così tanto spesso  su argomenti che alle volte non ci portano a niente (es. Se io allatto al seno e un’altra donna non lo fa, perché devo criticarla? Se io decido che i miei tre figli dormono a letto con me, perché per me è la soluzione migliore che ho trovato rispetto al mio stile di vita, che cosa ottengo dal criticare aspramente chi ripone il proprio figlio a dormire nella sua culla alla veneranda età di 6 mesi?).

Prima di intraprendere una guerra, chiediamoci sempre quale sia l’obiettivo che vogliamo raggiungere e quali corde personali vengono toccate dalla tale causa. Ognuno ha proprie idee su se stesso, gli altri ed il mondo e attraverso il suo quadro di riferimento filtra la realtà. Esiste un’unica realtà oggettiva (es. un bambino che piange) ed esistono innumerevoli realtà soggettive (es. il bambino che piange è disperato perché gli manca la mamma, il bambino sta facendo le lagne perché è capriccioso, il bambino è affamato anche se ha mangiato 5 minuti prima, il bambino è inconsolabile) che si legano a storie personali, intrecci familiari, gruppi sociali, stereotipi, tradizioni, leggende, ecc.

Ciò che è importante sapere è che l’odio è qualcosa di estremamente soggettivo e prima di riporlo su una qualsiasi cosa, che sia Peppa Pig o un genitore diverso da noi o un’idea lontana dalla nostra, chiediamoci quanto l’altro ci ricorda di noi, quanto l’altro ci stimola ad entrare in contatto con quegli aspetti che da sempre abbiamo imparato a negare, a tagliare fuori dalla consapevolezza. Solo riconoscendo, accettando ed integrando le nostre polarità possiamo diventare degli adulti consapevoli, spontanei ed intimi, quindi realmente autonomi.

Come chiamerò il mio bambino?

28 Dic

Le amiche di Freya

Quando sta per nascere o nasce un bambino, la domanda successiva a quella inerente allo stato di salute e al sesso, è quella sul nome. “Avete già scelto il nome?“, “Come si chiama?”, “Che nome gli hanno messo?”.

Io sono sempre molto curiosa di conoscere il nome del nuovo arrivato o del futuro arrivo perché ho necessità di darmi un riferimento che lo identifichi come persona, di crearmi una sagoma mentale con dei contorni definiti, di associarlo a qualcosa di già conosciuto o a qualcuno di familiare. Mi piace vedere il volto dei genitori mentre pronunciano quel suono e i loro occhi che brillano sorridenti. Il nome è una semplice parola che si attribuisce ad un essere vivente eppure è in sostanza veramente complessa.

Il nome è un diritto, lo ricorda l’Art.6 del Codice Civile “Ogni persona ha diritto al nome che le è per legge attribuito” e l’art.7 della Convenzione dei diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, secondo il quale “Il fanciullo dovrà essere registrato immediatamente dopo la nascita ed a partire da essa avrà diritto ad un nome …”.

Il nome è sinonimo di identità, grazie ad esso veniamo chiamati, riconosciuti, individuati. Attribuendo un nome a nostro figlio, diamo a lui il permesso di Esistere e di soddisfare il bisogno di essere riconosciuto attraverso le Carezze (sentirci salutare con il nostro nome, ci rende felici per essere stati visti e riconosciuti nella nostra individualità).

Il nome personale può essere considerato quasi un’etichetta che permette di distinguersi dagli altri e allo stesso tempo mette in evidenza l’unicità della persona. Proprio attraverso il nome, l’aspetto personale e quello sociale si congiungono in quanto il nome diventa l’espressione sociale della persona, ne verbalizza la sua presenza nel mondo.

In ambito psicologico, risulta un certo accordo sul fatto che il nome abbia un solo significato e più funzioni: esso corrisponde al concetto della persona che lo porta e ha la funzione di etichetta (in positivo e in negativo), di rappresentazione di fronte agli altri ed è che ciò che rende gli individui pensabili. Esso rappresenta l’estensione vocale dell’identità della persona ed esercita un’influenza diretta sulla sua organizzazione della personalità.

Secondo la Bioenergetica, ogni essere umano radica la sua identità ed il suo respiro anche in rapporto al nome con cui viene chiamato: se il bambino viene chiamato con il suo nome di nascita, questo diventa una struttura stabile ed immutabile della propria identità. Ogni nome  si compone di vocali e consonanti che corrispondono a suoni con una loro particolare risonanza energetica in specifiche parti del corpo. Risulta che il suono vocale del proprio nome stimoli un’apertura respiratoria che inconsciamente permette risonanze affettive ed energetiche diverse in base alla vocali. Nello specifico: le vocali  “A, O, U”  toccano gli organi più profondi, muovendo un’energia connessa alla gioia ed al piacere della vita, mentre le vocali “E, I”, legate al torace ed alla testa, promuovono energie connesse al coraggio ed alle attività mentali. Grazie a questi stimoli ricevuti sia nel pronunciare il proprio nome, sia nel sentirlo pronunciare ad altri, il corpo riceve delle vibrazioni che stimolano varie emozioni.

Dietro al nome ci sono delle scelte, quelle dei genitori. Il processo di decisione è qualcosa di molto divertente se fatto con complicità, soprattutto nella fase della ricerca durante la quale ci si può avvalere di curiose guide facilmente reperibili nelle librerie, di statistiche intraprese sui forum per mamme/papà, persino delle applicazioni per smartphone. Alle volte si arriva alla soluzione in maniera unanime, altre volte si arriva a delle negoziazioni interessanti es. “Se è femmina lo scelgo io, se è maschio lo scegli tu”.

Dietro alle scelte dei genitori ci sono delle storie personali e familiari, costellazioni storico-religiose ed archetipiche, talvolta dei miti che vengono tramandati di generazione in generazione, così il nome del bambino diventa portatore di valori che possono caricare positivamente o negativamente le scelte di vita, le identificazioni, le aspettative, su cui poggia il pensiero, l’identità e l’ideale dell’Io.

I nomi sono anche figli di un’epoca storica. Fino a qualche decennio fa, era d’obbligo mettere ai figli lo stesso nome dei nonni, soprattutto se si trattava di un figlio maschio con lo stesso cognome del nonno. La scelta era facilissima, ma anche la confusione e l’omonimia. Attualmente, questa moda sembra perdersi e il tutto lascia posto ad una certa fantasia, alle volte esagerata. La famiglia rimane sempre più isolata, quindi anche la scelta del nome è sempre più legata ai gusti personali dei genitori, liberi da influenze parentali.

In questo momento, mi sembra che si usino molto i nomi corti, soprattutto legati a cognomi lunghi (es. Gaia, Emma, Viola, Sara), quelli delle grandi attici per le femmine (es. Sofia, Mia, Greta), molti di origine straniera frutto dell’interculturalità, (es. Nicole, Nicolas, Ryan, Michael, Desireè), per i maschietti nomi biblici (es. Samuele, Emanuele, Gabriele, Matteo). Il nostro amato Papa ha dato una spinta massiccia all’impennata del nome Francesco/a e mi sembra di sentire spesso nomi come Martina, Ginevra, Rebecca, Lorenzo e Tommaso.

Ho trovato una categorizzazione molto interessante circa le tipologie di nomi che vengono scelti per i propri figli, distinte in base alle ragioni che sottostanno alla scelta stessa:

  • Nomi augurali: contengono in sé un augurio per la vita, es. Benedetta, Gioia, Vittoria;
  • Nomi dedicativi: sono dedicati ad una persona cara;
  • Nomi distintivi: sono scelti per emergere rispetto agli altri, alla ricerca di una certa originalità (es. Domitilla, Emerenziana…);
  • Nomi fonosimbolici: si tratta di una scelta di tipo fonetico spesso fatta in base al suono che produce in relazione al cognome;
  • Nomi ideologici: esprimono una certa ideologia sociale o politica della famiglia d’origine;
  • Nomi proiettivi: vengono scelti sulla base di aspettative che i genitori riversano sui figli;
  • Nomi punitivi: si accompagnano ad atteggiamenti negativi nei confronti del bambino, spesso indesiderato (anche se trovo difficile pensare a questa categoria di nomi, mi viene in mente Dolores);
  • Nomi di socializzazione anticipatoria: vengono tratti da personaggi che hanno determinati ruoli sociali o culturali con i quali ci si vorrebbe identificare;
  • Sovra-determinazione della scelta: il nome viene scelto in base a più fattori.

Al nome, quindi si legano aspettative e desideri dei genitori, nonché degli auguri, più o meno consapevoli. Il nome può portare con sé, quindi, un copione di vita che viene affidato al bambino, talvolta senza volerlo. La scelta, infatti, spesso contiene in sé non solo la volontà di garantire un’identità al nuovo nato,  ma anche quella di delinearne il destino e la storia.

È per tutte queste ragioni, che la scelta del nome per il proprio figlio deve essere fatta con grande rispetto per chi arriverà e quanto più sarà un nome al di sopra di miti familiari, attese e desideri genitoriali, tanto più il bambino sarà libero di crearsi una sua storia personale.

Riferimenti bibliografici

Berne E., “Ciao…e poi?”. La psicologia del destino umano, Bompiani, 1964.

Gullotta G., La vita quotidiana come laboratorio di psicologia sociale, Giuffrè, Milano, 2008.

Lowen A., Bioenergetica, Feltrinelli, Milano, 2004.

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